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© Stefano Marzorati 2010

 

Il patto dei lupi (Le pacte des loups)
Regia di Christophe Gans, con Samuel Le Bihan, Vincent Cassel, Emilie Dequenne, Monica Bellucci, Jérémie Rénier, Mark Dacascos; Nazione:  Francia; Produzione:  Richard Grandpierre, Samuel Hadida; Distribuzione: 01 Distribution; Anno:  2001

recensione di Paolo Ferrara

Lo aspettavo con impazienza da ormai quasi un anno, da quando nel gennaio scorso mi ero trovato ad innamorarmi di una serie di locandine che addobbavano le fermate della metrò di Parigi. Sei diverse locandine verticali con una foto a dimensione naturale di un personaggio in uno splendido costume settecentesco. Nobiluomini e un indiano. Cinque su sei possiedono un’arma, in alcuni casi stravagante come il ventaglio con lame mostrato dalla Bellucci. Sullo sfondo una vallata. Non facevo che guardarmi e riguardarmi perso queste locandine cercandone costantemente di nuove. Le Pacte de Loupes. Una settima locandina orizzontale era distribuita invece per i cartelloni di Parigi: due uomini con un tricorno in testa e un bavero alto e richiuso che lasciava scoperti solo gli occhi. Il caso volle che facendo zapping in albergo mi trovai ad incrociare uno special sulla realizzazione del film. Tornato a casa mi fiondo sul sito a scaricarmi immagini, screen saver e informazioni e rimango in attesa di vederne un’edizione italiana. Il fatto che il cast comprenda la Bellucci offre buone probabilità di richiamo per il nostro mercato. Eppure il film impiega quasi un anno per scavalcare le Alpi ed insediarsi nelle nostre sale cinematografiche.
Così, trepidante un po’ emozionato finalmente entro in sala per vedere Il Patto dei Lupi.
Il cinema francese ultimamente ha preso una strana svolta. Grazie a registi di classe come Luc Besson ha lasciato che la sua particolare sensibilità cominciasse a fondersi e ad inglobarsi con stutture cinematografiche più hollywodiane. Un esempio lampante è lo splendido (ma dallo stonatissimo e sciatto finale) I Fiumi di Porpora, dove azione, suspence ed effetti speciali si installano in una struttura portante ampia e voluttuosa. Il Patto dei Lupi fa qualcosa in più, perché alle prime due unisce una terza corrente, quella del cinema orientale.
Il risultato è un film piuttosto strano che lega in sé più di un elemento. Scenicamente splendido e accattivante ci cala in un momento di realtà storica a cui si lega doppiamente: la cornice in cui si svolgono le vicende, il punto d’origine della storia (la bestia e le sue uccisioni sono documentate. All’epoca si attribuirono le uccisioni a un loup garou, un lupo mannaro). I personaggi che tanto mi avevano catturato su quelle locandine vivono incantevoli caratterizzazioni. Il ritmo del film è forse l’elemento più stravagante. Parte veloce e incalzante per poi rallentare, soffermarsi ed ammirare. Si decanta sul territorio e i personaggi, mentre la storia ci mostra parecchi arzigogoli. Poi riprende infine di nuovo velocità, ma una velocità diversa e meno giocosa di quella che ci ha offerto al principio.
Nella fase dove il ritmo del film prende toni più allentati, oltre ad intessere alcune sottotrame che andranno poi a comporre tutto il tessuto finale, la camera scorre panoramica sui particolari, persone, cose. Si comporta in maniera esattamente contraria alla struttura delle pellicole americane, pur assorbendone alcune caratteristiche: mentre solitamente le storie d’oltreoceano di solito si muovano confuse e intricate fino alla risoluzione ad effetto finale dove tutti i nodi verranno al pettine in meticolose, intense e melodrammatiche spiegazioni, qui la storia si fa dettagliata e ci accompagna al finale, comunque d’effetto e comunque con la sua dose di colpi di scena, senza darci quell’impressione di essere stati defraudati da qualche parte di qualcosa.
I combattimenti vorticosi passano dalle giocolerie fini a sé stesse dell’inizio a elementi intessuti a diretto uso e consumo della trama. Aver inserito Dacascos (famoso tra gli appassionati di genere per aver interpretato il malinconico assassino Crying Freeman, del film omonimo) nel cast è strano ma funzionale. La prima e più grossa critica sul film è appunto nella figura che questo attore ricopre: un indiano che mostra sfoggio di arti marziali. A guardare bene però Dacascos possiede due caratteristiche che in realtà allentano questa stravaganza: i suoi tratti somatici molto particolari, meticci, lo rendono credibile anche come nativo americano e il suo stile di combattimento possiede un livello combinato di vari stili che ne fanno uno stile senza stile. Certo è che, comunque, resta un indiano che combatte con calci volanti e leve articolari, tra l’altro in splendide scene dove la regia francese offre quel tocco di stravaganza in più.
Un altro elemento particolare del film è la presenza incombente di elementi mutuati dalla bande dessineè, il fumetto francese: se siete lettori abituali, vi troverete più di una volta a “leggere” alcune scene e alcune carrellate come se fossero una sequenza di vignette in movimento.
Come ho detto il risultato è un film strano perché combinato, un patchwork che potrebbe sortire effetti strani sul pubblico. Io so solo che ho atteso quasi un anno per vederle, sono entrato con la paura di una delusione e ne sono uscito con un largo sorriso, parlandone con gliaamici e ricordandone scene per due giorni buoni...