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LOST IN TRANSLATION – L’Amore tradotto (Lost in Translation); regia e sceneggiatura di Sofia Coppola, con Scarlett Johansson, Bill Murray, Giovanni Ribisi, Anna Faris; produzione: USA; distribuzione: Mikado; anno: 2003
Giudizio: ****1/2

Lo smarrimento dell’individuo può essere fisico, magari all’interno di una moderna selva oscura, fatta da incomprensibili agglomerati urbani, ma anche – è ben più significativo – spirituale quando prendi coscienza di te stesso e capisci che l’architettura che hai costruito per la tua anima non è quella che avresti voluto.
Questo duplice e devastante connubio colpisce i due protagonisti del film: Bob e Charlotte. Bob è un attore di mezz’età, sposato da 25 anni con una donna ormai divenutagli insopportabile e con prole al seguito, si trova da solo in trasferta a Tokio per girare un remunerativo spot su una locale marca di whisky. Charlotte, neolaureata in filosofia e ancora incerta su cosa fare da grande, è nella capitale giapponese al seguito di un fotografo di moda, con il quale è sposata da soli due anni, sufficienti però per comprendere di avere al fianco la persona sbagliata.
Sia Bob sia Charlotte si trovano soli e raminghi negli ampi spazi del Park Hyatt Hotel – il cui ambiente sembra proprio finalizzato ad accentuare lo smarrimento esistenziale di ciascuno di noi – e le loro solitudini finiscono per incontrarsi e per offrire ai due la possibilità di avere una seconda chance.
“Lost in translation”, il cui titolo richiama quelle sfumature linguistiche che purtroppo vanno perdute nella traduzione da un idioma all’altro e che a conferma di ciò ha un titolo italiano assolutamente improprio quale “L’amore tradotto”, è un film delizioso, intelligente e raffinato, che coniuga con sapienza umorismo e malinconia, ironia e amarezza e che accredita la figlia d'arte Sofia Coppola (Il giardino delle vergini suicide), classe 1971 come una regista strutturata e di grande personalità.
L’interpretazione di Bill Murray nel ruolo di Bob è splendida: un misto di ironia e vulnerabilità che meriterebbe la candidatura ai prossimi premi Oscar. Murray regala allo spettatore almeno due momenti indimenticabili: il primo, divertente, quanto interpreta lo spot del whisky Suntory; il secondo, amaro, quando – sdraiato sul letto mentre la tv trasmette “La dolce vita” - svela a Charlotte le proprie considerazioni sul suo matrimonio e sulla famiglia.
Deliziosa nella sua solitudine e nel suo desiderio di essere “trovata”, ritroviamo la diciannovenne Scarlett Johansson (L’uomo che sussurrava ai cavalli, L’uomo che non c’era) che – vincitrice di un premio all’ultima mostra di Venezia – si avvia ed essere una delle attrici emergenti della Hollywood dei prossimi anni.
Lost in translation è un piccolo gioiellino sul "piacere della tristezza", raramente apparso così attraente, perfino desiderabile, sullo schermo: è un sentimento forte ma allo stesso tempo impalpabile, la cui massima intensità la si raggiunge in situazioni quasi di sfuggita, come nella sequenza finale del film.

© Marco Ferrari 2003 - per gentile concessione dell'autore

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