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Maria Schneider, Allègresse (Enja)
Una delle rarissime direttrici orchestrale nell'ambito jazzistico,
presenta un album con tutte sue composizioni (spesso di lunga durata),
in cui la scrittura e l'improvvisazione moderna si compenetrano
perfettamente, in una big band priva di star, ma con solisti molto
efficaci.
Autori Vari, Le Scimmie.
The city jazz club (Edel)
Le Scimmie è un locale inaugurato nel 1982 a Milano che in
vent'anni di ininterrotta attività ha visto sfilare il meglio
del concertismo jazz italiano e talvolta anche grossi calibri internazionali
(come ad esempio i gruppi di Tim Berne e Paul Motian presenti alla
fine di quest'antologia). Per onorare dunque il ventennale è
stato preparato questo disco, peraltro molto bello, soprattutto
di jazz contemporaneo (vi si ascoltano tra gli altri Rusca, Manusardi,
Rava, D'Andrea, Urbani, De Filippi, Melillo, Faraò), che
ha forse l'unico difetto di presentare scelte discografiche e non
registrazioni dal vivo all'interno del locale stesso.
Daniele Sepe, Totò sketches (Polosud)
Il sopranista partenopeo, da molti critici ritenuto il Frank Zappa
italiano, rende un omaggio speciale al grande comico, musicando
alcuni spezzoni cinematografici, con uno stile all'insegna dell'humour,
dell'eclettismo, dell'autoironia. Il sestetto di Sepe suona di tutto,
attraverso un jazz che mescola rap e r'n'b, classica e sudamericanate.
Sex Mob, Solid Sender (Knitting Factory)
E' forse il gruppo più creativo che sia di recente emerso
dalla 'fattoria' newyorchese, a sua volta da circa vent'anni epicentro
di numerose avanguardie sonore. In America il loro stile viene definito
jam rock, ossia una maniera al contempo divertente e intellettualistica
di improvvisare fusion sperimentalissima.
Archie Sheep e Ritual Trio, Conversation (Delmark)
Lo storico tenorista free, che da tempo si dedica a riletture boppistiche,
torna in un certo senso alle proprie radici arrabbiate, collaborando
assieme al minigruppo chicagoano del percussionista Kali El'Zabar
(con Ari Brown al piano e Malachi Favors al basso)
per un veemente omaggio alla cultura nera, da Malcolm X a Fred Hopkins.
Andy Sheppard,
Nocturnal Tourist (Provocateur Records)
Andy Sheppard, forse il personaggio meglio conosciuto della nuova
scena inglese emersa negli anni Ottanta, continua a proporre un
jazz originale all'insegna dell'eclettismo. In questo Noctural Tourist
fa quasi tutto da solo, suonando i sassofoni tenore e soprano, nonché
vari tipi di chitarre e di tastiere, per ricercare un suono che
appunto da turista lo porta a toccare varie località del
mondo dall'Africa all'America Latina, sempre in bilico e in tensione
fra echi lontani e moderne tecnologie.
Matthew Shipp,
Songs (Splasc(h) Records
Il giovane pianista free raramente avvezzo alle solo performance,
offre in questo disco per un'etichetta italiana un corposo repertorio
di tutti standard (dai vecchi musical ai pezzi hard bop), rileggendoli
in maniera intensa, senza però avvicinarsi al consueto sperimentalismo,
ma restando al di qua di una leggibilità immediata. Così
i vari Con Alma, On Green Dolphin Street, Bags' Groove, East Broadway
Run Down, Yesterdays, più che di Cecil Taylor sembrano portare
l'impronta di Monk, di Hancock, di Powell, con l'attualità
del XXI secolo. Un piano solo davvero importante.
Soneros de
Verdad, El run run de los Soneros (L'Escalier)
I 'suonatori di verità' sono un gruppo cubano allargato,
di cui vanno almeno menzionati il direttore e cantanti Luis Frank,
le voci Pio Leiva, Teresa Garcia Caturia, Rudy Calzado e il pianista
Guillermo Rubalcaba. Un gruppo nuovo (questo è il loro terzo
album) che incide in Germania e che è composto dalle anziane
e ultime generazioni di artisti cubani uniti nel riaffermare le
gloriose tradizioni locali del son montuno, del danzon, del son,
della trova, del guajira-son, del descarga attraverso un repertorio
di brani vecchi e nuovi sempre comunque in old cuban style, con
ricco corredo ritmico-orchestrale.
Omar Sosa,
Sentier (Night&Day)
Siamo veramente alla world music totale: il pianista cubano Omar
Sosa ha registrato in Spagna per un'etichetta francese un disco
(tra l'altro bellissimo) in compagnia di musicisti venezuelani,
marocchini, portoricani, statunitensi, collegando le percussioni
della Madre Africa con la poesia rap, i canti arabi e quelli afrocubani,
caraibici, nerovenezueleni, per celebrare la parentela fra queste
culture che hanno nelle ancestrali tradizioni del Continente Nero
una solida matrice espressiva. Ed il risultato è serio e
di alta dignità estetica, oltre che godibilissimo sul piano
musicale.
Autori Vari,
Space Jazz Quango (Nun Records)
Il titolo potrebbe trarre in inganno: di solito l'etichetta 'space
jazz' viene usata per indicare un filone particolare di lounge music,
quello più avveniristico, tra gli anni Cinquanta e Sessanta,
in cui al jazz venivano affiancati effetti stereofonici con sontuosi
e bizzarri arrangiamenti orchestrali (era il caso per esempio di
Esquivel). Questo disco invece presenta una compilation di undici
brani, registrati tra il 1993 e il 1999, di quello che oggi definiamo
nu jazz, anche se poi la ricetta è più o meno la stessa
di una volta: si prende appunto il jazz e lo si coniuga alle ultime
risorse in chiave tecnologica, fino a dargli una connotazione quasi
fantascientifica. Insomma la musica afroamericana riletta dalla
techno, dai dj e dai campionatori. Ed in molti casi è un
ottimo jazz spaziale.
Chris Speed Trio, Iffy (Knitting Factory)
Il leader sta reinvendando l'uso del clarinetto in compagnia di
altri due validi sperimentatori come Ben Perowsky alle percussioni
e Jamie Saft alle tastiere: una miscela di rap, klezmer,
bebop, free e rock all'insegna della trasgressione della scuola
newyorchese alla John Zorn o alla Don Byron.
Tomasz Stanko, From the Green Hill (ECM)
Dedicato solo indirettamente al cinema o meglio alle sinestesie
tra le due arti (musica e immagine); questo è un ottimo CD
di jazz europeo attuale, in linea con le poetiche colte, rarefatte,
oniriche dell'etichetta tedesca. Accanto al trombettista polacco,
una formazione anomala: violino, contrabbasso, batteria, il bandoneon
dell'argentino Saluzzi e le
ance dell'inglese Surman.
Stravinskij
/ Bartok / Berg, Discorsi a tre (Limen)
Questo notevole disco è importante anche per il jazz fan,
perché non solo presenta una musica colta europea coeva (1918-1938)
ad un ventennio di grande hot jazz, ma anche per il fatto che almeno
due su tre dei brani proposti hanno a che vedere con la musica afroamericana.
Nell'Histoire du Soldat di Igor Stravinskij ci sono palesi riferimenti
jazzistici fin dai titoli di alcuni pezzi (Tango-valse-rag), mentre
i Contrasts di Bela Bartok vennero eseguiti in anteprima da Benny
Goodman, re dello swing. Il Kammerkonzert di Alban Berg tende invece
alla dodecafonia, tendenza che influenzerà solo molto più
tardi (ed indirettamente) il jazz sperimentale. Per i tre brani
l'ottima esecuzione è in trio clarinetto (Crescenzo Langella),
violino (Serghei Galaktionov), pianoforte (Giuseppe Scarafaggi),
mentre la produzione impeccabile è merito dello studioso
Michele Forzani, che della pronai etichetta ha fatto un autentico
laboratorio estetico-programmatico.
The Symphonic Ellington, Night Creature (Soul Note)
Quest'album propone il concerto del Teatro Lirico quando, sotto
la direzione del pianista Enrico Intra, la Civica Jazz
Band si è unita con l'Ensemble dell'Orchestra Sinfonica
di Milano per rendere omaggio al grande Duke Ellington, con una
bella riproposizione di tre sue opere sinfoniche (la title track,
New world a-comin' e Three black kings).
Robert Stewart, Nat the Cat. The music of Nat King Cole (Red Records)
Nella storia della musica americana Nat King Cole (1917-1965)
è stato forse il più importante crooner, ossia il
cantante confidenziale, in grado di coniugare sapientemente jazz
e musica leggera; Cole, nero, pianista, con trascorsi di compositore,
swinger e pianista, in quanto fama e bravura era secondo forse solo
al bianco Frank Sinatra, che invece è stato sempre e solo
un vocalist. Diciamo tutto questo perchè il recente omaggio
a Nat da parte di un giovane sassofonista afroamericano è
diverso da tutti gli altri per una ragione molto semplice: Robert
Stewart ha riproposto esclusivamente al sax tenore quelle che
in origine erano canzoni o brani vocali, di solito tratti dal grande
repertorio degli standards contemporanei. L'impresa è riuscita
perfettamente, in quanto Stewart è riuscito soprattutto a
cogliere lo spirito e per così dire la lezione di Nat King
Cole, restituendoci un jazz che non sa di filologico o antiquato,
ma al contrario respira l'aria di oggi e dimostra come il recente
passato musicale sia una miniera inesauribile per il jazzista moderno.
L'arte di Stewart, in questo disco, si nutre, in una chiave molto
personale, addirittura dello stile dei grandi tenoristi come Ben
Webster e Coleman Hawkins (per certi versi anche il più tardo
Gene Ammons), che hanno fatto del mainstream, a metà tra
lo swing e il bebop, un vero e proprio modus vivendi.
E' dunque piacevole ascoltare brani celeberrimi come Blue Gardenia
o Mona Lisa (o il pezzo che da il titolo all'album, l'unico
firmato da Stewart, appositamente) per scoprire la vitalità
di un jazz che rimane fedele a se stesso, ma che ha ancora molto
da dire. Del resto è proprio questa la linea editoriale che
persegue un'etichetta ormai storica come la Red Records che in vent'anni
di attività ha presentato i migliori solisti italiani e stranieri,
come dimostrano le decine di titoli in catalogo, a cominciare ad
esempio dalla ristampa di Afrosamba e afronera del percussionista
brasiliano Luis Agudo, per continuare ad esempio con le ottime
recenti uscite di due quintetti, appunto uno italiano, l'altro statunitense:
Quasimodo del chitarrista Piero Condorelli e Why not??
del batterista Chuck Zeuren.
Suba, Tributo (Ziriguiboom)
Suba era nato nel 1961 a Novi Sad (Yugoslavia) e, dopo un soggiorno
a Parigi, negli anni Novanta in Brasile, prima della tragica scomparsa
nel 1999, era diventato un produttore di qualità, pur rimanendo
anzitutto un vero musicista. Questo omaggio di sedici canzoni da
parte di altrettanti dj, gruppi, solisti sia brasiliani sia europei
o statunitensi è la dimostrazione di come possa venir perpetuata
la geniale idea di Suba di unire la tradizionale bossa nova con
i nuovi ritmi techno. La versione mix di Felicitade di Buscemi è
forse l'esempio più significativo in questa direzione. Lo
stesso Suba è presente in tre brani con un ricordo live del
1996 assieme a Joao Parahyba, mentre in altri due è campionato
rispettivamente da Maria Lima e da Kaitia B.
Andy Summers, Green Chimney (RCA Victor)
Andy Summers era il chitarrista dei Police, per chi non lo
sapesse, il trio postpunk con Stewart Copeland alla batteria
e Sting al basso e alla voce, che furoreggiò nei primi
anni Ottanta: mentre Sting resta il divo per antonomasia, Copeland
il musicista da colonne sonore (famosi gli scores per Francis Ford
Coppola), Summers, forse suo malgrado, è rimasto dei tre quello
più appartato e meno in evidenza, forse a causa di un eccessiva
versatilità stilistica che lo ha portato ad affrontare, su
disco e ai concerti, quasi tutti gli stili contemporanei. In tal senso
si è rivelato senza dubbio un virtuoso della chitarra elettrica,
in grado di spaziare dal rock al jazz, ma forse senza quel guizzo
di spiccata personalità che avrebbe potuto distinguerlo, ad
esempio, da un Pat Metheny o da un Jeff Beck.
E forse proprio per smentire la tesi che lo vorrebbe come un musicista
poco originale, dopo qualche scialba prova new age, con questo disco
è tornato ad una passione giovanile, approdando non solo ad
un jazz al cento per cento, ma anche alla rilettura di uno dei personaggi
più difficili della musica afroamericana, il pianista Thelonius
Monk (1920-1982). Green Chimneys porta infatti come sottotitolo The
Music of Thelonius Monk e comprende infatti ben quattordici originals
del geniale esponente bebop, precursore di tutto il jazz informale
degli ultimi quarant'anni. Come sostiene lo stesso Summers, all'interno
dell'elegante pochette, la scoperta di Monk per lui avvenne a sedici
anni e fu una vera e propria folgorazione, al punto da sobbarcarsi,
qualche mese dopo, ore e ore di treno per arrivare dalla provincia
a Londra ed applaudirlo in concerto.
Non è facile per nessuno rifare la musica di Monk: e ovviamente
Summers, che resta comunque un musicista acuto e raffinato, ha giustamente
escluso la rilettura filologica, optando per una reinvenzione fantastica,
dunque applicando agli armonici della chitarra le spigolose melodie
dei temi monkiani, lasciando infine che fosse soprattutto la timbrica
dello strumento a fare il resto. Ne è fuoriuscito un bel disco
di fusion e di musica chitarristica, totalmente strumentale (tranne
l'episodio della celeberrima Round Midnight cantata da Sting),
dove Monk serve quasi a dimostrare il virtuosismo di Summers. Ed in
effetti il chitarrista dà libro sfogo a tutto il suo eclettismo,
facendo il verso, sia pur con molta inventiva, tanto a John Scofield
quanto a Bill Frisell, ma lasciando l'ascoltatore in balia della troppa
carne al fuoco. Meglio a questo punto il lavoro integerrimo della
sezione ritmica con l'eccellente Peter Erskine alla batteria
e il granitico Dave Carpenter al contrabbasso. Lezioso o forse
superfluo il contributo di altri illustri ospiti da Joey Di Francesco
all'organo ad Hank Roberts al violoncello. Summers infine si
cimenta anche al banjo e al dobro trattandoli come una chitarra jazz
e ricavandone suoni interessanti, che infine contribuiscono ad accrescere
la sua fama di interessante manipolatore di strumenti a corde.
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