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Paola Barbato, Bilico, Rizzoli, 2006, pagg. 320, euro 17,00.

Una copertina gialla con impronte digitali e tratti della biografia dell’autrice, sono gli elementi extratestuali che costituiscono una prima indicazione per il lettore, immediatamente attratto o respinto dal volume. E questo potrebbe essere un limite.
L’autore del romanzo è Paola Barbato, qui al suo esordio narrativo, dopo l’ampia produzione per Dylan Dog che l’ha posta come autore di punta della serie a fumetti, grazie anche a una scrittura visionaria che ricorda il tocco di Tiziano Sclavi, il papà di Dylan Dog. Una Sclavi al femminile, acuta e inquietante.
Chi, dopo uno sguardo alla copertina, supera il senso di déjà vu e s’immerge nelle pagine del romanzo, si trova all’interno di una vicenda spiazzate e non priva di fascino con il suo contorno di efferatezze e dettagli macabri. Una discesa nelle lande del male, mettendone a nudo, anche con un certo sadismo narrativo, la tragica quotidianità.
Pagina dopo pagina emerge la protagonista della vicenda, Giuditta Licari, psichiatra e anatomopatologa, personaggio intrigante pur non possedendo nulla del fascino di Kay Scarpetta della Cornwell, e una serie di deliziosi comprimari costruiti con sapienza e misura; con un pregio: la Barbato riesce a fermarsi sempre un attimo prima di dare la sensazione dell’artefatto, anche se in qualche passo rischia molto.
Una scrittura morbosa quella della Barbato che presenta un serial killer e le sue opere con qualche debito al film Seven di David Fincher e alle atmosfere di Stephen King. Una scrittura piana, forse troppo semplificata, che però riesce ad agganciare il lettore conducendolo in labirinti di geometrica precisione dove il lettore è continuamente depistato.
La Barbato sottrae con abilità i punti d’appoggio mentale che il lettore si confeziona, lasciandogli un senso d’inquietudine crescente.
Se la protagonista fatica ad attirare attenzioni empatiche, anche la varia umanità che popola il romanzo non brilla per simpatia eppure la descrizione psicologica dei personaggi appaga il lettore e in qualche modo richiama la realtà.
Una realtà dura, sorda al concetto di verità, che alla dimensione della giustizia sa sostituire solo il simulacro del capro espiatorio. Con una tesi sfacciatamente mostrata: nessuno si salva, cattiveria e male avvinghiano e stritolano tutto, mostrando come colpevoli anche i deboli.
Un esordio che si è trasformato in un successo anche se la presentazione della Barbato come «l’unica vera scrittrice di thriller italiana» ci sembra un po’ enfatico. Restiamo in attesa della prossima prova che, sia certi, non mancherà.


© Stefano Gorla - per gentile concessione dell'autore

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