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SIN CITY

L’operazione realizzata da Robert Rodriguez e Frank Miller è decisamente bizzarra. Bizzarra perché Sin City non è una trasposizione o un adattamento da un media a un altro. No, quello che vedrete passare sullo schermo cinematografico è un travaso puro e crudo delle tavole a fumetti delle tre miniserie scelte per realizzare il film, ovvero Sin City, Sin City: The Big Fat Kill (in Italia “Sesso e sangue a Sin City”) e Sin City: That Yellow Bastard (Quel Bastardo Giallo).
Stesse inquadrature, stessi dialoghi, stesso bianco e nero (o, in alcuni casi stesse scelte cromatiche).
Il casting, il make-up e il lavoro con il digitale sono stati improntati alla ricerca della realizzazione di un vero e proprio clone dell’opera fumettistica, con il solo movimento in più.
Hartigan, Gail, Marv, Dwight, Nancy. Personaggi di carta che prendono vita nel senso più stretto del termine sulle fattezze di Bruce Willis (a onor del vero perfetto ma forse dall’aria troppo giovane per il suo personaggio), Rosario Dawson, Mickey Rourke, Clive Owen, Jessica Alba.
Giusto per citare alcuni dei nomi che compongo l’illustre e ricchissimo cast di questa pellicola (potremmo citare ancora Benicio Del Toro, Elijah Wood, Michael Clark Duncan, Rutger Hauer, lo stesso Frank Miller in un cameo). Certo verrebbe da chiedersi, a questo punto, “a che pro?”. Difficile dare una risposta obiettiva da parte di un fan del fumetto.
Vedere Sin City il film è esattamente come rileggere Sin City il fumetto. Qualche riduzione qui e lì, qualche salto (soprattutto nella storyline del bastardo giallo), ma per il resto ci troviamo davanti al lavoro di adattamento più fedele che si potesse anche solo immaginare. Tutta l’esasperazione e le spigolosità di personaggi eccessivi partoriti dal noir esplodono sullo schermo come esplodevano sulla tavola.
Il risultato visivo è impressionante e affascinante.
La compattezza è tale che vedendolo è impossibile distinguere in quale punto possa essersi inserita la special guest direction di Quentin Tarantino (l’ipotesi più accreditata quella in cui Mio, prostituta ninja, fa strage di un gruppo di balordi in un’auto).
L’utilizzo del digitale trasforma attori, sfondi e situazioni in un vero e proprio cartoon con attori. Difficile non rimanerne affascinati. Tanto quanto non è difficile rimanere perplessi.
Stiamo parlando di un fumetto (e in particolare di un fumettista) dall’animo particolarmente cinematografico. C’è una misura, una cineticità, uno sguardo molto vicino al cinema nelle opere di Frank Miller. Un registro stilistico che è anche frutto della sua passione per il fumetto più dinamico e “animato” del mondo, il fumetto giapponese (Miller è stato tra i primi a porre l’attenzione statunitense su un fumetto che tanto si concentra sul concetto di movimento). Il ritorno del Cavaliere Oscuro, Sin City, 300. Tutte storie dal forte sapore di cinema.
Sin City film si può definire poco altro che l’atto d’amore di un grande appassionato dedicato a tutti gli altri appassionati, magari anche con la speranza di far arrivare il fumetto a un pubblico che, probabilmente, mai lo avrebbe avvicinato.
Da questo punto di vista l’operazione si può considerare un grande successo.
La domanda “a che pro” resta però comunque sospesa.
Sospesa sopra quello che appare come una sperimentazione che, al di fuori del circuito degli appassionati di comics, sta trovando consensi sì, ma non grandi entusiasmi.
Insomma una visione piacevole, gradita, ma che lascia con qualche nota stonata.
La cosa bizzarra è che probabilmente la stonatura più forte, in termini cinematografici, non sta nelle sperimentazioni visive, che sono il più grosso elemento di fascinazione, ma le didascalie. O, meglio, le voci fuori campo che in questo enorme lavoro di rispetto totale dell’opera originale si sono trasformate in voce fuori campo. Voce, voci, che sovrabbondano e forse stordiscono il normale fruitore da sala, che ne rimane leggermente spiazzato.
Le didascalie di pensiero di questo genere, nel fumetto, assumono una funzione di collante, una sorta di colonna sonora empatica tra il lettore e il personaggio. Una vera e propria traduzione della prima persona tipica del noir (Chandler docet) in una diversa forma narrativa.
Le didascalie non hanno tutte un’incisività forte, anzi spesso sono un surplus alla narrazione, alla quale non aggiungono nulla, ma arricchiscono il rapporto affettivo tra il lettore e il protagonista. Immedesimazione e partecipazione, oltre che, ovviamente, approfondimento psicologico.
Ma al cinema la voce fuoricampo è uno strumento delicato, rischioso. E già per sua natura non gradito a tutti i tipi di pubblico.
In questo, il suo sapore prettamente fumettistico ha sul film un effetto vagamente stordente. Risulta un sapore nuovo, esotico, con cui diventa difficile rapportarsi e che forse suona un po’ fuori posto o eccessivo. Probabilmente su questo si sarebbe dovuti intervenire con una sensibilità più vicina al concetto di adattamento. Per passare da una forma artistica a un'altra molte volte tradire è l’unico modo di rispettare.
E, ancora, c’è un’altra scelta che pone qualche perplessità. Il film appare come un vero e proprio film in tre episodi. Ci si aspettava una mescolanza, un alternanza tra le tre storie maggiore. Anche perché così, il personaggio che più resta tagliato fuori dall’attenzione è il vero cuore della serie a fumetti, lei, Ba(sin) City.
Chiudere il cerchio parlando di questo film continua a essere difficile. Uno splendore visivo. Un’ottima colonna sonora. Attori di grande impatto che fanno egregiamente il loro lavoro. Due ore appassionanti. Sicuramente un ottimo fumetto.
Un ottimo film? Un inizio sarebbe fare la domanda a qualcuno che il fumetto non lo ha nemmeno mai annusato.

© Paolo Ferrara 2005 - per gentile concessione dell'autore

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