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ULTIMI
GIORNI A HONG KONG,
di
Paul Theroux - Baldini & Castoldi, 243 pagg., £ 26.000
"Tutti concordavano sul fatto che la Cina era un incubo,
e adesso la Cina stava per inghiottirli. Forse era proprio quello
che si meritavano i cinesi di Hong Kong per aver disprezzato
gli inglesi, che non intendevano far loro alcun male".
Il 1° luglio del 1997 Hong Kong è tornata a far parte della
Cina. Quando nel 1984 Margaret Thatcher aveva annunciato la
restituzione del territorio, la notizia era stata accolta con
gioia dagli hongkonghesi, che però restarono scioccati dal vero
volto del governo cinese, quando videro i massacri di piazza
Tien An Men.
Paul Theroux ricostruisce con questo romanzo ("Kowloon
Tong", 1997) l'atmosfera che si viveva a Hong Kong nei giorni
immediatamente precedenti all'Handover, sforzo compiuto anche
dalla cinematografia hongkonghese e dal quale sono nati ottimi
film, come l'adrenalinico Full Alert di Ringo
Lam o lo struggente City of glass di Mabel
Cheung; l'aspetto interessante del libro (l'unico, a parte
il valore documentaristico) è costituito dal fatto che l'intera
vicenda è raccontata dal punto di vista di un "colonizzatore",
Neville Mullard, un inglese costretto ad abbandonare la città.
Provare simpatia per un protagonista del genere è praticamente
impossibile: razzista ("Una delle esperienze di Hong Kong
che Bunt trovava più irritanti era sentire qualcuno che secondo
lui era un perfetto bastardo - qualcuno che gli era antipatico,
in particolare un uomo d'affari cinese - parlare inglese correttamente"),
stupido, completamente assoggettato alla madre ed eterno bambino
(non a caso per tutto il romanzo viene chiamato Bunt, abbreviazione
di Baby Bunting, cioè "fringuellino").
La scelta di Theroux è indicativa, in quanto un personaggio
del genere rappresenta idealmente il "colonizzatore tipo", che
però paradossalmente è l'unico a provare un minimo di affetto
(molto tardivo e molto distorto dal suo egoismo quasi solipsistico)
per l'ex-colonia, a differenza della madre, che disprezza nel
modo più assoluto tutto ciò che è cinese. L'unica occupazione
di Bunt, tranne dedicarsi con scarso interesse all'azienda di
cui è proprietario, è fare sesso col maggior numero possibile
di prostitute hongkonghesi. Questo tipo di rapporto esemplifica
i sentimenti di Bunt per l'intera Hong Kong, anche se l'uomo
si renderà conto che non vuole abbandonarla, essendo l'unica
patria che lui abbia mai avuto: "Nessuno in realtà voleva tornare
in Inghilterra. Hong Kong li aveva liberati, qui avevano un
bel po' di soldi, e un tocco di esotismo, erano superiori. Tornare
in patria rappresentava una sconfitta [...] Il fatto è che l'idea
dell'Inghilterra era tanto più facile da sopportare quanto più
si era lontani." Il cambiamento di prospettiva di Bunt è simboleggiato
dai suoi sentimenti per Mei-ping, un'operaia con la quale fa
regolarmente sesso e di cui, in seguito, si scopre innamorato.
Ma Bunt è destinato alla sconfitta. Tutto quello che resta di
un Hong Kong che per lui rappresenta un sogno dal quale non
si è mai risvegliato è "una lieve vibrazione [...] nell'aria,
come un'eco dopo che un suono formidabile è stato prodotto da
un singolo strumento, quasi l'ultimo debole riverbero di un
possente colpo di gong".
In un'epoca in cui la letteratura postcoloniale (cioè scritta
dagli abitanti delle ex-colonie) è diventata LA letteratura,
la letteratura di chi ha qualcosa di nuovo da dire, la letteratura
delle periferie del mondo che prendono la parola dopo che il
centro (USA/Europa) è collassato su sè stesso (almeno culturalmente)
può essere interessante leggere un romanzo - forse l'ultimo
- ancora "coloniale".
Da un punto di vista formale, il romanzo non presenta il minimo
interesse, essendo scritto nel classico stile giornalistico
tipico di tanti best sellers. In conclusione, Ultimi giorni
a Hong Kong è una buona alternativa alla lettura
di un saggio storico per capire cosa ha comportato uno degli
ultimi importanti fatti storici del ventesimo secolo.
© Adriano Barone - per gentile concessione dell'autore
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