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URI CAINE, The Goldberg variations (Winter & Winter)
Uno dei maggiori artisti degli ultimissimi anni (non a caso miglior
nuovo talento 1999 per il referendum di "Musica Jazz") si cimenta
con le trascrizioni della musica bachiana rese celebri dal pianoforte
iperclassico di Glenn Gould. Alla guida di ben venti musicisti
suddivisi in varie formazioni, Caine rivisita Bach alla sua paradossale
e genialoide maniera.
URI CAINE, Mahler in Toblach, (Winter & Winter)
Un doppio CD dal concerto di Dobbiaco per il festival dedicato a
Gustav Mahler, dove il pianista di Philadelphia con il suo ottetto
dissacra o stravolge alcune pagine sinfoniche del compositore mitteleuropeo
a suon di klezner, marcette, improvvisazioni free.
François
Carrier Trio + 1, Compassion (Naxos Jazz)
E' forse il più valido jazzista del Quebec, ed infatti ormai
la sua fama ha raggiunto un livello internazionale: il sassofonista
contralto assieme al pianista Steve Amirault e al bassista Pierre
Coté (più il batterista Michel Lambert in tre degli
otto brani presenti) hanno vita ad una performance di intelligente
jazz sperimentale, talvolta con qualche reminiscenza free, ma sempre
all'altezza di un virtuosismo e di una comunicabilità che
si fanno apprezzare persino dia più riottosi, a dimostrazione
di come sia possibile (e piacevole) un'avanguardia colta e popolare.
CELEA LIEBMAN REISINGER, Missing a page ( Label Bleu)
Secondo album di un trio originalissimo composto dal francese Jean-Paul
Celea (contrabbasso), dal tedesco Wolfang Reisinger (batteria
elettrificata) e dall'americano David Liebman (qui al soprano, al
tenore, al flauto e la pianoforte). Un'avanguardia senza confini,
con tratti giustamente europeizzanti.
Chamber Music
Society, Lower Basin Street (Nostalgia Arts)
Sotto queste magniloquenti denominazioni si celano in realtà
due programmi jazz (che ironizzavano sin dal titolo su uno di musica
classica) che andarono in onda sulla NBC dal Rockefeller Center
di New York il 5 maggio e il 16 giugno del 1940 e che ora forcutamente
una preziosa etichetta danese riporta in vita in dodici pezzi, dove
le voci degli speaker si intercalano ai suoni di due band Dr. Henry
Hot Lips Levine and his Dixieland Octet e Paul Lavalle's Double
Woodwind Quintet, formazioni di studio oggi ignorate, ma che hanno
come ospiti (anche su questo CD) jazzisti illutsri come Benny Carter,
W.C. Handy e Dinah Shore. Il tutto all'insegna dei classici hot,
allora (in epoca swing) già revival da Star dust a Basin
street blues, da Honeysuckle
Chicago Underground
Duo, Axis and alignment (Thrill Jokey)
Il duo è composto da Chad Taylor (percussioni, vibrafono,
chitarra) e Rob Mazurek (cornetta, pianoforte, effetti elettronici):
insieme danno vita ad due lunghe performances (suddivise rispettivamente
in sei e cinque parti) dove l'insegnamento del jazz moderno (in
particolare avanguardistico) si fonde con una vena più strettamente
elettroacustica. Siamo insomma di fronte ad un happening
Cimarosa
Collective, Cimarosa Collective (Halidon)
Diciamo subito che si tratta di una sorprendete realizzazione di
nu jazz italiano: dietro la sigla un po' classica un po' moderna
agiscono infatti Stefano Raffaelli (tastiere) e Marcello de Angelis
(elettronica) più altri nove ospiti, dal quartetto d'archi
agli strumenti esotici o acustici. Il risultato, davvero stupendo,
è un trip-hop tiratissimo, su cui s'innestano assolo
completi di effettivo virtuosismo dai richiami di volta in volta
orientali e boppistici. Un gruppo che merita senza dubbio una profonda
attenzione nel panorama musicale italiano (non solo jazzistico).
Autori Vari,
Jazz in the movies. Cinecittà (CAM)
Una bella antologia per intendere come il jazz italiano si sia espresso
soprattutto nelle colonne sonore dei film del boom (grosso modo
tra il 1957 e il 1968, pellicole perlopiù commerciali), servendosi
di firme già note in campo teatrale o leggero (Luttazzi,
Fusco, Trovaioli, Piccioni, Ferrio, Rustichelli, Umiliani, Fineschi,
Ghiglia, Alessandroni); è insomma lo swing cinematografico
che in Germania è stato già rivalutato da tempo nel
filone lounge. Completano il disco tre brani recenti ad opera di
Rava, Ortolani, Towner, quasi a dimostrare che il jazz su celluloide
sia ormai rarissimo, almeno a Cinecittà.
Clobeda's,
Clobeda's (Artesuono)
Clobeda's è un trio d'archi femminile (il nome deriva dalle
suoe componenti: Clonfero Lucia, Bertoni Martina, D'Agostini Elisa)
rinforzato dal percussionista Ivan Ordiner, che propone musica cameristica
non classica, ma di svariate tradizioni popolari, adattando per
violino (talvolta voce), viola, violoncello e tamburo musiche del
folklore angloceltico, ungherese, iberico, ecc. L'esito ricorda
quello di gruppi simili (come il notissimo Kronos Quartet americano),
con l'aggiunta di un accento etnico struggente
STEVE COLEMAN, The sonic language of myth ( BMG)
Per molti il disco rappresenta il vertice e della carriera solistica
e autoriale del sassofonista afroamericano: una musica esoterica
e al contempo razionale dall'organico variabile (archi e fiati,
dal trio al nonetto) che sembra aver trovato parecchi elementi comuni
tra arcane sonorità mondiali.
Steve Coleman,
Resistance Is Futile (Label Bleu)
Un doppio CD registrato dal vivo al JAM di Montpellier (Francia)
a conclusione di un lungo seminario dove il celebre altossassofonista
afroamericano ha insegnato e suonato il suo jazz di Brooklyn, del
cosiddetto M-Base Collective. Anche il disco conferma una carriera
quasi ventennale all'insegna del black culture e di una rilettura
dell'intera modernità jazz neroamericana, non esclusi i rimandi
a certa etnicità sempre di pelle scura. A coadiuvare Coleman
i suoi 'classici' Five Elements sia pur in una formazione nuova,
ma che non si discosta poeticamente dai precedenti lavori, per un
risultato complessivamente riuscito sotto ogni punto di vista.
Perry Como,
Some Enchanted Evening (Naxos Nostalgia)
Nella collana 'Nostalgia' della popolare etichetta discografica
a prezzi stracciati, vengono riportati alla ribalta i divi pop degli
anni Trenta e Quaranta, poco (o molto) prima l'avvento del rock
and roll che spazzo via di colpo (o quasi) un modo di cantare melodico,
impostato, languido, insomma il crooner alla Bing Crosby e alla
Frank Sinatra. Tra loro c'era anche questo giovanotto di origini
italiani che prima di diventare famoso, anche in Italia, con Magic
Moments, s'impone quale interprete confidenziale dei cosiddetti
standard con arrangiamenti stucchevoli e una voce quasi tenorile:
un tuffo nel passato, con diciassette canzoni (molte anche jazzate),
per capire come e quanto siamo cambiati, musicalmente.
I Compani,
Aida Giuseppe verdi (Bvhaast)
I Compani è un ottetto jazz olandese (qui rinforzato da tre
ospiti) attivo dal 1985 e diretto dal sax tenore Bo Van De Graaf,
con un altro precedente illustre nel rielaborare musiche di un autore
italiano: I Compani Plays Rota (1995), un disco con le colonne sonore
di Nino Rota per i film di Federico Fellini. Oggi l'impresa sembrerebbe
assai più difficile visto che Verdi, a differenza di Rota,
per epoca e per gusto, non aveva la benché minima parentele
con le musiche afroamericane. Tuttavia il livello di dissacrazione
dei Compani nei confronti dell'originale è così eteroclita
che il risultato non solo è centrato ma è anche piacevole
dal punto di vista dell'ascolto, grazie ad una perfetta miscela
di funk, blues, tango, circo, swing, cabaret, orientalisti sulle
arie e sulle danze del celebre melodramma.
HARRY CONNICK Jr., Come By Me (Columbia)
La critica musicale soprattutto italiana sempre stata divisa su
questo cantante e pianista bianco di New Orleans, fin da quando
appena ventenne debuttò con un album, Twenty (il titolo
faceva riferimento alla sua tenera età), che sollevò
un polverone nel mondo del jazz e in genere della musica leggera:
in piena epoca rock un giovane esordiva con un disco che, fra standards
e origanals, rendeva espressamente omaggio alla musica dei padri
o addirittura dei nonni, recuperando il sound alla Frank Sinatra
che nessuno, al di sotto dei cinquant'anni, aveva più osato
riproporre. Che il ritorno al canto jazz tradizionale fosse nell'aria
si avvertiva già da circa un decennio, con una serie di artisti
più o meno noti: basti pensare al quartetto vocalese dei
Manhattan Transfer o, in anni più recenti, a talentuosi
bebop singers come Kevin Mohagany o Kurt Elling.
Ma che qualcuno osasse persino rifare lo stile e le atmosfere di
The Voice, questo pareva ad alcuni un affronto insostenibile: e
così molta critica incomincia a storcere il naso di fronte
al gusto decisamente rètro e old fashion di Harry Connick
Jr., il quale a sua volta incominciava ad ottenere consensi di pubblico
e a sfornare album a velocità impressionante, cimentandosi
di volta in volto coi piccoli gruppi, le big band o nelle vesti
di solo tastierista.
Tutto ciò per dire che qualche merito il nostro Connick pure
ce l'ha, nel senso che è stato forse il primo ad indicare
una strada che molti poi hanno intrapreso, talvolta anche meglio
di lui sul piano precipuamente stilistico. Ma il ragazzo, ormai
trentenne, ha senza dubbio un altro ulteriore vantaggio, quello
della coerenza: ha proseguito imperterrito nella vocazione di crooner,
ossia di tipico interprete confidenziale, nel ricordo degli anni
Quaranta e Cinquanta, della grande tradizione statunitense prima
del rock e al di fuori della matrice popolare bianca (country) o
nera (blues). Il suo è insomma un canto jazz che guarda al
melodismo classico e alla pulizia formale, anche se proprio in questo
CD non mancano impennate coraggiose, come su tutti il pezzo che
da il titolo all'album: Come By Me è quasi una sorta
di boogie che inizia in sordina per terminare con i riff
da grande orchestra. Lezione di ritmo canto a tenerezze da night
club: ecco la ricetta vincente di un disco piacevolissimo (tredici
pezzi tutti orecchiabilissimi), se gustato col senso del revival
e di un tempo passato, che non potrà più tornare.
Coro Vivavoce,
Smada (Splasc(h) Records)
E' proprio un coro quello del disco, cinque voci maschili e cinque
femminili diretta da Stefania Scarinzi, in un progetto abbastanza
insolito nel panorama italiano degli ultimi anni: si tratta infatti
di un vocal group jazzistico che ripercorre i fasti del primo vocalese
(soprattutto i Double Six), non senza qualche richiamo alle armonie
di Ray Conniff. L'approccio comunque è più boppistico
che leggero, anche per la scelta del repertorio che spazia da Junior
Mance ad Horace Silver, da Charlie Parker a Oliver Nelson; e ci
sono pure i classici, da Ellington a Gershwin, e le curisoità
dalla jazzpoetry di Jack Kerouac ad un irriverente estratto
bachiano.
Gianni Coscia,
L'Archiliuto (Egea)
E' anzitutto un omaggio a Gorni Kramer questo nuovo disco del fisarmonicista
alessandrino che, smessi i panni dell'avvocato, e facendo il jazzista
a tempo pieno, ormai settantenne, continua a stupirci per l'originalità
delle sue idee musicali. Non sono solo cover dei brani del grande
compositore mantovano: al contrario i pezzi scritti in origine per
il teatro leggero diventano grandiose partiture (grazie al direttore
Carlo Boccadoro) per un'orchestra ritmosinfonica che annovera anche
grandi solisti jazz come Trovesi, Piana, Dulbecco. Dopo la suite
in sette tempi Krameriana, il divertente epilogo con la Celebre
mazurca alterata (ossia il ballo di Migliavacca rivisto e corretto).
Autori Vari,
Cosmic Funk Quango (Nun Records)
Un'altra etichetta, cosmic funk, per delineare una nuova tendenza
specifica all'interno del gran calderone dell'attuale musica elettronica:
si tratta infatti di un settore della techno che più apertamente
si rifà ai ritmi e alle tematiche del funky 'storico' quello
insomma nero degli anni Settanta, imparentato sia con il jazz sia
con il r'n'b. Gli otto lunghi brani (1999-2000) di Migs & Jelly,
Neon Phusion, Sk Radicals, New Sector Movements, East Village Headz
e due di Funky Lowlines, rappresentano dunque un valido esempio
di soul di oggi e di domani.
Costita (Hector
Bisignani), Estão todos aì (Red Records)
La gloriosa etichetta milanese di Sergio Veschi, al giro di boa
del quarto di secolo di costante attività (e tra le poche
in Italia ad aver ottenuto riconoscimenti internazionali), ha da
sempre una doppia anima: da un lato l'hard bop aggiornatissimo,
dall'altro un latin jazz veramente originale. Prendiamo il caso
di quest'ultimo album di Costita, dopo l'eccellente 'A noite è
minha'. Il plurisassofonista argentino, accompagnato da una ritmica
classica irrobustita da uno o due percussionisti, offre un sofisticato
jazz moderno ovviamente con profondi echi sudamericani, da Buenos
Aires a Rio de Janeiro, senza mai scadere nelle ormai fruste banalità
di certa bossa nova, ma tenendo ben alto il vessillo della creatività
afroamericana a tutto tondo.
Guido Crepax,
My Funny Valentina (Nun Records)
Guido Crepax, autore di fumetti, non è autore del
disco, semmai il curatore della colona sonora che accompagnava la
mostra di sue bellissime tavole in bianco e nero ispirate al jazz
(il in particolare L'uomo di Harlem, riprodotto in parte
anche nella pochette del CD). I 17 brani selezionati sono pietre
miliari della storia del jazz dalle origini al free (escluso) e
non hanno bisogno di presentazioni, perché ci sono proprio
tutti ( o quasi): Potato head blues di Armstrong, Salt peanuts di
Parker e Gillespie, Round midnight di Davis e naturalmente una struggente
versione di My Funny Valentine (gioco di parole sulla ragazza disegnata
da oltre trent'anni) ad opera di Chet Baker.
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