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drive magazine © Stefano Marzorati 2010

 

ROCK E FANTASCIENZA: L’UOMO CHE CADDE SULLA TERRA…
di Stefano Marzorati

Il sole si rigira con un leggiadro movimento
Noi stiamo partendo con una morbida esplosione
Diretti verso una stella con oceani di fuoco
E’ davvero così fuori mano
Siete a cento anni luce di distanza da casa
(2000 Light Years from Home, The Rolling Stones, 1967)


Il connubio tra rock e fantascienza ha il sapore, più che di un flirt passeggero, di un vero e proprio amore di vecchia data, le cui radici affondano in un magma multiforme fatto di passione sentimentale, sfogo intellettuale e gioco estetico-intellettuale. Alla base di questo connubio sta innanzitutto un curioso e importante parallelismo tra rock e fantascienza. Quest’ultima, infatti, nacque e si sviluppa dapprima sulle pagine di rivistine popolari (le cosiddette pulp magazines) restando per lungo tempo rinchiuso nel ghetto della letteratura popolare o,meglio, della “sottocultura popolare” insieme ad altri generi come l’orrore, il giallo e il mystery. In seguito, negli anni Sessanta, grazie all’introduzione sempre più massiccia di tematiche colte e impegnate, al successo crescente di pubblico e all’interesse delle grosse case editrici, il genere approdò verso pubblici più culturalmente elevati, ottenendo allo stesso tempo il pieno riconoscimento della critica ufficiale.Come la fantascienza anche il rock, nella sua forma primigenia, il rock’n’roll, ha seguito lo stesso percorso. Negli anni Cinquanta, nelle sue prime “diramazioni” bianche (da Elvis Presley a Eddie Cochran) era visto con disprezzo dal sistema culturale egemone e seguito con passione da un pubblico sempre più vasto di fruitori. Soltanto all’inizio degli anni Settanta una parte di esso avrebbe cominciato ad ottenere riconoscimenti da parte ufficiale,ottenendo così la sua prima qualificazione culturale. Oltre a questo dato storico, rock e fantascienza sono andati a braccetto sotto il segno di un comune interesse per la diversità: nella fantascienza il fascino alieno delle tematiche trattate, nel rock un certo ribellismo che ha sempre rappresentato il motore propulsore dei suoi momento migliori.

Loving the Alien canterà Bowie molti anni dopo aver invocato un “uomo delle stelle” che scendesse sulla terra per sconvolgere la devastante normalità della civiltà britannica. Cronologicamente, però, occorre tornare più indietro negli anni, precisame te al 1963, per scoprire il primo punto d’incontro tra musica e fantascienza che, curiosamente, non appartiene al territorio del rock ma a quello del jazz. Nelle note di copertina di un disco attribuito al trombettista Dizzy Gillespie e ai Double Six of Paris leggiamo, infatti, che alcuni dei brani del disco sono ispirati al romanzo The Sword of Rhiannon della scrittrice americana Leigh Brackett, al capolavoro della fantascienza tecnologica I, Robot di Isaac Asimov e al romanzo “Green World”, dell’inglese Brian Aldiss, un personaggio che, di lì a pochi anni, sarebbe diventato l’esponente di punta della nuova fantascienza di impostazione e critica sociale. Più avanti negli anni, in piena epslosione del fenomeno beat, neppure i Beatles e i Rolling Stones si sottraggono all’omaggio/contaminazione con la FS. I primi con il brano Tomorrow Never Knows (incluso nell’album Revolver del 1966), i secondi con due tratti da Their Satanic Majesties, 2000 Man e 2000 Light Years from Home (il cui testo abbiamo citato in apertura). Il primo racconta di un uomo del futuro schiavizzato e computerizzato, il secondo di un astronauta perduto nello spazio a migliaia di anni luce dal proprio pianeta. Lo stesso astronauta che, qualche anno più tardi, sarà protagonista del quadretto narrato nella celebre Space Oddity di Bowie. E’ lui tra i musicisti rock quello che sembra più incline a coltivare “relazioni aliene”, tanto da assumere l’identità fittizia di Ziggy Stardust, il marziano caduto sulla terra e diventato celebre dopo avere assunto i panni del musicista rock (nel concept album The Rise and Fall of Ziggy Stardust). Bowie proseguirà questa sua passione fino a oggi, adeguandosi ai nuovi tempi e avvalendosi di sempre più nuove e sofisticate tecnologie. Non a caso il maggiore Tom protagonista di Space Oddity ritorna a fare la sua comparsa nell’enigmatica Ashes to Ashes contenuta nell’album Scary Monsters. E’ lui, insieme a Ziggy Stardust, l’alter ego del musicista: se Ziggy è la divinità, l’essere altro da noi, il buon maggiore rappresenta invece la parte umana più vulnerabile e miseranda, quella che aspira ad “arrivare alle stelle”. Entrambi, però, sembrano destinati a cadere.

Nella seconda metà degli anni Sessanta Londra vede la nascita del movimento psichedelico e di un clima visionario ricco di fermenti e ansie creative. Nel quadro del sempre più crescente interesse per le droghe, le visioni procurate dagli “additivi del sogno” rappresentano lo strumento ideale per quella “espansione dell’area della coscienza” auspicata dai guru alla Leary. La possibilità che si apre di accedere a una nuova dimensione di libertà interiore e, assieme a questa, una nuova consapevolezza politico-sociale, piacciono alle nuove generazioni e diventano un focolaio di ispirazione e un vero e proprio strumento espressivo. Non é un caso che il locale londinese più “in” dell’epoca diventi l’UFO, un luogo dove si esibiranno i massimi esponenti della nuova scena musicale: dai Soft Machine (ispirati nel nome all’omonimo romanzo di Burroughs) ai Pink Floyd del geniale Syd Barrett. Sono proprio questi ultimi a rappresentare la massima incarnazione del verbo fantascientifico, con i primi album (The Piper at the gates of Dawn e A Saucerful of Secrets) e lunghe composizioni come Astronomy Domine e Interstellar Overdrive . E’ il periodo in cui la rivista principe della controcultura inglese, ”IT”, consiglia ai propri lettori di leggere un qualsiasi romanzo di A. Van Vogt ascoltando un disco dei Floyd e fumando, allo stesso tempo, uno spinello. Negli stessi anni, oltre oceano, negli Stati Uniti, culla della FS e del rock’n’roll, si sviluppa un medesimo grado di interesse verso la fantascienza da parte del nuovo movimento giovanile e dell’ambiente musicale underground. Parecchi gruppi della fortunata scena di San Francisco cominciano a fissare su vinile le proprie visioni stellari. I Grateful Dead di Jerry Garcia, per esempio ( con album come Aoxomoxoa e brani come Cosmic Charlie) ma, soprattutto, i Jefferson Airplane di Paul Kantner e Grace Slick. L’amore dei due per le letture fantascientifiche dà vita a canzoni come Crown of Creation (nel disco omonimo), e a un album-manifesto, Blows Against the Empire, una ambiziosa saga anarchico-stellare dove si riversano tutte le speranze della giovane nazione underground. E’ la storia della fuga del popolo hippie dalla Terra, ormai controllata, senza speranza, dalle forze della conservazione, verso un’utopia spaziale lontana dalle logiche di sopraffazione del potere, fatta di libertà, di autodeterminazione e di consapevolezza. Nelle note di copertina il gruppo ringrazia tre importanti autori statunitensi per essere stati una preziosa fonte di ispirazione: Theodore Sturgeon, Kurt Vonnegut e Robert Heinlein. Quest’ultimo, insieme a William Burroughs (con la trilogia Il pasto nudo, The Soft Machine e Nova Express), fornirà al rock fantascientifico abbondante materia di ispirazione con il memorabile romanzo Straniero in terra straniera, storia di Valentine Smith, terreste allevato dai marziani, che ritorna adulto sul pianeta madre per conoscere la civiltà terreste. Ironico e graffiante, swiftiano nella feroce critica dei tabù e delle convenzioni dei propri simili, le gesta dello “straniero in terra straniera“ ispireranno non poco il Bowie che abbiamo citato poco sopra e, con lui, tutta un’intera generazione di musicisti, da Frisco a Londra.

Accanto alle visioni di un futuro utopico, il rock fantascientifico ha, naturalmente, assorbito anche le previsioni più oscure e apocalittiche di certa fiction d’anticipazione. In tal senso i modelli di riferimento più sfruttati e citati sono stati sicuramente 1984 di George Orwell e Arancia meccanica, di Anthony Burgess. Non solo Bowie (con l’album Diamond Dogs) ma tutta la generazione successiva, quella del punk e della new wave, troveranno tra le pagine di questi due libri spunti e suggestioni con cui raccontare microstorie di alienazione, disperazione e, alla fine, fortunatamente, anche di rivolta.

© Stefano Marzorati 2004