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KIPPUR (id.),
regia di
Amos Gitai; sceneggiatura di Amos Gitai con Liron
Levo, Tomer Russo, Uri Ran Klauzner; produzione: Francia, Israele;
anno: 2000
Quattro
soldati, sprofondati nel fango, avvolti dalla nebbia: trasportano in spalla
un ferito in barella. Proiettati in una dimensione spazio-temporale senza
passato nè futuro, i quattro cercano di salvare qualcuno più
disperato di loro. Microcosmo disperato nel quale si arranca con difficoltà,
al suono roboante delle pale di elicottero e del passaggio dei carri armati.
E' l'immagine più emblematica di Kippur, che racconta il
dramma di alcuni ragazzi della riserva che parteciparono al conflitto
arabo-israeliano che ebbe inizio il 6 ottobre 1973, festa del Kippur,
con l'avanzata di carri armati siriani e egiziani verso il territorio
israeliano. E' il film più autobiografico di Amos Gitai
(Berlin-Gerusalem, Kadosh), che partecipò personalmente
alla guerra, e che ha qui voluto riprendere episodi personali di vita
vissuta. La macchina da presa pedina i suoi soldati nel loro sporco e
insanguinato lavoro di assistenza ai feriti nei combattimenti. Essi si
muovono sui campi di battaglie a scontri già conclusi. Non c'è
nulla di epico nè nelle loro gesta, nè nelle scene di guerra
in generale: il nemico non si vede mai, tutto avviene in un'atmosfera
ovattata, quasi rarefatta.
La misurata regia di Gitai esalta i tempi morti e azzera la dimensione
del pericolo, della suspense, della tensione: lunghi piani-sequenza registrano
la monotonia della guerra, dei suoi effetti, delle sue dinamiche. Lo spettatore
è tenuto volutamente lontano, non coinvolto, testimone di uno scenario
che scorre nella sua banale, nefasta, assurda ineluttabilità. Nulla
a che vedere con le roboanti pellicole hollywoodiane.
© Marco Ferrari
- per gentile concessione dell'autore
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