Solar
14 febbraio 2011
• Solar,
di Ian
McEwan . Romanzo. Einaudi, 339 pagine,
20,00 euro.
Data di uscita: ottobre 2010
recensione di Fabio Sbaraglia
Non aver la percezione di aver tra le mani un assoluto capolavoro leggendo
un libro di McEwan è un sensazione strana. Qualcosa tra l’incredulità e una
fondata speranza che invece spinge fino alla fine a cercare tra le righe di
ogni pagina l’atteso (e rassicurante) colpo del genio. Arrivare in fondo al
libro senza averlo trovato sarebbe impensabile. Verrebbe da mettere in dubbio
la propria intelligenza. Verrebbe voglia di ricominciarlo subito da capo per
capire dove abbiamo sbagliato, dov’è che non abbiamo capito! E invece può
capitare di ritrovarsi all’ultima pagina di Solar senza aver trovato nulla.
Nulla di quello che ci si può aspettare, nulla di quello con cui McEwan ci
ha viziato per anni e anni. Nessuna rivelazione, nessuna pagina (forse neanche
nessuna frase) da rileggere due, tre volte di seguito, col quel sorriso sulle
labbra di chi ritrova le proprie piccole, personalissime verità segrete proprio
lì, in un libro scritto perfettamente da qualcun altro. Forse perché è difficile
immedesimarsi a pieno in Michael Beard, è difficile calarsi nei panni di un
premio Nobel per la Fisica. Eppure chi legge McEwan è abituato ad avere a
che fare con personaggi non esattamente “della porta accanto”: in Amsterdam,
per esempio, erano bastate poche righe per ritrovarci completamente coinvolti
nella vita del direttore di un autorevole giornale o nelle angosce del più
grande musicista d’Europa alle prese con la composizione di una importante
sinfonia… Ma per tornare a Solar forse è proprio la paradossale ordinarietà
che si cela dietro al protagonista a tenere tirato il freno di questo romanzo.
A ben vedere, non c’è bisogno di vincere un premio Nobel per potersi permettere
di essere un personaggio debole, immaturo, fedifrago e nel pieno di un inarrestabile
declino umano e professionale. Anche una trama che per 333 pagine obbliga
inevitabilmente ad avere a che fare con pannelli solari e fotosintesi forse
non aiuta, ma in definitiva c’è qualcosa che non convince in questo libro
che va al di là di tutto questo. C’è qualcosa di già letto nell’ironia che
accompagna le disavventure di Michael, nelle bassezze assolutamente umane
di quest’uomo, nella contraddizione tra il Premio Nobel e il meschino uomo
di mezza età con cinque matrimoni alle spalle e una serie di più o meno gravi
colpe sulle spalle. Qualcosa che abbiamo già annusato nella Versione di Barney
e forse anche in qualche libro di Roth. Certo, c’è la curiosità di scoprire
fino a che punto può arrivare questo Michael (che, Nobel a parte, potrebbe
facilmente essere chiunque di noi), fino a che punto riuscirà a reggere, se
un riscatto o una rivincita, grande o piccola, arriverà alla fine. Ma da McEwan
è lecito aspettarsi di più. Quella piccola scintilla, quel marchio di fabbrica,
la sua firma, quel colpo di genio che abbiamo cercato dalla prima pagina e
che ora che siamo arrivati ormai a metà dell’ultima non abbiamo ancora trovato.
Allora leggeremo anche le ultime due frasi in fretta, magari con l’impazienza
di chiudere per sempre questo libro. Ma proprio mentre gli diamo il colpo
di grazia, quando vediamo il nostro sguardo avvicinarsi sempre di più all’ultimo
spazio bianco dopo l’ultimo punto, mentre forse siamo già con la testa alla
ricerca del prossimo libro da leggere… ECCOLO!
L’ultima frase.
Cinque righe, trentacinque parole. Perfette. Il ritmo è quello giusto, la
profondità, quella che conosciamo, le parole scelte, le migliori. E allora
viene finalmente voglia di rileggere quella frase che da sola vale almeno
la metà del prezzo del libro, e alla fine magari ci scapperà anche un mezzo
sorriso, o una mezza lacrima, prima di chiudere per l’ultima volta questo
strano libro che è Solar.
ESTRATTO
“Grosso modo quando aveva conosciuto Darlene, gli parve per la prima volta
di vederci chiaro: il giorno della sua morte si sarebbe trovato addosso due
calzini spaiati, avrebbe lasciato delle e-mail senza risposta e, in quel tugurio
che chiamava casa, sarebbero rimaste camicie senza bottoni ai polsini, la
luce in ingresso che non funzionava, bollette da pagare, soffitte da sgomberare,
mosche morte, amici in attesa di una risposta e amanti alle quali non aveva
rivelato la verità.”