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LA STANZA DEL FIGLIO di Nanni Moretti, con Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Silvio Orlando, Stefano Accorsi, Giuseppe Sanfelice, Claudia Della Seta; sceneggiatura: Linda Ferri, Nanni Moretti; fotografia: Giuseppe Lanci; musiche: Nicola Piovani; produzione: Italia; distribuzione: Sacher; commento: ***

Il dolore di un padre per la morte del proprio figlio. La sua stanza vuota. Una voragine incolmabile, un vuoto spaziale ed esistenziale nel quale si vaga in eterno senza meta e senza speranza. E' questo il tema centrale del nuovo film di Nanni Moretti, che, alle soglie dei cinquant'anni, padre di famiglia, ha abbandonato (momentaneamente ?) le vesti del cineasta contestatario per approdare alla drammaturgia.
Senza nulla togliere alla forza emotiva del tema, si esce con la sensazione che la drammaticità del soggetto sia superiore alla resa cinematografica del racconto. Moretti ci regala momenti di buon cinema, soprattutto nelle sequenze in cui è protagonista assoluto della scena e ci propone lo sconcerto,
la rabbia, i ricordi, i sensi di colpa del padre che ha improvvisamente perso il figlio in un incidente in mare. Al di là del protagonista, però, gli altri personaggi del nucleo familiare risultano deboli e gli attori non adeguatamente diretti: in particolare Laura Morante nel ruolo della moglie dello psichiatra
(Moretti) risulta fuori parte e non adeguatamente incisiva. Con la conseguenza di rendere assolutamente prive di pathos le scene di gruppo.
Qualora fosse stata una precisa scelta registica di tenere gli altri personaggi familiari in secondo piano - al fine di focalizzarsi maggiormente sul dramma individuale del padre - ci saremmo allora aspettati una maggiore sfumatura dei contorni e dei caratteri. Ai rapporti e ai drammi tra le mura domestiche abbiamo preferito le interazioni tra lo psichiatra e i vari pazienti, tra i quali segnaliamo i bravi Silvio Orlando e Stefano Accorsi.

© Marco Ferrari - per gentile concessione dell'autore

LA STANZA DEL FIGLIO, di Alberto Ostini

La stanza del figlio, l’ultimo film di Moretti, sembra cominciare laddove il dolore di Caro Diario - il linfoma che aveva colpito lo stesso Moretti - trovava una sua soluzione, con un bel bicchiere di acqua fresca, palliativo di tutti i mali, simbolo di pulizia e freschezza, semplicità e serenità. Accompagnano Giovanni Sermonti e il suo bicchiere d’acqua, una salutare corsa mattutina per smaltire le tossine, la levità danzante di un gruppo di Hare-Krishna e la musica leggera di Nicola Piovani.
È una vita apparentemente perfetta quella dello psicanalista Giovanni Sermonti e della sua famiglia, con la moglie Paola e i due figli Irene a Andrea, quadrilatero perfetto, geometrica idealità che già era stata uno dei temi portanti di Bianca.. Una famiglia-modello quella di Sermonti, a tratti persino utopica, in cui i genitori dialogano con i figli e li comprendono e in cui i figli si confidano con i genitori. "Lei è così tranquillo, così sereno", dice con un po' di invidia uno dei pazienti a Giovanni, il suo analista.... Ma quell'orizzonte familiare così placido viene sconvolto una domenica mattina dall’imperscrutabile capriccio del destino.
Come ha riconosciuto lo stesso Moretti è una visione "alla Kieslowski" del fato e kieslowskiana è la scena chiave del film, quella in cui, con un sapientissimo montaggio alternato, tutti e quattro i componenti della famiglia Sermonti vivono separatamente, ma nello stesso istante, un momento di pericolo; in cui camminano per alcuni secondi sul filo sottile di un gesto (Smoking/ No Smoking per dirla con Resnais) che può dare una svolta brusca al tutta la loro vita: Giovanni si distrae mentre è alla guida della sua auto e rischia quasi un frontale con un camion; Paola (la moglie di Giovanni) quasi si scontra con un uomo, forse uno scippatore, in un mercatino; Irene (la loro figlia) scherza in motorino con delle amiche, rischiando quasi di cadere; Andrea, l'altro figlio, fa un’escursione subacquea con degli amici. Ma per lui non c’è un "quasi"... Il destino, tra i quattro, sceglie Andrea, e non forse "per caso" (appunto...). Andrea che non è competitivo, che gioca a tennis tanto per giocare e non per vincere, che è ancora così ingenuo da rubare per scherzo un fossile a scuola prima facendosi scoprire da un compagno e poi facendolo cadere. Andrea a cui Giovanni cerca inutilmente di spiegare che ci sono diversi stili di scavalcamento degli ostacoli (sforbiciata, ventrale, fosbury...), Andrea che sembra non capire e che perde anche la sua partita col destino, forse per colpa dell’erogatore della sua attrezatura da sub, “Un pezzettino di plastica di tre centimetri", osserva disperato Giovanni. Tre centimetri di plastica da cui dipendono la vita o la morte, come il bullone difettoso dell’auto che si schianta contro un albero nella sequenza iniziale di Film Blu....
La morte di Andrea si ripercuote, inevitabilmente sui famigliari, il dolore comprensibilmente li spiazza e li rende più fragili. La serenità familiare si incrina, l’ingranaggio, il meccanismo perfetto si inceppa: "tutto rovinato in questa casa", dice Giovanni nella scena simbolicamente forse più bella e dolorosa del film: le tazzine sono sbeccate, il mobile della cucina rigato, un vaso è incrinato, una teiera che in passato è stata aggiustata ora rivela la sua frattura interna e si rompe. Le crepe che prima non si notavano ora diventano visibili. E insostenibili.
Il senso di straniamento davanti all’inesplicabilità della morte non è elemento nuovo nella filmografia morettiana: ricorda quella che, in La messa è finita, provava Moretti/don Giulio – un prete, uno che, al pari dell’analista, è chiamato per ruolo a dare un senso anche a ciò che un senso sembra non avercelo – davanti al cadavere della madre. Come don Giulio, anche Giovanni Sermonti, cui per statuto professionale si chiede di sistematizzare e trovare una spiegazione alle ossessioni e al dolore altrui, rimane paralizzato dal dolore e non riesce più ad “analizzare”, a razionalizzare la sua angoscia. E comincia ad essere travolto dal tormento del "se": “se quella mattina fossi andato a correre con Andrea..."; "se non l’avessi lasciato andare a fare quell’immersione..." Visualizza Moretti, con uno splendido “montaggio emotivo”, l’esito di quelle possibili mille decisioni alternative che avrebbe potuto prendere quella domenica mattina, ciascuna delle quali avrebbe indirizzato - di nuovo kieslowskianamente (pensiamo a Destino Cieco e Decalogo 1, ben prima di Sliding Doors...) - quattro vite lungo un diverso binario...
Ma non si può tornare indietro e cambiare il destino. Non si può riavvolgere il nastro della propria e altrui esistenza come invece si può fare con il brano un CD che, grazie a un telecomando, può essere riascoltato all’infinito.
Eppure dal labirinto del dolore si può uscire, dal groviglio dell’angoscia che si attorciglia sempre più, tanto che il filo di inchiostro di una lettera diventa una matassa ingarbugliata e illeggibile, ci si può liberare. E' Arianna, una ragazza che per qualche giorno èstata la fidanzatina di Andrea, la portatrice in casa Sermonti del filo che indica loro la via per uscire dal labirinto dell’angoscia.
Un viaggio in macchina, nel buio della notte fino alla luce dell'alba, dal nero del dolore al sole di una risata liberatoria, segna il passaggio del guado. Da Ancona a Ventimiglia, per trovare, passando da un mare all’altro, un orizzonte diverso e ritrovare se stessi.

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