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Il sito ufficiale del film
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IL PATTO DEI LUPI (Le pacte des loups).
Regia di Christophe Gans, con Samuel Le
Bihan, Vincent Cassel, Emilie Dequenne, Monica Bellucci, Jérémie
Rénier, Mark Dacascos; Nazione:
Francia; Produzione: Richard Grandpierre, Samuel Hadida;
Distribuzione: 01 Distribution; Anno: 2001
Lo
aspettavo con impazienza da ormai quasi un anno, da quando nel gennaio
scorso mi ero trovato ad innamorarmi di una serie di locandine che
addobbavano le fermate della metrò di Parigi. Sei diverse locandine
verticali con una foto a dimensione naturale di un personaggio in
uno splendido costume settecentesco. Nobiluomini e un indiano. Cinque
su sei possiedono unarma, in alcuni casi stravagante come il
ventaglio con lame mostrato dalla Bellucci. Sullo sfondo una
vallata. Non facevo che guardarmi e riguardarmi perso queste locandine
cercandone costantemente di nuove. Le Pacte de Loupes. Una settima
locandina orizzontale era distribuita invece per i cartelloni di Parigi:
due uomini con un tricorno in testa e un bavero alto e richiuso che
lasciava scoperti solo gli occhi. Il caso volle che facendo zapping
in albergo mi trovai ad incrociare uno special sulla realizzazione
del film. Tornato a casa mi fiondo sul sito a scaricarmi immagini,
screen saver e informazioni e rimango in attesa di vederne unedizione
italiana. Il fatto che il cast comprenda la Bellucci offre buone probabilità
di richiamo per il nostro mercato. Eppure il film impiega quasi un
anno per scavalcare le Alpi ed insediarsi nelle nostre sale cinematografiche.
Così, trepidante un po emozionato finalmente entro in
sala per vedere Il Patto dei Lupi.
Il cinema francese ultimamente ha preso una strana svolta. Grazie
a registi di classe come Luc Besson ha lasciato che la sua particolare
sensibilità cominciasse a fondersi e ad inglobarsi con stutture
cinematografiche più holliwodiane. Un esempio lampante è
lo splendido (ma dallo stonatissimo e sciatto finale) I Fiumi di
Porpora, dove azione, suspance ed effetti speciali si installano
in una struttura portante ampia e voluttuosa. Il Patto dei Lupi fa
qualcosa in più, perché alle prime due unisce una terza
corrente, quella del cinema orientale.
Il risultato è un film piuttosto strano che lega in sé
più di un elemento. Scenicamente splendido e accattivante ci
cala in un momento di realtà storica a cui si lega doppiamente:
la cornice in cui si svolgono le vicende, il punto dorigine
della storia (la bestia e le sue uccisioni sono documentate. Allepoca
si attribuirono le uccisioni ad un loup garou, un lupo mannaro). I
personaggi che tanto mi avevano catturato su quelle locandine vivono
incantevoli caratterizzazioni. Il ritmo del film è forse lelemento
più stravagante. Parte veloce e incalzante per poi rallentare,
soffermarsi ed ammirare. Si decanta sul territorio e i personaggi,
mentre la storia ci mostra parecchi arzigogoli. Poi riprende infine
di nuovo velocità, ma una velocità diversa e meno giocosa
di quella che ci ha offerto al principio.
Nella fase dove il ritmo del film prende toni più allentati,
oltre ad intessere alcune sottotrame che andranno poi a comporre tutto
il tessuto finale, la camera scorre panoramica sui particolari, persone,
cose. Si comporta in maniera esattamente contraria alla struttura
delle pellicole americane, pur assorbendone alcune caratteristiche:
mentre solitamente le storie doltreoceano di solito si muovano
confuse e intricate fino alla risoluzione ad effetto finale dove tutti
i nodi verranno al pettine in meticolose, intense e melodrammatiche
spiegazioni, qui la storia si fa dettagliata e ci accompagna al finale,
comunque deffetto e comunque con la sua dose di colpi di scena,
senza darci quellimpressione di essere stati defraudati da qualche
parte di qualcosa.
I combattimenti vorticosi passano dalle giocolerie fini a sé
stesse dellinizio a elementi intessuti a diretto uso e consumo
della trama. Aver inserito Dacascos (famoso tra gli appassionati
di genere per aver interpretato il malinconico assassino Crying
Freeman, del film omonimo) nel cast è strano ma funzionale.
La prima e più grossa critica sul film è appunto nella
figura che questo attore ricopre: un indiano che mostra sfoggio di
arti marziali. A guardare bene però Dacascos possiede due caratteristiche
che in realtà allentano questa stravaganza: i suoi tratti somatici
molto particolari, meticci, lo rendono credibile anche come nativo
americano e il suo stile di combattimento possiede un livello combinato
di vari stili che ne fanno uno stile senza stile. Certo è che,
comunque, resta un indiano che combatte con calci volanti e leve articolari,
tra laltro in splendide scene dove la regia francese offre quel
tocco di stravaganza in più.
Un altro elemento particolare del film è la presenza incombente
di elementi mutuati dalla bande dessineè, il fumetto francese:
se siete lettori abituali, vi troverete più di una volta a
leggere alcune scene e alcune carrellate come se fossero
una sequenza di vignette in movimento.
Come ho detto il risultato è un film strano perché combinato,
un patchwork che potrebbe sortire effetti strani sul pubblico. Io
so solo che ho atteso quasi un anno per vederle, sono entrato con
la paura di una delusione e ne sono uscito con un largo sorriso, parlandone
con glia amici e ricordando scene per due giorni buoni...
©
Paolo Ferrara 2001 - per gentile concessione dell'autore

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