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VIAGGIO A KANDAHAR (Safar et Kandahar) di Mohsen Makhmalbaf, con N. Pazira, H. Tantai; produzione: Iran; distribuzione: BIM; anno: 2001; commento: ***1/2

Un viaggio della speranza in un una lotta contro il tempo. Un’odissea in un luogo senza tempo. Un viaggio iniziatico tra gli orrori dell’oppressione.
Su queste tre dimensioni intersecantisi tra loro si sviluppa la trama di Viaggio a Kandahar, ottimo film dell’iraniano Mohsen Makhmalbaf di denuncia del regime talebano in Afghanistan, che ha riportato il Paese indietro di secoli e che, nella filosofia di oppressione generale, ha relegato la donna a livelli infimi della scala sociale, inaccettabile in qualsiasi tempo ma a maggior ragione ai giorni nostri.
Presentato con successo al festival di Cannes 2001 e distribuito nelle sale nell’autunno dello stesso anno, il film beneficia di un inaspettato successo di pubblico (oltre 6 miliardi di lire di incassi in poche settimane sono un record per un film iraniano in Italia) anche grazie alla scottante attualità del tema.
Ma “Viaggio a Kandahar” merita di essere visto anche senza pensare alla guerra in Afghanistan in corso, concentrandosi sui ritmi, le sensazioni, le sfumature e persino gli odori che il regista riesce a trasmetterci da questo mondo da noi lontano anni luce e non solo geograficamente.
Makhmalbaf, dopo due film furbetti (Pane e fiore, Il tempo dell’amore) e uno insulso, irritante e ingiustamente premiato a Venezia (Il silenzio), si riscatta, ritrovando nel tratteggiare situazioni e immagini lo spirito espressionista de “Il ciclista”, probabilmente il suo capolavoro.

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