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L'ascesa della cultura cyborg - un saggio di David Porush

 
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Joseph McElroy, PLUS, Bollati Boringhieri, € 15, 49

“E Imp Plus seppe che quel di più che era tutt’intorno veniva da lui”.

Plus è la storia di un ingegnere affetto da una malattia terminale, il cui cervello viene chirurgicamente rimosso e posto in una capsula spaziale in orbita intorno alla Terra. Questa è l’immagine da cui Joseph McElroy fa iniziare il suo romanzo, capolavoro pre-cyberpunk in cui emerge l’inestricabile sovrapporsi e confondersi tra carne e metallo, organico e inorganico, idios kosmos e koinos kosmos, una metafora leggibile a più livelli, il più evidente dei quali è lo smarrimento del “self” nella società contemporanea (il romanzo è del 1976), e del suo faticoso tentativo di ricostruire un mondo, operazione che coincide con la ricostruzione di un nuovo sé: “Imp Plus sapeva che il di più che era tutt’intorno e che veniva da lui gli sta va crescendo dal cervello”.
Il cervello al centro della narrazione intraprende così una “quest immobile”, dato che il suo viaggio di conoscenza parte e finisce da se stesso (“Quello che Imp Plus vide adesso alla luce dell’alba fu più di quanto aveva visto […] Imp Plus vide se stesso”; “Non aveva alcuna scatola cranica. Non aveva alcun cervello. L’aveva lasciato in orbita. Era ancora in orbita, ma intorno a se stesso”).
Il tentativo di trovare un punto fermo, corrisponde anche all’incapacità della cultura postmoderna di ritrovare fondamenta stabili e sicure su cui fondare un sapere a cui non si può più attribuire la caratteristica dell’assolutezza (“Si sentì diviso e raddoppiato in parecchi luoghi di se stesso, all’interno e all’esterno. Come faceva a mettere a fuoco ? Non c’era un unico centro”), una situazione che può far pensare anche alla condizione della cultura nei paesi ex-colonizzatori che devono confrontarsi con un’interpretazione “altra” della loro cultura, provenienti da quelli che erano i margini (geografici, ma non solo) del pianeta: “[…] trovò dei centri ma nessun centro”.
Il viaggio di Imp Plus si tramuta in una odissea nel linguaggio (con una prosa densa che ricorda molto da vicino le sperimentazioni dell’ultimo Beckett, come giustamente ricorda Larry McCaffery), e l’invenzione di un linguaggio nuovo diventa costruzione di un nuovo sé, e, di conseguenza, di un nuovo mondo (“Che cos’erano i dirigevoli, i perfoscranni, i bertagli e i morfogeni ? Quattro versioni del suo corpo e di se stesso. Parole che ricordavano altre parole, ma parole nuove per quel che era diventato”): il linguaggio diventa cioè performativo; nel momento stesso in cui qualcosa viene nominato, la sua esistenza viene posta in essere.
La lotta di Imp Plus non si configura solo come una ribellione contro un’autorità costituita (si pensi alle comunicazioni provenienti da “Terra”, in realtà i messaggi degli scienziati incaricati del progetto, e all’immagine stessa dell’astronave che racchiude come una prigione il cervello del protagonista), il cui disegno viene piegato ai fini di un singolo individuo (allegoria della ribellione dell’uomo contro Dio ?), ma come confronto contro il Vuoto, contro il Nulla: “C’era una tremenda mancanza di dolore”. Il Nulla cosmico è ciò contro cui la civiltà umana, prodotto di menti alla deriva nell’universo, combatte e ha sempre combattuto, un vuoto infinito che si tenta, invano, di colmare.

© Adriano Barone 2001 - per gentile concessione dell'autore

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