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DA
QUALCHE ALTRA PARTE. CON I MARILLION
intervista a cura di
Andrea Voglino
La prog band simbolo degli anni '80 celebra il quarto
di secolo di attività con un album inedito, nei negozi
dal 9 aprile 2007. E il rock melò di Kayleigh
lascia il posto a sonorità inquiete e up-to-date...
il tastierista Mark Kelly racconta i “nuovi”
Marillion.
Nel bel mezzo di un gelido inverno del 1988 Derek William
Dick, meglio noto come Fish, annunciava il suo addio ai Marillion.
Sembrava la fine di una piccola grande firma del rock Anni
80. E invece, da allora, la band di Aylesbury ha cambiato
cantante e ha fatto molta strada. Certo, i tempi dei grandi
successi sono ormai lontani. Ma giunto al traguardo del quattordicesimo
disco, il gruppo capitanato da Steve Hogarth è diventato
un fenomeno di culto con uno stile proteiforme e inconfondibile.
Lo dimostra il nuovo Cd “Somewhere Else”, in uscita
in tutti i negozi dal 9 aprile 2007. Ne parliamo con Mark
Kelly, storico tastierista del quintetto, di passaggio a Milano
per un tour promozionale.
Cominciamo dal vostro approccio nei confronti dell’eroica
fan base dei Marillion. Se con i due precedenti album “Anoraknophobia”
e “Marbles” avevate richiesto ai vostri fan di
finanziare la produzione al buio, con “Somewhere Else”
sembrate essere tornati a un approccio più tradizionale…
Sì, in effetti è così. All’epoca,
molti addetti ai lavori avevano salutato la prevendita dei
nostri album come l’ultimo ritrovato nel campo del marketing
discografico… ma in realtà si è trattato
di qualcosa di molto più spontaneo. Volevamo evitare
“inciuci” con le case discografiche, perché
ci avrebbero fatto pagare il budget necessario a produrre
i nostri album con un’infinità di cavilli e grattacapi.
Più o meno nello stesso periodo, i nostri fan americani,
cui avevamo annunciato via e-mail di non poter andare in tour
negli States per mancanza di fondi, hanno organizzato una
sottoscrizione on line che ha portato nelle nostre casse il
necessario per muoverci, cioè 60.000 dollari…e
al di là del bel gesto, in quell’occasione abbiamo
capito di poter coinvolgere il nostro pubblico anche in un’operazione
“borderline” come il finanziamento di un album
al buio. Ma è un po’ come con gli amici più
cari: puoi chieder loro di prestarti dei soldi una volta,
magari due, ma poi arriva il momento in cui ti senti in imbarazzo.
In più, il successo di “Marbles” ci ha
dato la possibilità di lavorare in tutta tranquillità,
producendo “Somewhere Else” senza troppi problemi
di scadenze e cesellandolo in ogni dettaglio con un occhio
al budget: siamo riusciti a farci star dentro anche la nostra
prossima tournée e la lavorazione del prossimo disco.
Un rapporto così stretto con la Rete vi avrà
sicuramente permesso di farvi un’idea molto precisa
del vostro pubblico e dell’evoluzione che ha subito
nel vostro quarto di secolo di attività.
Certo, ormai sappiamo moltissimo della composizione del nostro
pubblico, dall’età media, alla nazionalità,
ad altri dettagli… all’epoca del nostro debutto,
la maggior parte delle persone che compravano i nostri dischi
e venivano ai nostri concerti erano intorno ai vent’anni.
Nel corso del tempo, lo “zoccolo duro” è
invecchiato insieme con noi, ma sono saltati a bordo tanti
giovanissimi che ai tempi di “Script For A Jester’s
Tear” non erano ancora nati. Così oggi possiamo
contare su un pubblico transgenerazionale. Ci sono i vecchi
fan, e spesso anche i loro figli… È un bel cocktail.
Durante gli ultimi anni, avete completamente abbandonato
il tipico sound di vecchi cavalli di battaglia come “Market
Square Heroes” a “Assassing” per spostare
il vostro sound su un approccio più simile a quello
dei Japan o dei Talk Talk di “The Colour of Spring”…
Abbiamo presentato cinque degli ultimi pezzi in anteprima
qualche settimana fa, e il pubblico li ha accolti benissimo.
Anche se il nostro sound odierno, rispetto a quello di un
tempo, è sicuramente più scarno e “organico”
– il che spiega anche il tuo paragone con i Talk Talk,
che trovo abbastanza condivisibile – il “family
feeling” mi sembra lo stesso di sempre. Ma francamente,
non so se la prima impressione sia quella giusta: come immaginerai,
a proposito della nostra musica non riesco a essere obiettivo.
In ogni caso, al momento stiamo provando come dannati, e peschiamo
da tutto il repertorio: posso anticiparti che durante il nostro
prossimo tour suoneremo sia gli ultimi pezzi sia qualche “vecchia
gloria” a sorpresa.
Da un primo ascolto del vostro disco, “Somewhere
Else” mi sembra molto affine a dischi come “Brave”
or “Afreid of Sunlight”… un disco da assaporare
per intero, molto intenso e stratificato…
“Somewhere Else” è la conseguenza logica
di “Marbles”. È un po’ come se fossimo
ripartiti da lì scartando “pezzi facili”
come “You’re Gone” o “Don’t
Hurt Yourself”. I testi sono tutti molto personali e
anche un po’ melodrammatici: si parla dello spaesamento
di chi cambia vita suo malgrado dopo un divorzio, dell’interventismo
statunitense e così via. Quindi, in generale, il tono
dell’album è abbastanza dark. Però ci
siamo presi una piccola rivincita con il pezzo che conclude
l’album, “Faith”: una ballata che ha qualche
affinità con l’ultimo movimento di “Brave”,
“Made Again”, e che stempera il tono drammatico
dell’album con una pennellata di ottimismo. Inizialmente,
avevamo pensato di concludere l’album con “The
Last Century for Man”, ma poi ci abbiamo ripensato,
il troppo stroppia (ride).
Parte del merito forse va anche al vostro nuovo produttore,
Mike Hunter. È molto diverso il suo approccio da quello
dello “storico” Dave Meegan?
Sì, è abbastanza diverso, perché Mike
è un musicista completo, un ottimo tastierista, quindi
ha molte più soluzioni da proporci rispetto a Dave,
che ha sempre limitato il suo apporto al sound e alla tecnologia.
La sezione archi che abbiamo inserito in “The Last Century
For Man”, per esempio, è tutta farina del sacco
di Mike. All’inizio, credo che si sentisse un po’
sotto esame, e si preoccupasse di non sottrarre troppo spazio
ai “veri” membri del gruppo: ma col tempo, ha
imparato a infondere nei suoi pareri un maggior peso specifico,
e a integrare alla perfezione le sue idee nella trama musicale
del nuovo Cd. In più, ci ha riportato con i piedi per
terra in tutte le occasioni in cui, per il superlavoro, avevamo
perso entusiasmo per certi pezzi: non faceva altro che ripeterci
“Pensa a quant’eri entusiasta di questo passaggio,
la prima volta che l’hai sentito”. Il che, quando
sudi su un album per più di un anno accumulando jam
session su jam session, è fondamentale.
Un’ultima domanda: corre voce che abbiate inenzione
di far uscire il vostro prossimo album a breve. Quali saranno
i punti di contatto con “Somewhere Else”, e quali
le differenze stilistiche?
Be’, la maggior parte dei pezzi che inseriremo nel prossimo
album sono nati durante le session di “Somewhere Else”,
e credo che i legami di parentela con il nuovo Cd siano evidenti.
Ma stiamo lavorando su due o tre pezzi completamente inediti,
e intendiamo dar loro una fisionomia e una direzione musicale
propria, senza porci troppi problami di coerenza con quello
che abbiamo fatto in passato. Non so cosa ne verrà
fuori, ma al momento le premesse sembrano ottime!
© Andrea Voglino 2007 - per gentile concessione
dell'autore
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