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PARLA CON LEI (Hable con ella), regia di Pedro Almodòvar, con Javier Càmara, Leonor Watling, Dario Grandinetti, Geraldine Chaplin, Rosario Flores, Adolfo Fernandez; produzione: Spagna; distribuzione: Warner Bros; Giudizio: ****1/2

“Sono insegnante di danza e le assicuro che niente è semplice”. Questa frase di chiusura di Geraldine Chaplin ben sintetizza il tema dell’amore, sentimento complesso, incerto, rito oscuro di dedizione e prevaricazione, conquista e perdita, incontro e abbandono. Nelle sue mille sfaccettature esso cambia radicalmente a seconda che il punto di vista sia quello dell’uomo o della donna. Premettendo che in entrambi i casi si considera l’amore vero e non la proiezione dei propri egoisti, nell’uomo si assiste a una dedizione che può essere unilaterale, di tipo platonico-contemplativo: il dare senza ricevere nulla in cambio. La donna, al contrario, pur capace di grandissimi slanci, prova sentimenti che richiedono interattività: la donna si dedica fino ad arrivare al martirio, ma dall’altra parte ha bisogno di una reattività, sia essa anche la fonte stessa del suo martirio.
Il cinema in genere nelle sue rappresentazioni dell’amore ha prevalentemente utilizzato il punto di vista della donna, forse anche perché più dinamico e adatto ai suoi fini.
Almodòvar rovescia sapientemente la prospettiva, raccontandoci un intreccio di amori contemplativi. Quello dell’infermiere Benigno per la danzatrice in coma che lui contemplava dalle finestre di casa sua mentre si allenava in palestra; l’amore del giornalista Marco per la torera caduta in coma in seguito all’attacco di un toro durante la corrida; l’amore – forse puramente spirituale – tra i due uomini, accomunati da simili destini.
Entrambi gli uomini saranno sconfitti nel loro amore: il regista sembra dirci che la dedizione assoluta può essere appagante ma senz’altro alla fine non è premiante. Tuttavia, a riprova che, qualsiasi sia la prospettiva dell’amore, si è sempre in divenire e nulla dura o finisce per sempre, il film si chiude sull'esordio di un nuovo amore per Marco, il più imprevedibile, all’interno di un teatro, come all'inizio della pellicola.
Dopo il geniale Tutto su mia madre, il regista spagnolo ci regala un altro capolavoro, confermando di aver lasciato per il momento la satira trasgressiva sui costumi che ha caratterizzato la sua cinematografia degli anni Ottanta e Novanta, per dedicarsi a un discorso maggiormente intimista, con l’essere umano e i suoi sentimenti al centro dell’attenzione.
Siamo di fronte a film dalla duplice lettura: non un semplice melodramma – come potrebbe essere visto da uno spettatore superficiale o dai detrattori del regista – ma un dramma di sentimenti e situazioni, dove la lacrima diventa l’epigono di una tempesta interiore che solo i grandi registi sanno scatenare.

© Marco Ferrari 2002 - per gentile concessione dell'autore

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