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LA TIGRE E IL DRAGONE (Crouching Tiger, Hidden Dragon)
regia: Ang Lee; interpreti: Chow Yun Fat, Michelle Yeoh, Zhang
Ziyi, Chang Chen, Cheng Pei Pei; sceneggiatura: James Schamus,
Wang Hui Ling, Tsai Kuo Jung; fotografia: Peter Pau; coreografia
combattimenti: Yuen Woo Ping; musiche: Yo Yo Ma; Poduzione:
Cina/Usa, 2000
Lascia
sconcertato lo spettatore La Tigre e il Dragone, ambiziosa pellicola,
favorita all'imminente notte degli Oscar - ben dieci candidature, tra cui
miglior film e migliore regia.
In primo luogo per la sua natura, in questo caso ibrida, di ambasciatrice
di un cinema lontano e di rara visibilità (con la solita eccezione
dei circuiti festivalieri), ma che in realtà tanto lontano non è.
Potrebbe sembrare, ad una prima occhiata, un film di kung fu, uno dei tanti
trasmessi in tarda serata da qualche oscura emittente televisiva; uno di
quei film in cui, nell'antica Cina, l'eroe, per lo più un abile spadaccino,
tradizionalmente monco, oppure un monaco errante, affronta mortali duelli
all'arma bianca volteggiando a mezz'aria, sospeso a cavi impertinenti. Si
tratta per la precisione di wu xia pian, un preciso genere cinematografico,
originario di Shangai, in cui è abituale, in alcune delle sue molteplici
identità (soprattutto nei prodotti della Film Workshop di
Tsui Hark), il ricorso al wire work, cioè l'utilizzo
di cavi e trampolini elastici. Lo spettatore un po' più smaliziato,
magari il cinefilo che ha goduto, intorno alla metà degli Anni Novanta,
della fioritura di una notevole pubblicistica sul cinema di Hong Kong (non
accompagnata purtroppo da un'altrettanto copiosa disponibilità delle
pellicole trattate), potrebbe invece pensare a una mera operazione di marketing,
un film abbastanza orientale da solleticare la nostra fascinazione per l'esotico
- provate a guardare a chi sono andati i maggiori premi negli ultimi festival
di Cannes, Berlino o Venezia - e insieme abbastanza addomesticato da non
spiazzare il pubblico occidentale. La ricetta è semplice: si prenda
Ang Lee, autore di Mangiare, bere, uomo, donna, Ragione e
sentimento e Cavalcando con il Diavolo, probabilmente il regista
asiatico - taiwanese, per la precisione - più vicino alla sensibilità
occidentale e ormai adottato dall'Occidente, come d'altronde tanti suoi
colleghi e compatrioti (senza dimenticare gli sceneggiatori James Schamus
e Wang Hui Ling, suoi abituali collaboratori); si unisca l'attore
drammatico orientale più noto in Occidente, Chow Yun Fat,
attore-feticcio dei film del primo John Woo e star incontrastata
dell'heroic bloodshed, ma, dal melodramma in costume Anna and the King,
anche nuovo volto del cinema hollywoodiano; si aggiunga la più popolare
attrice di action movies di Hong Kong, conosciuta da noi come atletica bond-girl
in Il domani non muore mai (la malese Michelle Yeoh, già
Michelle Kahn); si affidi la realizzazione dei combattimenti a Yuen
Woo Ping, regista in patria di film di buon successo come Drunken
Master o Iron Monkey (il remake del 1993), ma baciato dalla fama
dopo il lavoro su Matrix; se poi ci si vuole aggraziare la critica
non si dimentichi Zhang Ziyi, la giovane stella consacrata dal capolavoro
di Zhang Yimou La strada verso casa; ciliegina sulla torta,
una strizzatina d'occhio agli appassionati del "wu xia pian" tradizionale
con l'interpretazione, nel ruolo di Volpe di
Giada, di Cheng Pei Pei, veterana del
cinema cantonese, interprete di pellicole di culto degli Anni Sessanta e
Settanta - The Lady Hermit e, soprattutto, Come Drink with Me,
tra tutte. Nonostante le premesse, bisogna però dare atto ad Ang
Lee, e agli intepreti tutti, di averci creduto; il film è tutt'altro
che freddo (grazie anche alla splendida fotografia diPeter Pau) e
la storia, caratterizzata da una forte componente femminile, dato qualche
momento di stanca, è valorizzata da una sceneggiatura elegante e
asciutta, poco indulgente nei confronti del melò, a cui il pubblico
nostrano sembra forse meno avvezzo (ma come spiegarsi allora il successo
di Titanic?). Un film da vedere, con l'avvertenza, magari rivolta anche
a qualcheblasonato critico cinematografico, di reperire
nel frattempo qualche pellicola di King Hu (soprattutto A Touch of Zen),
almeno i primi tre Once Upon a Time in ChinaeZu: Warriors from
the Magic Mountain di Tsui Hark e, perché no?, Ashes of Time
di Wong Kar Wai.
© Glauco Guardigli - per gentile concessione dell'autore
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