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LA
MORTE E IL POETA: LOU REED
"Ho
preso una grossa decisione, cercherò di annullare la mia vita..."
(Heroin, Lou Reed)
"Ora Sally non può più ballare. Sally non ce la
fa più... L'hanno trovata nel bagagliaio di una Ford e non
balia, non balia più..."
(Sally Can't Dance, Lou Reed)
"Ho subito ventiquattro elettroshock quando avevo dicias-sette
anni. Immagino che questo mi abbia spinto a scrivere questo genere
di cose."
(Lou Reed)
I
rimproveri più comunemente rivolti a Lou Reed e
ai Velvet Underground sembrano nascere da alcuni
dei pezzi della loro prima produzione, come Heroin, Venus
in Furs e Sister Ray. L'accusa più ricorrente è
quella di glorificare la violenza, la morte e la depravazione attraverso
la musica. Tralasciando
l'ipotesi, più che ovvia, che tutto questo odio e questa disperazione
facessero, in realtà, parte di una calcolata strategia commerciale
(in cui ci fosse anche lo zampino di Warhol) il problema, tuttavia,
è un altro e ci riconduce al vecchio discorso su come un'immagine
sbagliata possa deviare le opinioni della gente, e condurle lontano
dalla verità. A quasi trent'anni di distanza dalla pubblicazione
di The Velvet Underground and Nico, la verità
è probabilmente un'altra, e di segno totalmente opposto: pochi
artisti come Lou Reed hanno saputo introdurre nel rock'n'roll una
visione così genuinamente moralistica dell'esistenza e delle
sue miserie. Certo, alcuni episodi della lunga carriera solista di
Lou Reed hanno contribuito in modo determinante ad alimentare il suo
ruolo di poeta della decadenza e della dissolutezza, tutto teso a
raggiungere l'annullamento della propria personalità e della
propria esistenza.
Basta ricordare certe dichiarazioni di ambiguità sessuale offerte
negli anni Settanta e un'esibizione dal vivo, nel 1974, che comprendeva
l'iniezione in diretta di una dose di droga. Tutti questi elementi
e i precedenti accumulati con i Velvet Underground sembravano convalidare
ancora una volta il vecchio teorema usato in altre occasioni per tanti
altri colleghi. Un teorema composto da una serie di regole terribilmente
semplici e quasi angoscianti nella loro banalità: non oltrepassare
mai la soglia dei cinquant'anni, accumulare una notevole mole di lavoro
da lasciare ai posteri e condurre un'esistenza il più possibile
dissipata. Ed è proprio nel tentare di applicare queste regole
alla personalità di Lou Reed che le cose diventano un po' più
intricate.
Nella prosa disadorna ed essenziale delle canzoni dell'artista newyorkese,
il desiderio di morte non è mai presente come semplice e codardo
andito all'oblio, al nulla. Emerge, invece, come un impulso etico
ad affrontare nuove e faticose prove necessarie al raggiungimento
di uno stato di pienezza spiritua-le. Il rischio di morte, la sospensione
sull'abisso, diventano dunque l'atto più profondamente morale
di cui si possa essere capaci. Sfidando la natura infida e primitiva
del paesaggio urbano, muovendosi attraverso il ritmico e pulsante
paesaggio della grande città, come un personaggio di Nelson
Algren, alla ricerca di droghe odi nuove esperienze di natura
sessuale, Reed si fa cantore delle circostanze più estreme,
alla ricerca di qualche brandello di verità che gli consenta
di affrontare una nuova giornata. E questo atteggiamento esistenziale
a conferire alla poesia di Reed tutta la sua stridente autenticità,
divisa tra tenerezza e severità.
Dietro l'apparente ricchezza di pulsioni distruttive e annichilatrici,
le canzoni più note di Reed, e anche le più discusse,
come Heroin e Venus in Furs, glorificano il valore dell'esistenza
anche nelle condizioni più estreme.
Heroin, per esempio, descrive lo stato d'animo di una persona
che sta consapevolmente affrontando una scelta enorme. "Ho preso
una grossa decisione", confessa il tossicomane protagonista della
canzone, "cercherò di annullare la mia vita". Il
tono della canzone ha davvero ben poco di glorificante o consolatorio,
e nessuna ombra di compiacimento attraversa i pensieri dei protagonista.
Qui stanno la forza e il potere della canzone.
In ugual modo anche Venus in Furs rifiuta esplicitamente di
attribuire al concetto di devianza sessuale qualsiasi connotazione
di carattere liberatorio. Il personaggio principale, Severin, è
soltanto un debole e persino la ragazza con la frusta appare più
come una figura patetica che altro, vittima anch'essa di un sistema
sordido capace soltanto di offrire un momentaneo conforto a coloro
che abbracciano i loro demoni piuttosto che affrontarli. Come ha scritto
Ellen Willis in un suo saggio su Lou Reed e i Velvet Underground:
"La vita può essere una lotta brutale, mai aliena dal
peccato, elusiva dell'in-nocenza e transitoria, e la grazia un dono,
non una ricompensa", ella scrive. "Tuttavia siamo responsabili
di quello che diventiamo. Reed non cerca di risolvere questo paradosso
spirituale, né lo considera ingiusto. La sua assunzione religiosa
di base (come Baudelaire) è che, ci piaccia o no, abitiamo
tutti in un universo morale dove le nostre scelte hanno assoluta importanza.
Se non siamo abbastanza forti da fare le giuste scelte, se non possiamo
mai contare sui momenti di illuminazione che le rendono possibili,
allora è la morte spirituale che, ancora una volta, rende vano
ogni sforzo."
Rock'n'roll
Noir © 2004 Stefano Marzorati |
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