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UN ALCHIMISTA FRA I PORCOSPINI - INTERVISTA A RICHARD BARBIERI
DEI PORCUPINE TREE
a cura di Andrea
Voglino
Freddo, fa freddo, dietro le quinte dell’Alcatraz. Ma
per scaldarsi ci sono ancora almeno un paio d’ore, quelle
che precedono un live act che per i Porcupine Tree
si rivelerà più affollato e rovente che mai.
Per ingannare il tempo, facciamo quattro chiacchiere con Richard
Barbieri, tastierista della band inglese con alle spalle un
ruolo di primo piano in gruppi di culto come Japan e Rain
Tree Crow. Alla soglia dei 50 anni, Barbieri unisce a una
compostezza tipicamente british una disponibilità
degna della sua lunga carriera: look all black e
ciuffo alla Tim Burton, si stravacca sul divano in similpelle
e comincia a raccontarsi.
Visti i tuoi trascorsi in un gruppo tipicamente new
wave come i Japan, trovo abbastanza curioso che tu abbia “sterzato”
verso il progressive dei Porcupine Tree. Puoi raccontarci
come è cominciata la tua collaborazione con il gruppo?
È stato un colpo di fortuna. Ho incontrato Steven Wilson
durante la mia parentesi nei No-Man. Il cantante del gruppo,
Tim Bowness, era un suo grande amico e me l’ha presentato.
Poco dopo, Steven mi ha chiesto di dargli una mano come session-man,
e. da quelle session è nato “Up the downstairs”,
un album molto elettronico e “trance” in stile
The Orb. A quel punto abbiamo cominciato a chiederci cosa
fare con l’album successivo, “The Sky Moves Sideways”,
che si preannunciava come un lavoro decisamente più
prog. Con i Japan non avevo mai avuto la possibilità
di giocare tanto con gli effetti e le trame del suono, così
ho deciso di insistere. La cosa che mi dà più
soddisfazione, con i PT, è la possibilità di
combinare le mie ricerche sonore con un’energia tipicamente
rock.
D’altronde, i suoni che usi adesso sono molto
diversi da quelli del tuo periodo Japan.
Be’, qua e là qualche analogia con i Japan di
“Tin Drum” c’è… anche se il
lavoro che svolgo con i PT parte da un punto di vista diametralmente
opposto. Nei Japan, comandavano le tastiere, mentre il suono
dei PT si basa tutto sulle chitarre. In più, se ci
fai caso, il carattere dei Japan stava tutto nelle pause,
nei silenzi, nei “vuoti” fra un accordo e l’altro,
mentre qui l’impasto sonoro è ricco e stratificato,
e lo sforzo sta nella ricerca di un preciso equilibrio sonoro
fra le tastiere e gli altri strumenti. Si suona in libertà
condizionata, perché lo spazio per i singoli performer
è molto limitato, ma puntando tutto sulla personalità.
In più, quello con i PT è un lavoro d’equipe:
questo ci offre molto più controllo sul prodotto finale,
e uno spirito di gruppo da autentica band.
Steve è molto più giovane di te. Hai
avuto problemi a relazionarti con un musicista di una generazione
successiva alla tua?
No. È vero che sono il decano del gruppo, perché
ho cinque anni più di Gavin, undici più di Colin
e dieci più di Steven. Ma anche se ho cominciato a
interessarmi di musica con qualche lustro d’anticipo
rispetto a Steven, abbiamo molte “affinità elettive”.
Dopotutto, lui è sempre stato un grande appassionato
di musica anni 70, e più di molti altri ha saputo capirne
e interpretarne i linguaggi e i presupposti. Per cui, non
ho sentito minimamente il “gap”.
L’ultimo album, “Fear of a Blank Planet”,
ha un sound molto aspro e “in linea” con i tempi,
e mi sembra che stia andando piuttosto bene…
Per un concept album, “Fear of a Blank Planet”
sta andando a gonfie vele. Ha venduto oltre 200.000 copie
in tutto il mondo, in molti Paesi europei è arrivato
a ottimi piazzamenti in classifica. Penso soprattutto all’Olanda,
dove ha ottenuto il 10° posto in classifica, o alla Germania,
dove si è piazzato al 20° posto. Ovviamente, in
termini di popolarità, la differenza si nota: ai concerti
c’è più folla, e le date si moltiplicano.
abbiamo appena suonato a Mexico City di fronte a un pubblico
straordinario, e abbiamo altre date in Finlandia, in Australia…
Album che vince non si cambia. Sfrutterete temi e
spunti analoghi anche nel prossimo disco?
Credo che andremo in una direzione completamente diversa.
“Fear of a Blank Planet” ha un tema che fa storia
a sé, ed è come un romanzo con un principio
e una fine. Gli spunti su cui stiamo lavorando adesso sono
ancora da perfezionare e arricchire, ma quello che ho sentito
finora ha un sapore elettronico e sperimentale molto più
marcato. Non necessariamente più “soft”
o più “hard”, ma semplicemente diverso.
D’altronde, quello dei PT è un suono in continua
evoluzione.
Un’ultima cosa. Dopo il tuo primo album “Things
Buried” conti di produrre altri lavori solisti in futuro?
Sì, l’anno venturo approfitterò di una
pausa per realizzare un altro lavoro solista. Anche in quel
caso conto di andare in una direzione molto sperimentale.
Con “Things Buried” ho compiuto i primi passi,
ora conto di proseguire sulla stessa strada e vedere dove
riesco ad arrivare. Per il resto, ho in ballo una collaborazione
estemporanea con un gruppo di musica elettronica, The Bays:
si tratta di una sorta di divertissement live per cui ci si
ritrova a suonare concerti all’insegna dell’improvvisazione
senza registrare nulla. Per i dischi, sono più che
soddisfatto dei Porcupine Tree.
© Andrea Voglino 2007 - per gentile concessione
dell'autore
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