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MOLOCH (Moloch), regia di Aleksandr Sokurov, con Elena Rufanova (Eva Braun), Leonid Mosgovoi (Adolf Hitler), Leonid Sokol (Josef Goebbels), Vladimir Bogdanov (Martin Bormann), Anatoli Schwederski (il prete); fotografia: Aleksei Fyodorov, Anatoli Rodionov; distribuzione: Istituto Luce; commento:*** 1/2

Moloch, il terribile dio del sacrificio umano, da tutti odiato e temuto ma da nessuno contrastato, per servilismo o passività, per complicità o opportunismo: in ogni caso, tutti sono complici nell'ascesa e nel consolidamento al potere di un pazzo. Solo colui che osa opporsi può essere assolto. 1942, incombe sul Terzo Reich il problema del fronte orientale: un Hitler ipocondriaco e stressato decide di passare una giornata di riposo, in compagnia dei suoi più fedeli lacchè, nel suo rifugio di montagna sulle Alpi Bavaresi. Si tratta del Nido d'Aquila di Berchtesgaden, una grigia fortezza arroccata su cime impervie quasi costantemente immerse nelle nubi.
Da questo spunto il regista russo Aleksandr Sokurov, di cui ricordiamo il bellissimo "Madre e figlio" (1997) ci mostra uno spaccato inedito (ma storicamente provato; tutti i dialoghi sono stati presi da conversazioni documentate) del gotha del Terzo Reich. Personaggi privi del benchè minimo spessore intellettuale, Bormann e Goebbels, sono assorbiti da un gioco di potere fatto di meschine rivalità per cercare di accattivarsi i favori di un Adolf Hitler annoiato, quasi assente. Questo taglio particolare dato alla figura del Fuhrer é benissimo interpretato da Leonid Mosgovoi, con un'interpretazione misurata.
Due scene esemplari: quella in cui Bormann e Goebbels si mettono ai lati di "Adi" che, in piedi guarda il cinegiornale con il reportage sul fronte russo e quella, a pranzo, con I due gerarchi che fanno a gara per compiacere il Fuhrer, approvando le sue deliranti affermazioni o ridendo alle sue battute patetiche. Sokurov lancia anche come provocazione la tesi - storicamente discutibile ma sostenuta da alcuni - che il Fuhrer non fosse a conoscenza dei campi di sterminio, tant'é vero che a un certo punto chiede spiegazioni su cosa sia Auschwitz.
Interessante anche la figura di Eva Braun (Elena Rufanova), l'unico vero antagonista intellettuale di Hitler. Quando il regista la ritrae mentre si esibisce in esercizi ginnici a corpo libero e in passaggi sugli anelli ci richiama la cinematografia di Leni Riefenstahl - una delle più grandi registe del 20° secolo, legata purtroppo doppio filo col regime nazista - in particolare il mitico documentario sulle Olimpiadi di Berlino del 1936. Una nota particolare alla fotografia di Aleksei Fyodorov e Anatoli Rodionov che con i colori sbiaditi virati su nero e verde contribuisce massimamente a rendere l'atmosfera decadente e permeata di un senso di morte incombente.

© Marco Ferrari - per gentile concessione dell'autore

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