7 giugno 2010
• Maria Schneider, Allègresse
(Enja)
Una delle rarissime direttrici orchestrale nell'ambito jazzistico, presenta
un album con tutte sue composizioni (spesso di lunga durata), in cui la scrittura
e l'improvvisazione moderna si compenetrano perfettamente, in una big
band priva di star, ma con solisti molto efficaci.
• Autori Vari, Le Scimmie. The city jazz club
(Edel)
Le Scimmie è un locale inaugurato nel 1982 a Milano che in vent'anni
di ininterrotta attività ha visto sfilare il meglio del concertismo
jazz italiano e talvolta anche grossi calibri internazionali (come ad esempio
i gruppi di Tim Berne e Paul Motian presenti alla fine di quest'antologia).
Per onorare dunque il ventennale è stato preparato questo disco, peraltro
molto bello, soprattutto di jazz contemporaneo (vi si ascoltano tra gli altri
Rusca, Manusardi, Rava, D'Andrea, Urbani, De Filippi, Melillo, Faraò),
che ha forse l'unico difetto di presentare scelte discografiche e non registrazioni
dal vivo all'interno del locale stesso.
• Daniele Sepe, Totò sketches (Polosud)
Il sopranista partenopeo, da molti critici ritenuto il Frank Zappa italiano,
rende un omaggio speciale al grande comico, musicando alcuni spezzoni cinematografici,
con uno stile all'insegna dell'humour, dell'eclettismo, dell'autoironia. Il
sestetto di Sepe suona di tutto, attraverso un jazz che mescola rap
e r'n'b, classica e sudamericanate.
• Sex Mob, Solid Sender (Knitting Factory)
E' forse il gruppo più creativo che sia di recente emerso dalla 'fattoria'
newyorchese, a sua volta da circa vent'anni epicentro di numerose avanguardie
sonore. In America il loro stile viene definito jam rock, ossia una maniera
al contempo divertente e intellettualistica di improvvisare fusion sperimentalissima.
• Archie Sheep e Ritual Trio, Conversation
(Delmark)
Lo storico tenorista free, che da tempo si dedica a riletture boppistiche,
torna in un certo senso alle proprie radici arrabbiate, collaborando assieme
al minigruppo chicagoano del percussionista Kali El'Zabar (con Ari
Brown al piano e Malachi Favors al basso) per un veemente omaggio
alla cultura nera, da Malcolm X a Fred Hopkins.
• Andy Sheppard, Nocturnal Tourist (Provocateur
Records)
Andy Sheppard, forse il personaggio meglio conosciuto della
nuova scena inglese emersa negli anni Ottanta, continua a proporre un jazz
originale all'insegna dell'eclettismo. In questo Noctural Tourist
fa quasi tutto da solo, suonando i sassofoni tenore e soprano, nonché
vari tipi di chitarre e di tastiere, per ricercare un suono che appunto da
turista lo porta a toccare varie località del mondo dall'Africa all'America
Latina, sempre in bilico e in tensione fra echi lontani e moderne tecnologie.
• Matthew Shipp, Songs (Splasc(h) Records
Il giovane pianista free raramente avvezzo alle solo performance, offre in
questo disco per un'etichetta italiana un corposo repertorio di tutti standard
(dai vecchi musical ai pezzi hard bop), rileggendoli in maniera intensa,
senza però avvicinarsi al consueto sperimentalismo, ma restando al
di qua di una leggibilità immediata. Così i vari Con Alma, On
Green Dolphin Street, Bags' Groove, East Broadway Run Down, Yesterdays, più
che di Cecil Taylor sembrano portare l'impronta di Monk, di Hancock, di Powell,
con l'attualità del XXI secolo. Un piano solo davvero importante.
• Soneros de Verdad, El run run de los Soneros
(L'Escalier)
I 'suonatori di verità' sono un gruppo cubano allargato, di cui vanno
almeno menzionati il direttore e cantanti Luis Frank, le voci Pio Leiva, Teresa
Garcia Caturia, Rudy Calzado e il pianista Guillermo Rubalcaba. Un gruppo
nuovo (questo è il loro terzo album) che incide in Germania e che è
composto dalle anziane e ultime generazioni di artisti cubani uniti nel riaffermare
le gloriose tradizioni locali del son montuno, del danzon, del
son, della trova, del guajira-son, del descarga
attraverso un repertorio di brani vecchi e nuovi sempre comunque in old
cuban style, con ricco corredo ritmico-orchestrale.
• Omar Sosa, Sentier (Night&Day)
Siamo veramente alla world music totale: il pianista cubano Omar
Sosa ha registrato in Spagna per un'etichetta francese un disco (tra
l'altro bellissimo) in compagnia di musicisti venezuelani, marocchini, portoricani,
statunitensi, collegando le percussioni della Madre Africa con la poesia rap,
i canti arabi e quelli afrocubani, caraibici, nerovenezueleni, per celebrare
la parentela fra queste culture che hanno nelle ancestrali tradizioni del
Continente Nero una solida matrice espressiva. Ed il risultato è serio
e di alta dignità estetica, oltre che godibilissimo sul piano musicale.
• Autori Vari, Space Jazz Quango (Nun Records)
Il titolo potrebbe trarre in inganno: di solito l'etichetta 'space jazz' viene
usata per indicare un filone particolare di lounge music, quello
più avveniristico, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in cui al jazz
venivano affiancati effetti stereofonici con sontuosi e bizzarri arrangiamenti
orchestrali (era il caso per esempio di Esquivel). Questo disco invece presenta
una compilation di undici brani, registrati tra il 1993 e il 1999, di quello
che oggi definiamo nu jazz, anche se poi la ricetta è più o
meno la stessa di una volta: si prende appunto il jazz e lo si coniuga alle
ultime risorse in chiave tecnologica, fino a dargli una connotazione quasi
fantascientifica. Insomma la musica afroamericana riletta dalla techno,
dai dj e dai campionatori. Ed in molti casi è un ottimo jazz spaziale.
• Chris Speed Trio, Iffy (Knitting Factory)
Il leader sta reinvendando l'uso del clarinetto in compagnia di altri due
validi sperimentatori come Ben Perowsky alle percussioni e Jamie
Saft alle tastiere: una miscela di rap, klezmer, bebop, free
e rock all'insegna della trasgressione della scuola newyorchese alla
John Zorn o alla Don Byron.
• Tomasz Stanko, From the Green Hill (ECM)
Dedicato solo indirettamente al cinema o meglio alle sinestesie tra le due
arti (musica e immagine); questo è un ottimo CD di jazz europeo attuale,
in linea con le poetiche colte, rarefatte, oniriche dell'etichetta tedesca.
Accanto al trombettista polacco, una formazione anomala: violino, contrabbasso,
batteria, il bandoneon dell'argentino Saluzzi e le ance dell'inglese
Surman.
• Stravinskij / Bartok / Berg, Discorsi a tre
(Limen)
Questo notevole disco è importante anche per il jazz fan,
perché non solo presenta una musica colta europea coeva (1918-1938)
ad un ventennio di grande hot jazz, ma anche per il fatto che almeno
due su tre dei brani proposti hanno a che vedere con la musica afroamericana.
Nell'Histoire du Soldat di Igor Stravinskij ci sono palesi riferimenti jazzistici
fin dai titoli di alcuni pezzi (Tango-valse-rag), mentre i Contrasts di Bela
Bartok vennero eseguiti in anteprima da Benny Goodman, re dello swing.
Il Kammerkonzert di Alban Berg tende invece alla dodecafonia, tendenza che
influenzerà solo molto più tardi (ed indirettamente) il jazz
sperimentale. Per i tre brani l'ottima esecuzione è in trio clarinetto
(Crescenzo Langella), violino (Serghei Galaktionov),
pianoforte (Giuseppe Scarafaggi), mentre la produzione impeccabile
è merito dello studioso Michele Forzani, che della
pronai etichetta ha fatto un autentico laboratorio estetico-programmatico.
• The Symphonic Ellington, Night Creature (Soul
Note)
Quest'album propone il concerto del Teatro Lirico quando, sotto la direzione
del pianista Enrico Intra, la Civica Jazz Band si è unita
con l'Ensemble dell'Orchestra Sinfonica di Milano per rendere omaggio al grande
Duke Ellington, con una bella riproposizione di tre sue opere sinfoniche (la
title track, New world a-comin' e Three black kings).
• Robert Stewart, Nat the Cat. The music of Nat
King Cole (Red Records)
Nella storia della musica americana Nat King Cole (1917-1965) è
stato forse il più importante crooner, ossia il cantante confidenziale,
in grado di coniugare sapientemente jazz e musica leggera; Cole, nero, pianista,
con trascorsi di compositore, swinger e pianista, in quanto fama e bravura
era secondo forse solo al bianco Frank Sinatra, che invece è stato
sempre e solo un vocalist. Diciamo tutto questo perchè il recente omaggio
a Nat da parte di un giovane sassofonista afroamericano è diverso da
tutti gli altri per una ragione molto semplice: Robert Stewart ha riproposto
esclusivamente al sax tenore quelle che in origine erano canzoni o brani vocali,
di solito tratti dal grande repertorio degli standards contemporanei. L'impresa
è riuscita perfettamente, in quanto Stewart è riuscito soprattutto
a cogliere lo spirito e per così dire la lezione di Nat King Cole,
restituendoci un jazz che non sa di filologico o antiquato, ma al contrario
respira l'aria di oggi e dimostra come il recente passato musicale sia una
miniera inesauribile per il jazzista moderno. L'arte di Stewart, in questo
disco, si nutre, in una chiave molto personale, addirittura dello stile dei
grandi tenoristi come Ben Webster e Coleman Hawkins (per certi versi anche
il più tardo Gene Ammons), che hanno fatto del mainstream, a metà
tra lo swing e il bebop, un vero e proprio modus vivendi.
E' dunque piacevole ascoltare brani celeberrimi come Blue Gardenia
o Mona Lisa (o il pezzo che da il titolo all'album, l'unico firmato
da Stewart, appositamente) per scoprire la vitalità di un jazz che
rimane fedele a se stesso, ma che ha ancora molto da dire. Del resto è
proprio questa la linea editoriale che persegue un'etichetta ormai storica
come la Red Records che in vent'anni di attività ha presentato i migliori
solisti italiani e stranieri, come dimostrano le decine di titoli in catalogo,
a cominciare ad esempio dalla ristampa di Afrosamba e afronera
del percussionista brasiliano Luis Agudo, per continuare ad esempio
con le ottime recenti uscite di due quintetti, appunto uno italiano, l'altro
statunitense: Quasimodo del chitarrista Piero Condorelli e Why not??
del batterista Chuck Zeuren.
• Suba, Tributo (Ziriguiboom)
Suba era nato nel 1961 a Novi Sad (Yugoslavia) e, dopo un
soggiorno a Parigi, negli anni Novanta in Brasile, prima della tragica scomparsa
nel 1999, era diventato un produttore di qualità, pur rimanendo anzitutto
un vero musicista. Questo omaggio di sedici canzoni da parte di altrettanti
dj, gruppi, solisti sia brasiliani sia europei o statunitensi è la
dimostrazione di come possa venir perpetuata la geniale idea di Suba di unire
la tradizionale bossa nova con i nuovi ritmi techno. La versione
mix di Felicitade di Buscemi è forse l'esempio più significativo
in questa direzione. Lo stesso Suba è presente in tre brani con un
ricordo live del 1996 assieme a Joao Parahyba, mentre in altri due è
campionato rispettivamente da Maria Lima e da Kaitia B.
• Andy Summers, Green Chimney (RCA Victor)
Andy Summers era il chitarrista dei Police, per chi non lo sapesse,
il trio postpunk con Stewart Copeland alla batteria e Sting
al basso e alla voce, che furoreggiò nei primi anni Ottanta: mentre
Sting resta il divo per antonomasia, Copeland il musicista da colonne sonore
(famosi gli scores per Francis Ford Coppola), Summers, forse suo malgrado,
è rimasto dei tre quello più appartato e meno in evidenza, forse
a causa di un eccessiva versatilità stilistica che lo ha portato ad
affrontare, su disco e ai concerti, quasi tutti gli stili contemporanei. In
tal senso si è rivelato senza dubbio un virtuoso della chitarra elettrica,
in grado di spaziare dal rock al jazz, ma forse senza quel guizzo di spiccata
personalità che avrebbe potuto distinguerlo, ad esempio, da un Pat
Metheny o da un Jeff Beck.
E forse proprio per smentire la tesi che lo vorrebbe come un musicista poco
originale, dopo qualche scialba prova new age, con questo disco è tornato
ad una passione giovanile, approdando non solo ad un jazz al cento per cento,
ma anche alla rilettura di uno dei personaggi più difficili della musica
afroamericana, il pianista Thelonius Monk (1920-1982). Green Chimneys
porta infatti come sottotitolo The Music of Thelonius Monk
e comprende infatti ben quattordici originals del geniale esponente bebop,
precursore di tutto il jazz informale degli ultimi quarant'anni. Come
sostiene lo stesso Summers, all'interno dell'elegante pochette, la scoperta
di Monk per lui avvenne a sedici anni e fu una vera e propria folgorazione,
al punto da sobbarcarsi, qualche mese dopo, ore e ore di treno per arrivare
dalla provincia a Londra ed applaudirlo in concerto.
Non è facile per nessuno rifare la musica di Monk: e ovviamente Summers,
che resta comunque un musicista acuto e raffinato, ha giustamente escluso
la rilettura filologica, optando per una reinvenzione fantastica, dunque applicando
agli armonici della chitarra le spigolose melodie dei temi monkiani, lasciando
infine che fosse soprattutto la timbrica dello strumento a fare il resto.
Ne è fuoriuscito un bel disco di fusion e di musica chitarristica,
totalmente strumentale (tranne l'episodio della celeberrima Round Midnight
cantata da Sting), dove Monk serve quasi a dimostrare il virtuosismo di Summers.
Ed in effetti il chitarrista dà libro sfogo a tutto il suo eclettismo,
facendo il verso, sia pur con molta inventiva, tanto a John Scofield quanto
a Bill Frisell, ma lasciando l'ascoltatore in balia della troppa carne al
fuoco. Meglio a questo punto il lavoro integerrimo della sezione ritmica con
l'eccellente Peter Erskine alla batteria e il granitico Dave Carpenter
al contrabbasso. Lezioso o forse superfluo il contributo di altri illustri
ospiti da Joey Di Francesco all'organo ad Hank Roberts al violoncello.
Summers infine si cimenta anche al banjo e al dobro trattandoli come una chitarra
jazz e ricavandone suoni interessanti, che infine contribuiscono ad accrescere
la sua fama di interessante manipolatore di strumenti a corde.
© All That Jazz Copyright 1999-2004 Guido Michelone