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2001: ODISSEA NELLO SPAZIO (2001: A SPACE ODYSSEY, USA 1968) Regia:
Stanley Kubrick;
Soggetto
e sceneggiatura:
Stanley Kubrick e
Arthur C. Clarke; Fotografia:
Geoffrey Unsworth;
Scenografia
Tony Masters, Harry Lange, Ernie Archer;
Arredamento: John
Hoesli; Costumi:
Hardy Amies; Effetti
speciali:
Stanley Kubrick, Wally Veevers, Douglas Trumbull, Con Pederson,
Tom Howard, Colin J. Cantwell, Bryan Loftus, Frederick Martin, Bruce
Logan, David Osborn, John Jack Malick;
Musica
Richard Strauss, Johann Strauss, Aram Katchaturian, Gyorgy Ligeti;
Suono: Winston
Ryder; Montaggio Ray Lovejoy; Consulente
scientifico:
Frederick I. Ordway III
STANLEY KUBRICK: Il Grande Alchimista della Settima Arte
Spesso il pubblico piu' distratto e superficiale si lascia sfuggire
particolari i quali, analizzati ed approfonditi, possono risultare
elementi di giudizio accattivanti quanto indispensabili, onde poter
sviluppare una buona cultura cinematografica. La maggior parte dei
registi tende ad abbinare gran parte delle loro produzioni ad un
cast di attori famosissimi e tra i piu' pagati di Hollywood. Cio'
viene commesso a discapito di una delle principali e piu' basilari
funzioni in ambito cinematografico: la qualita', unita ad un senso
di "unitarieta'" che faccia da tramite affinche' un'opera
possa rimanere scolpita nella mente dei cineamatori. In alcuni casi,
non e' necessario abbinare
ad una trama, supponiamo intricata e dal fascino occulto, uno stuolo
di attori affermati al fine di decretare, con ogni probabilita',
un sostanzioso successo al botteghino. Questo genere di atteggiamento,
(od eccessiva, stomachevole supponenza) ha sempre portato il cinema
a convivere con una forte instabilita' qualitativa, obbligando la
Settima Arte a dover patire continue, spossanti fasi alterne, in
alcuni casi accompagnate da preoccupanti perdite di credibilita'.
Stanley Kubrick era l'eccezione che confermava la regola. Per lui
non esisteva l'obbligatorio abbinamento TRAMA DALL'INDUBBIO IMPATTO
+ PRESTIGIOSO CAST HOLLYWOODIANO. Semmai, in Kubrick vigeva un principio
di totale, apparentemente folle, anarchia in netta, drastica antitesi
con le velleita' "majoristiche" imperversanti nel mondo
della celluloide: secondo il grande cineasta americano scomparso
nel 1999 erano gli attori a dover essere complementari al soggetto
del film, e non viceversa, come solitamente accadeva ed accade tutt'ora.
Se viene fornita un'ampia carrellata al cast dei capolavori di Kubrick,
a partire da RAPINO A MANO ARMATA (1955), ci si accorgera',
salvo qualche eccezione, che la fama dell'attore non era particolarmente
richiesta nel contesto dei suoi film, l'impiego di Jack Nicholson
in SHINING, contrariamente a questo principio, non si tratto'
altro che di un episodio pressoche' isolato. Il genio di Kubrick,
al di la' di fin eccessivamente risaputi meriti cinematografici,
risiedeva ( soprattutto, a mio parere) in un corretto, maniacale
bilanciamento degli ingredienti, in modo che essi risultassero essere
collocati al posto giusto e nel momento giusto, quasi si trattassero
di piccoli tasselli atti a formare un gigantesco, monumentale mosaico
dall'invadente, ma indiscutibile, bellezza espressiva. Gli attori,
per Kubrick, non erano altro che questi "piccoli tasselli",
tanto importanti quanto trama e soggetto. RAPINA A MANO ARMATA,
a tal proposito, e' esemplare nel riassumere questo inaudito concetto:
tutti gli attori impiegati sono pressoche' sconosciuti al grande
pubblico, ma, diretti e "collocati" con infinita maestria
da Kubrick, essi vengono calati perfettamente nella trama ad incastro
del film, conferendo all'opera un invidiabile, distinguibilissimo
pathos ed emotivita', un'emotivita' fredda, distaccata, quasi impersonale
e neutrale; sul film aleggia un fortissimo "senso di realismo",
tanto seriosi ed inappuntabili sono i protagonisti implicati nella
vicenda. La drammatici- ta' degli eventi non risulta mai essere
pomposa o particolarmente roman- zata, come e' tipica abitudine
degli americani, ma si tratta di un dramma freddo, severo, tagliente,
che il bianco e nero trasforma in qualcosa di ancora piu' "spietato"
ed ancestrale. La tensione dei protagonisti sembra travilacare dal
grande schermo ed impossessarsi di noi, quasi divenissimo complici
della grande rapina. RAPINA A MANO ARMATA e' un concentrato di genio,
innovazione ed inarrivabile "senso degli eventi": non
viene dato nulla per scontato, ne' ci si aspetta che dalla pellicola
fuoriesca un vincitore o l'eroe-sgomina-criminali di turno. L'intensita'
e' altissima, cosi' densa che si potrebbe affettare con un semplice
col- tello a serra-manico. Cupo ma allo stesso tempo avvincente,
oscuro ma contemporaneamente brillante,
diabolico gioco ad incastro, dove gli attori sono e non sono, fanno
e non fanno: si preoccupano di fungere da pezzi mancanti ad un puzzle
di efferata criminalita' e glacialita' umana. Il cinismo come forma
espressiva al suo massimo "splendore" mai raggiunto. L'alchimia
e' il piccolo segreto della genialita' di Kubrick, ovvero il modo
con cui arriva a realizzare le sue straordinarie opere; ogni frammento
pare essere l'ideale seguito del precedente, non vi e' nulla di
dispersivo nella progettazione e conseguente costruzione delle sue
"creature". Un altro limpidissimo esempio e' rappresentato
da 2001 ODISSEA NELLO SPAZIO: il protagonista si chiama Keir
Dullea, attore oggi dai piu' scono- sciutissimo. La maestria
di Kubrick era anche determinata dal fatto di saper scegliere volti
e lineamenti che si completassero alla perfezione con il soggetto
cinematografico da proporre. Se al posto di Dullea ci fosse stato
Paul Newman, vedrete che il risultato sarebbero stato completamente
differente. Il volto "da astronauta" di Dullea e' quanto
di piu' complementare al ritmo serratissimo di 2001 ODISSEA NELLO
SPAZIO, dove a dominare non sono ne' gli attori, ne' i loro dialoghi:
sul film incombe un senso di infinito vuoto spazio-temporale, e'
l'immensita', ingombrante, opprimente, spodestante dell'oscurita'
del Manto Spaziale a rubare la scena. Quelle poche, pochissime frasi
rivelano la sottile tensione emotiva della pellicola, astratta ed
enigmatica quanto il tanto dibattuto significato sul famigerato
monolite, presumibile fonte di vita, nonche' pensiero filosofico-kubrickiano,
unico accertato comune denominatore di questa personalissima saga
spaziale. Nessun'altro, storicamente parlando, ha piu' inteso il
concetto di "spazio-tempo" come il grande regista: ci
troviamo lontani anni-luce (in tutti i sensi....) dalle grandi impo-
sizioni e dominazioni cinematografiche del successivo STAR WARS.
Qui l'unica battaglia che l'uomo deve combattere e' contro il tempo
e, forse, implicitamente, contro se stesso, contro la sua smania
di onnipotenza auto-distruttiva. Un lungo viaggio, disperso tra
conscio e subconscio, un infinito percorso "macchiato"
di certa involontaria, timida psichedelia che si incastra idealmente
nei lunghi, spossanti, "assordanti" vuoti silenziosi del
film, quasi si trattasse di un interminabile trip dai connotati
filosofici, "alimentato" a dismisura, da, spesso improponibili
quanto conturbanti, quesiti che ancora oggi stentano a trovare una
razionale forma di giudizio che li giustifichi. Il fascino magnetico
delle opere di Kubrick in fondo risiede proprio in "quei quesiti",
simili a enigmi mai del tutto risolti, e, si sa, non esiste cosa
al mondo piu' affascinante di un mistero rimasto a lungo senza soluzione
finale...
©
2003 Alan Tasselli - per gentile concessione dell'autore
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