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Come già avemmo occasione di dire a proposito de Il cerchio, il terzo millennio segna definitivamente la fine dell'innocenza di una certa cinematografiea "terzomondista-emergente" che, dopo aver stupito critica e pubblico nella seconda metà degli anni Ottanta con pregevoli e genuine opere, si è pian piano strutturata negli anni Novanta - grazie ai successi e ai relativi incassi sui mercati internazionali - fino a impostare una vera e propria produzione industriale di film d'autore pseduo-neorealisti. La cinematografia cinese in generale e Zhang Yimou in particolare ne sono forse l'esempio più rappresentativo. Yimou vanta nel suo curriculum un brillante esordio con Sorgo Rosso e Lanterne Rosse al quale ha fatto seguito un proliferare di film furbetti, per raggiungere ora il culmine con La strada verso casa. Il film è un'operina leziosa e stucchevole che racconta la storia d'amore tra il maestro di scuola e la ragazza più carina di un piccolo villaggio della provincia cinese. Tra dissolvenze, fotografie patinate di paesaggi, slow-motion e musichette varie, lo spettatore è costretto a subire 100' scarsi di finte icone cinematografiche e vera ipocrisia commerciale. Nonostante in questo mondo sempre più approssimativo, incolto e dedito al dio denaro, la critica cinematografica non abbia più alcun valore né credibilità (e la nostra per prima), siamo comunque stupiti dall'accoglienza calorosa che i recensori ufficiali hanno riservato a questa farsa. Ma tant'è. ©
Marco Ferrari -
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