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Christophe Marguet, Les corrèspondances (Label Bleu)
Secondo album per il quartetto francese che nel retro copertina
si fregia alla direzione artistica di Steve Swallow, quasi
a sinonimo di garanzia per un sound cameristico, che però
ostenta anche l'immeditezza di un jazz molto spinto.
Wynton Marsalis,
Swinging into the 21st (Columbia)
Ben sette Cd dedicati a vari generi musicali (classica, balletto,
jazz, country-folk) in un progetto mastodontico che per il trombettista
nero sta a significare la necessità di integrare in futuro
i differenti linguaggi sonori in circolazione.
Bradford Marsalis,
Requiem (Columbia)
L'album è dedicato al pianista del quartetto, Kenny Kirkland,
prematuramente scomparso: per il resto si tratta di jazz contemporaneo
modernamente avanzato, tra modale e hard bop, in cui il fratello
del ben pił celebre Wynton si destreggia al sax tenore (e
talvolta al soprano) guardando con ammirazione e rispetto al sound
di Rollins, Coltrane e Shorter.
Masada, Live in Middelheim
1999 (Tzadik)
Il quartetto ha già inciso dieci CD in studio (nominati col
semplice numero in inglese e in ebraico) e alcuni live, tra cui
quest'ultimo sembra riassumere l'estetica sospesa tra klezmer e
free jazz con ironia e furore di un gruppo molto ben amalgamato,
con John Zorn (sax alto), Dave Douglas (tromba), Greg
Cohen (contrabbasso), Joey Baron (batteria).
Carlos Maza Trio, Tierra fertil (Universal Jazz France)
Il pianista ventiseienne Carlos Maza è nato in Cile da una
famiglia di oppositori al regime di Pinochet: dopo l'infanzia trascorsa
in Francia, ha deciso di stabilirsi a Cuba, dove ha studiato al
conservatorio di Guanabacoa e dove ha esordito al Festival Internazionale
del Jazz dell'Avana appena sedicenne nel 1990. Da allora è
stato completamente assorbito dall'attività musicale, tra
concerti, tournèe e già cinque dischi a suo nome:
Donde estoy? (Emp, 1993), Zapato Kiko (Owl, 1994),
Nostalgia (Owl, 1995), Mariposa (Lautaro, 1997) e questo
nuovo Tierra fertil registrato a Pompignan. Colpisce subito
nei dieci brani originali (tutti composti da Maza stesso) la raffinata
capacità di accostare il jazz in senso stretto ad un sincero
recupero delle radici latino-americane, attraverso una varietà
estrema di temi, umori, coloriture. Per far questo, Maza suona un'infinità
di strumenti: le tastiere, il sax soprano, la chitarra a dieci corde
ed anche quelli della tradizione andina dal charango al pan flute.
Pure la sezione ritmica non si limita a basso e batteria: Carlos
Malta raddoppia i suoni del leader con flauti e sassofoni, mentre
Kesso si circonda di numerose percussioni. Il risultato è
un tipo di musica che si può accostare alla ricerca di un
Egberto Gismondi, il pluristrumentista brasiliano che per la Ecm
ha inciso parecchi cd all'isnegna di una compenetrazione fra l'improvvisazione
nord, centro, sud americana. Ma, rispetto a quest'ultimo, in Terra
fertil è forse ancora maggiore la voglia di sperimentare
non tanto con atmosfere cameristiche, quanto piuttosto con fulminei
richiami potente world music e ad un'avanguardia eloquentemente
popolare; esempi impegnativi e riuscitissimi in tal senso la jazzistica
title track, l'omaggio a Bob Marley (Sentimiento rastafari), il
connubio tra conga cubana e marcha rancho brasilera (Conga d'epseranza),
la melodia india (Me llamo charango), il ritmo huayno cileno fuso
col maracatu del carnevale di Recife (Y soi de America), l'intenso
duo flautistico (La fiesta de las hormigas). Un disco, insomma,
che abbatte molti steccati e che crea un ponte ideale fra le tre
Americhe, come già avevano tentato circa trent'anni fa il
sax impetuoso di Gato Barbieri o pił misticamente i gruppi
multifolklirici di Don Cherry.
Mike Melillo
e Franco D'Andrea, Timeless Monk (Philology)
I due grandi pianisti affrontano tète-à-tète
il repertorio di Thelonius Monk in un'ottica forse un po' intellettualistica,
con un risultato che vale non tanto per l'adesione ai modelli originali,
quanto piuttosto per la creatività di entrambi riposta nel
cammino verso sempre nuove escursioni jazzistiche.
Pat Metheny,
Trio 99 (Warner)
Il chitarrista non si dimentica dell'amore verso il jazz: ecco un
altro trio (il terzo dopo Rejocong del 1983 e Question
and Answer del 1989), con una giovane ritmica per rendere un
omaggio pił o meno diretto allo strumento acustico e a quello elettrico
attraverso linea mainstream del chitarrismo jazzistico (Jim Hall,
Tal Farlow, Jimmy Rainey, Barney Kessel, ecc.).
Mingus Big
Band, Blues & Politics (Dreyfus Jazz)
Questo nuovo capitolo dell'agguerrita orchestra voluta dalla vedova
Sue Mingus mette stavolta in evidenza i rapporti tra blues
e politica in alcuni brani celebri del grande contrabbassista e
compositore. Arrangiano Mike Mossman, Sy Johnson, Howard Johnson,
Steve Slagle per una musica come sempre ribollente, energica,
dura, bella e comunicativa. Miglior formazione dell'anno 1999 secondo
il referendum di "Musica Jazz".
Gabriele
Mirabassi, Velho retrato (Egea)
Il clarinettista duetta con la chitarra di Sergio Assad in
nove brani che fin dai titoli rievocano i legami con la musica popolare
brasiliana. Dunque un jazz cameristico che si unisce alla bossa
nova in un'ottica europeista.
Roscoe Mitchell,
Nine to Get Ready (ECM)
Il miglior disco del 1999 secondo il referendum di "Musica
Jazz": in effetti il plurisassofonista dell'AEoC si presenta
con la sua Note Factory (un doppio quartetto) per realizzare finalmente
il sogno di un contesto di improvvisatori dal respiro orchestrale;
dai riverberi sudafricani alle spigolosità puntiliste, il
disco è una riuscitissima affermazione di come il jazz sia,
come dice Mitchell, mutazione permanente.
Massimo Moriconi,
D'improvviso (MBO)
Grandissimo contrabbassista, partner ideale per ogni solista, ma
anche per cantanti pop (con i quali lavora regolarmente anche quale
arrangiatore) Moriconi firma ora il suo album, invitando una pletora
di ospiti illustri, addirittura Mina che mostra finalmente le due
innegabili doti jazzistiche, e poi ancora Fabio Concato, Massimo
Rota, Phil Woods, Eric Marienthal, Franco Ambrosetti, Renato Sellani,
Danilo Rea e tanti altri, per un disco jazz molto valido soprattutto
accessibile a tutte le orecchie.
Butch Morris,
Holy Sea (Splasc(h)
Lawrence B. "Butch" Morris, trombettista nero,
tra i rari esponenti dell'avanguardia losangelena, giunge in Italia
a dirigere la ORT Orchestra della Toscana in un doppio CD,
con l'aiuto di Fassi, Deanme e Yoshihide, in un'epsrimento
originale dai molti umori (la third stream, il free jazz,
il Miles Davis pił funky).
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