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LA
MORTE IN CLASSIFICA (1971)
Due
canzoni apparse nel 1971 sembrarono in qualche modo trarre
spunto sia dai brutali eventi che avevano scosso i tardi anni Sessanta,
sia dal sinistro e crescente senso di impotenza che sembrò
accompagnarli. Il rock'n'roll aveva ormai salda-mente preso
possesso delle onde radio, ma questi due brani furono portatori di
un nuovo, stupefacente attacco alle conven-zioni, introducendo in
classifica un concetto e un'immagine della morte che mai, prima d'allora,
si erano fatti strada.
Stiamo parlando di Timothy dei Buoys, che raggiunse
il numero diciassette delle classifiche durante l'estate, e di DOA
dei Bloodrock, che si era guadagnata la trentaseiesima
posizione pochi mesi prima. Entrambe rappresentarono l'inizio di una
nuova tendenza, che non era né cinica né razionale ma
che, piuttosto, prendeva avvio da certe tendenze proclamate dalla
cultura dei tardi anni Sessanta, portandole alla loro logica e naturale
conclusione. DOA, in particolare, si collocò come una
sorta di premessa a quella nuova ondata di orrore cinematografico
che sarebbe esplosa, due anni più tardi, nel 1973, con L'esorcista
di William Friedkin, la pellicola che inaugurò una profonda
e sconvolgente svolta del genere, una "rinascita" che durò
almeno per una quindicina d'anni. Un periodo durante il quale lo spettacolo
della morte venne messo in scena in maniera feroce e brutale da una
significativa schiera di autori, tra i quali spiccarono George
Romero, Tobe Hooper, John Carpenter, Wes Craven
e il primo David Cronenberg. La ridefinizione dell'orrore che
questi registi, e tutta una produzione minore indiscutibilmente legata
all'opera dei maestri, misero in atto fu, in seguito, all'origine
del revival horror che caratterizzò alcuni gruppi postpunk
dei primi anni Ottanta, come i Cramps,
e provocò la nascita del sottogenere thrash-death, che
vide tra i suoi campioni i famigerati Slayer.
L'importanza di DOA risiede dunque nell'aver eliminato ogni
traccia di quell'orrore sgangherato, innocuo e risibile, che aveva,
in passato, caratterizzato il rock'n'roll horror di canzoni
come The Monster Mash o Dinner
with Drac. Inoltre, a differenza del death rock degli anni
Sessanta, la canzone non si chiudeva affatto con la tradizionale e
inevitabile riunione ultraterrena della coppia, un lieto fine a ben
vedere, ma su toni decisamente più sinistri.
L'ambientazione cupa della canzone dei Bloodrock si nutriva di quelle
atmosfere di cui erano ricchi i filmati promozionali, gli educational
film del governo, mostrati nelle scuole in quegli anni, in particolare
quelli dedicati alla sicurezza stradale.
Documentari "educativi" in cui al tono pacato della voce
del commentatore si accompagnava un campionario di immagini tutt'altro
che rassicuranti, comprendente visioni di lamiere contorte e corpi
maciullati. Questi spettacoli di morte, mostrati naturalmente a fin
di bene, dovevano, secondo le intenzioni dei legislatori, suscitare
nella gioventù, tramite il valore dello choc, un sano
rispetto delle regole e del comportamento civile. DOA riprende
proprio da questo piccolo universo macabro la sua lugubre trama, arricchita
di dettagli raccapriccianti, ma non sembra, alla fine, interessata
a esprimere giudizi di sorta o commenti: è piuttosto uno "sguardo"
distaccato che si basa sulla nuda e cruda "cronaca" degli
eventi descritti. Nella versione del pezzo apparsa sull'album DOA
si dilata, più di otto minuti. L'ambientazione è quella
del retro di un'autoambulanza, con tanto di sirena (simulata da un
riff di organo) che appare nel coro (un elemento che venne
in seguito eliminato dal singolo perché troppa gente, ascoltandola
in macchina, si sentiva in dovere di accostare ai bordi della strada).
Il protagonista, a cui il cantante Jim Rutledge fornisce la
propria rauca voce, è stato appena coinvolto in un tremendo
incidente - difficile dire se d'aereo o di auto - e descrive la propria
esprienza con dettagli precisi e strazianti: "Qualcosa di caldo
sta scorrendo lungo le mie dita, la vita sta scivolando via dal mio
corpo... Le lenzuola sono rosse e bagnate dove sono sdraiato",
"Cerco di muovere il mio braccio e non sento nulla, e quando
guardo mi accorgo che non c'è più", "La ragazza
che conoscevo ha uno sguardo così distante". La canzone
si conclude, poi, con un'estrema invocazione, "Dio del cielo,
aiutami a morire", mentre il ritmo dell'accompagnamento si spegne,
a simboleggiare l'arresto del battito cardiaco del narratore.
In contrasto con il tono deprimente e drammatico di DOA, Timothy
dei Buoys sembra apparentemente offrire una rappresentazione
della morte, e dell'atrocità a essa connessa, più leggera,
in linea con il pop più becero e commerciale. Tuttavia,
è proprio questa sua dimensione di storiella tra amici che
la rende particolarmente disturbante, unita al profondo senso di orrore
che scaturisce dallo scenario: alcuni amici intrappolati in una miniera
iniziano a praticare, tra di loro, come estrema risorsa di sopravvivenza,
il cannibalismo.
Timothy è, ovviamente, la vittima designata quando Joe, uno
dei suoi compagni dice che avrebbe "venduto la sua anima, anche
per un solo pezzo di carne..." Timothy diventò
immediatamente oggetto di culto nei campus universitari, ma
non fu mai al centro di campagne censorie a dispetto di quanto aveva
sperato il suo autore, Rupert Holmes.
Due altre canzoni dei primi anni Settanta meritano di essere segnalate,
anche se non possedevano il fascino e la forza di DOA e di
Timothy. La prima è Seasons in the Sun, numero
uno nel 1974 (l'anno in cui l'America stava cercando di scacciare
definitivamente i fantasmi del Vietnam), che racconta la storia di
un uomo che sta morendo di cancro. La seconda è, stranamente,
il remake della vecchia Monster Mash (già numero
uno nel 1962), che riapparve nel 1973 e conquistò
la decima posizione.
Rock'n'roll
Noir © 2004 Stefano Marzorati |
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