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Eric Clapton, di Loris
Cantarelli, Editori Riuniti ,
128 pp., € 8,90
Pur non essendo troppo dissimile da alcune pubblicazioni
rintracciabili nel panorama editoriale anglosassone, la collana
Legends della Editori Riuniti permette in ogni caso di avere
un quadro rigoroso e il più possibile completo dei
maggiori protagonisti della scena musicale contemporanea
internazionale... tenendo fissa la misura delle 128 pagine
(unica eccezione, gli inevitabili Beatles e Rolling Stones)
e guardando tanto al fan incallito quanto a chi dell’artista
in questione sa poco o nulla, senza dimenticare di considerare
i mille rivoli in cui si disperdono ormai nei media moderni
(dischi, radio, tv, vhs, dvd, mp3 e via musicando).
Se in qualche sporadico caso delle precedenti 23 monografie – interamente
made in Italy e a cura della cerchia di collaboratori del
bel mensile JAM diretto da Ezio Guaitamacchi (responsabile
delle collane musicali della casa editrice romana) – hanno
forse fatto sorgere il sospetto di una certa fretta nella
realizzazione, con questo volume – come nel contemporaneo
Elvis Costello – siamo di nuovo dalle parti di opere
come "U2" dello stesso Loris Cantarelli, anche senza arrivare
agli smaglianti esempi "Patti Smith" di Paolo Vites o "Chuck
Berry" di Carmelo Genovese.
Come da tradizione, il volume nel pratico “formato
Diabolik” si apre con la biografia dell’artista,
forse uno degli aspetti più riusciti del volume: essenziale
eppure dettagliatissima (dai primi passi nell’infanzia
alla tournée che ha appena toccato l’Italia),
soprattutto sorprendente per come riassume oltre quarant’anni
di carriera senza rinunciare a gustosi aneddoti e particolari
rivelatori. Non manca naturalmente il retroscena di come
il manager italo-svizzero Giorgio Gomelsky degli Yardbirds
ribattezza il Nostro “Slowhand” (“manolenta”)
per la velocità degli assoli e come gioco di parole
con il suo cognome in scherzoso riferimento al lento battimani
(“slow handclap”), con cui il pubblico accompagna
il chitarrista quando gli capita di cambiare direttamente
sul palco una corda rotta.
Segue poi la consueta raccolta di dichiarazioni rivelatorie
(e sorprendenti perché incredibilmente poco conosciute),
compreso l’opinione in prima persona sul celebre graffito “Clapton
is God” apparso su un muro della metropolitana londinese
nella primavera 1965.
Come sempre, il cuore del volume rimane la completa discografia
ufficiale, in cui si passano in rassegna tutti gli album
firmati da Eric Clapton da solo o nei diversi gruppi in cui
ha militato dal 1963 a oggi: Yardbirds, Blues Breakers, Cream,
Blind Faith, Delaney & Bonnie & Friends, Derek & The
Dominos (nonché annessi e connessi). Da Five
Live Yardbirds del dicembre 1964 a Royal
Albert Hall: London May 2-3-5-6 2005 dell’ottobre 2005, ecco quindi un’analisi
condotta canzone per canzone. Si (ri)scoprono così decine
di particolari poco conosciuti o comunque ben contestualizzati
rispetto alle tante dicerie sorte attorno a un personaggio
rimasto, nel bene e nel male, in primissimo piano sulla scena
internazionale dai “favolosi” anni Sessanta ai
turbolenti anni Duemila (in cui, curiosamente, Clapton sembra
ormai pacificato dopo innumerevoli disavventure personali,
sentimentali, tossicodipendenti, alcoliche e quant’altro).
Nell’appendice discografica – la parte inevitabilmente “ritagliata” sul
protagonista del volume, a seconda della sua produzione ufficiale
(che nel caso di Eric Clapton ammonta a 37 album) – sono
considerati gli album più significativi per quanto
riguarda colonne sonore (un aspetto molto più ricco
di quanto si pensi, riassunto in poche pagine ma con parecchie
sorprese), partecipazioni e collaborazioni ufficiali (come
la feconda amicizia con il “quiet Beatle” George
Harrison, che lo invita come primo musicista ospite in un
disco dei Beatles – anche se non pagato né accreditato – allo
studio 2 di Abbey Road in While My Guiter Gently Weeps nel
doppio album bianco The Beatles), nonché un meritorio
elenco ragionato di antologie, cofanetti e raccolte (ottima
l’idea di rendere esplicito quelle da evitare e quelle
da rivalutare).
La conclusione è come sempre affidata a un breve saggio
sui più accreditati eredi di Clapton, che fa il punto
sulla vastità e la profondità dell’influenza
esercitata nella musica contemporanea dal “dio” della
chitarra soprannominato Manolenta.
Con oltre 80 milioni di dischi venduti e quasi 2500 concerti
alle spalle, è difficile trovare un protagonista della
scena musicale planetaria la cui irrequietezza non l’abbia
spinto a percorrere strade più diverse. Pur saldamente
ancorato nella “musica del diavolo”, Clapton è stato
considerato come un innovatore in diverse fasi della sua
carriera, sia nel rock-blues degli Yardbirds che nei Blues
Brakers di John Mayall, come nell’hard rock dei Cream
e nella sua produzione solista, non di rado sconfinata nel
soul e nel gospel, nel rhythm’n’blues e nel country,
nel reggae e nel pop. Per saperne di più o per avere
un agile “bigino” aggiornatissimo (che getta
anche qualche sguardo al futuro), finalmente non occorre
spendere un capitale: in tempi di crisi, anche questo è un
dettaglio non trascurabile.
© Nicola Strillera - per gentile concessione dell'autore
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