7 giugno 2010
• Banda Città di Montescaglioso,
La musica rubata (Onyxjazzclub)
Questo CD dal vivo nasce da un intelligente progetto di cultura locale: unire
una cosidetta banda di paese ad un gruppo jazz moderno per un repertorio sui
generis. Nasce così l'incontro tra la corposa formazione diretta da
Rocco Lacanfora e il Belcanto Group del batterista Ettore Fioravanti,
che firma due brani e tutti gli arrangiamenti spesso basati su insolite cover:
Vengo anch'io di Jannacci, Pinocchio di Carpi, Volare (e altre quattro) di
Modugno, La gazza ladra di Rossini. E proprio su questi italian standard
il risultato è a tratti strepitoso.
• Brian Barley Trio, 1970 (Just A Memory Records)
Morto a soli 28 anni un anno dopo questa registrazione, viene riportata
alla luce la figura di un sassofonista (soprano e tenore) bianco canadese
che in quest'unico documento sonoro a suo nome dimostrava già una notevole
maturità espressiva, ponendosi al crocevia di svariate componenti della
modernità jazzistica: egli amava chiamare la sua arte 'musica improvvisata',
ma a distanza di più di trent'anni nei cinque lunghi brani del disco
troviamo anche la ricerca sui limiti dell'hard bop e di certo jazz
rock, grazie all'uso del basso elettrico accanto alla tradizionale batteria.
• Hamid Baroudi Sidi (Materiali Sonori)
Se leggiamo i nomi e soprattutto le nazionalità dei musicisti che
hanno collaborato al disco di questo giovane cantautore algerino, ci rendiamo
conto della globalizzazione in corso anche dal punto di vista musicale. Si
tratta però in questo caso di un fenomeno positivo che sancisce l'unione
di tutti i popoli, e non necessariamente la prevaricazione di uno su altri
e nemmeno la prevalenza di un neocolonialismo culturale. Dunque Hamid Baroudi
ha inciso in Germania con musicisti europei (soprattutto tedeschi), statunitensi,
sudamericani, africani e maghrebini: tredici paesi per un 'Sidi' world music
che di fatto tende molto verso il suono raï e il canto arabo, nonostante
Baroudi si definisca un nomade in transumanza con radici musicali africane,
andaluse e informatiche (in quest'ultimo caso l'uso abbondante di elettronica
che però non stona a contatto con sonorità più antiche).
• JEFF BECK, Who Else! (Epic)
I casi strani della storia del jazz e del rock: Jeff Beck non è
diventato famoso come Jimi Hendrix o Pat Metheny e nemmeno come Eric Clapton
o Bill Frisell, ma la sua importanza come chitarrista elettrico è senza
dubbio pari o talvolta superiore a quella dei mostri sacri appena citati,
almeno sul piano tecnico ed espressivo. La storia di questo cinquantenne di
Londra affonda nelle radici del beat, come solista dei mitici Yardbirds
(in sostituzione proprio di Clapton), per continuare alla testa di un
suo trio, The Jeff Beck Group, che già alla fine dei Sixties
anticipa le tendenze hard rock e heavy metal, per tornare
quindi non solo alle radici blues, ma proporre addirittura, a metà
degli anni Settanta, una svolta estrema verso una musica strumentale originalissima.
In album come Truth, Blow by Blow, Wired, Beck non solo
apre al jazz, ma crea una sua fusion irripetibile, che avrà tante ripercussioni,
più o meno direttamente, sulle generazioni di strumentisti degli anni
Ottanta, da Mike Stern a Hiram Bullock.
Travolto forse dalle mode effimere o dalle tecnologie invadenti, negli ultimi
anni Beck aveva preferito legarsi a progetti revivalisti (come l'omaggio Gene
Vincent, rocker della prima ora), mentre adesso torna con questo Who Else!
alla grande musica che lo ha da sempre contraddistinto, giovandosi oltrettutto
di un quartetto di ottimi accompagnatori: dei due tastieristi, uno, Jan
Hammer, è da un ventennio uno specialista del jazz-rock,
l'altro, Tony Hymas, una sicura partnership per lo stesso
Beck; il secondo chitarrista, una donna, Jennifer Batter, ha lavorato
a lungo con Michael Jackson, il bassista Randy Hope-Taylor era uno
degli Incognito (fondamentale gruppo acid jazz) e il batterista
Steve Alexander presente in due album dei Duran Duran.
Questa mescolanza di strumentisti provenienti da generi anche molto diversi
potrebbe far pensare all'idea di un album commerciale o per giovanissimi:
in realtà non ci sono nè intrugli nè pasticci; tutto
fila liscio sul piano di una coerenza musicale, che fa dell'improvvisazione
chitarristica il proprio cavallo di Troia, ma che non rinuncia alle influenze
esterne, quando sono giustificate e intelligenti. In tal senso Beck ha ammesso
di apprezzare ad esempio i Prodigy e di averne fatto tesoro per il suo album,
cos“ come si è ispirato a certe melodie folkloriche del mondo arabo
o di quello irlandese. Insomma un disco che, dal passato (blues) al futuro
(techno), in undici nuovi brani entusiasmanti guarda soprattutto al presente:
ancora una volta il jazz e il rock.
• RICCARDO
BRAZZALE, Bukowski Blues (Azzurra Music)
Altro nuovo disco per il trombettista vercellese Alberto Mandarini;
già la settimana scorsa era stato segnalato per l'album tedesco con
l'Italian Instabile Orchestra; anche adesso lo ritroviamo in un'altra
big band prestigiosa: si tratta del Lydian Workshop diretto da Riccardo
Brazzale, un pianista e arrangiatore vicentino che si presenta ormai come
il più raffinato musicista per grandi insiemi. Il nuovo cd edito da
Azzurra Music per la collana Celestio Jazz s'intitola Bukowski Blues
ed è ovviamente dedicato al celebre romanziere americano Charles
Bukowski. Mandarini suona egregiamente sia la tromba sia il flicorno in
tutti e tredici i brani del disco, spiccando per doti improvvisative e per
capacità solistiche su ogni altro partner dell'intera compagine, che
pur è rappresentata da valenti strumentisti (ad esempio Robert Binsolo
al sax tenore e Rudi Migliardi al trombone). Sempre Mandarini è
presente in quattro brani sui quattordici del Cd dimostrativo dal titolo The
Brass and the Art of Arranging che lo stesso Brazzale ha prodotto per
l'Istituto Musicale Città di Thiene; nel pezzo Rag & Blues Mandarini
addirittura si confronta col New Quartet del grande pianista Franco D'Andrea.
Insomma un ulteriore riconoscimento e un'ennesima conferma per il valido musicista
vercellese che ha ormai una carriera artistica lanciata sugli alti cieli del
jazz internazionale.
• STEFANO BATTAGLIA,
Rito stagionalE (Splasc(h))
L'album completa il trittico Gesti e Multi(e)azioni sempre col pianista
e il gruppo Theatrum formato dai suoi allievi dei corsi di Siena Jazz.
Un progetto, in cui l'autore sottolinea la funzione simbolica e rituale della
musica, quasi una sorta di filosofia del suono, in contrasto con l'uso spettacolarizzante
dei nostri giorni.
• STEFANO BATTAGLIA
e PIERRE FAVRE, Omen (Splasc(h))
Il valoroso pianista italiano e il rinomato percussionista svizzero in duo
inedito, anche se per Battaglia c'era già stato il precedente con Tony
Oxley. Una musica complessa, dove vengono recuperate le caratteristiche
percussive del pianoforte medesimo, all'insegna di un jazz pittoricamente
astratto.
• TIM BERNE,
Saturation point (Screwgun)
Dopo un periodo di stasi creativa torna il plurisassofonista bianco americano
con una propria etichetta, attraverso la quale reitera in maniera forse più
comunicativa il suo discorso di jazz postmoderno, dove nella formula di un
quartetto (ance più ritmica) convivono svariate tipologie sperimentali.
• TIM BERNE ed
ENTER ALLEN, Melquiades (Splasc(h))
Il quartetto sperimentale piemontese (Mandarini, Brunod, Maier, Barbero)
incontra l'altista statunitense per una sorta di jam session all'insegna della
trasgressione dal postfree al rock avanguardista, con autentico di
forte musicalità.
•
GEORGE BENSON, Absolute Benson (Grp Verve)
Un ritorno al jazz, dopo un quarto di secolo dedicato alla fusion (e
al canto funk). Il chitarrista torna a esibirsi nel solco della grande
tradizione (Charlie Christian e Wes Montgomery) con risultati di grande pulizia
formale.
• TERENCE BLANCHARD,
Jazz in film (Sony Classical)
Il trombettista rilegge in ottica afroamericana diverse colonne sonore dall'originario
stile hollywoodiano, giovandosi di un'orchestra sinfonica e di un gruppo jazz,
dove spiccano gli assoli di Donald Harrison, Steve Turre, Joe Henderson,
oltre naturalmente quelli efficacissimi del leader medesimo.
• PAUL BLEY, Not
two, not one (ECM)
Il disco del pianista canadese, accreditato pure a Gary Peacock (contrabbasso)
e Paul Motian (batteria) si muove nel rispetto della moderna tradizione
del piano jazz trio e al contempo lungo i binari di una sperimentazione algida
quasi intimista, in linea con l'estetica della celebre label bavarese.
• STEFANO BOLLANI,
L'orchestra del Titanic (Splasc(h))
Meglio conosciuto come pianista, in questo disco Bollani con un quintetto
acustico si cimenta nell'evocare non tanto i salonisti del celebre transatlantico,
quanto le atmosfere polari e colte della musica primonovecentesca alla luce
della collaudatissima esperienza col jazz di oggi.
• Stefano Bollani, Les fleurs bleues (Label
Bleu)
Stefano Bollani si è guadagnato in breve tempo una meritata
fama internazionale, che gli consente ora di incidere un album a suo nome
(dopo quelli assieme al gruppo di Enrico Rava) per la prestigiosa francese
Label Bleu, che incoraggia soprattutto gli esperimenti molto originali. Ed
in effetti in questo caso Bollani si è ispirato niente meno che a I
fiori blu (1965) di Raymond Queneau, un capolavoro della letteratura
surrealista In effetti in questi dodici brani ed in generale nella figura
e nel pianismo di Bollani (qui assieme a Coley e Penn, rispettivamente contrabbasso
e batteria) c'è una vena surreale che valorizza ulteriormente il discorso
culturale.
• LESTER BOWIE,
The odissey of funk & popular music, (Birdology-Atlantic)
Il trombettista dell'Art Ensemble of Chicago nell'ultimo album poco
prima che morisse ancora in piena fase inventiva: una dimostrazione evidente
di grande arte nera sia dal gruppo accompagnatore (la Brass Fantasy)
sia nel repertorio gioioso eterogeneo quando specialmente Bowie rilegge in
chiave jazzistica rap, blues, ballate, melodrammi.
• JOANNE BRACKEEN,
Pink Elephant Magic (Arkadia Jazz)
La sessantunenne pianista californiana torna, dopo un periodo di assenza dalle
scene, a incidere un disco (il ventiduesimo a suo nome) con un trio di base
(Patitucci e Hernandez) attorno al quale ruotano svariati ospiti
(Payton, Liebman, Potter, Elling), con l'esito di un hard bop molto
personalizzato.
• Autori Vari, Brazilified Quango (Nun Records)
Concepita e curata da Bruno Guez, questa antologia ci presenta undici
brani, incisi tra il 1997 e il 2001, che rappresentano le nuove frontiere
della musica carioca, o meglio quanto è possibile realizzare, in campo
elettronico, mescolando il sound brasiliano con le ultime ondate techno.
Gli artisti coinvolti sono in ordine Butti49, Soul Quality Quartet, Friends
From Rio, Jazzanova, Mr.Gone, Da Lata, Truby Trio, Arsenal, Swell Session,
Easydelics, Nova Fronteira. Ritmi sudamericani e atmosfere ultramoderne convivono
tranquillamente con risultati talvolta sorprendenti.
• RICCARDO BRAZZALE,
The Brass and the Art of Arranging (Agorˆ)
Il pianista vicentino, famoso anche per le sue attività organizzative
e letterarie produce un album didattico, che raccoglie sue recenti esperienze
con l'orchestra e i piccoli gruppi, in cui ha modo di esternare brillantemente
il suo stile 'lidio' nella direzione e nell'arrangiamento. Tra gli ospiti
Rava, D'Andrea, Fasoli, Towner.
• Buenos Tangos, La balera. Nuovas Aires (Halidon)
Ci avevano pensato due album, negli anni Settanta, ad unire tango e jazz per
la prima volta nelle loro storie parallele: da un lato la colonna sonora di
Gato Barberi per "Ultimo tango a Parigi", dall'altro l'incontro
in Italia a fra Gerry Mulligan ed Astor Piazzolla.
Allora si trattò di eventi sporadici che maturarono solo più
tardi, dopo quasi un ventennio, anche per via di diverse circostanze extramusicali:
la situazione politica argentina con molti artisti esuli, la riscoperta in
Europa del tango non più come musica da balera, bensì quale
fenomeno culturale di prim'ordine, oltretutto collegabile al problema della
diaspora sulle musiche neroamericane.
Oggi invece un nuovo gruppo italiano ci propone un azzeccato connubio non
solo tra jazz e tango, ma anche tra l'antica ballabilità di quest'ultima
e la sua più recente intellettualizzazione verso un ascolto scevro
dal movimento corporeo. ma il tango resta comunque una danza e i sei giovani
Buenos Tangos fanno di tutto per ricordarcelo al meglio, con un risultato
più che soddisfacente in termini di qualità artistica.
• CHARLIE BYRD, Plays Jobim (Concord)
Quest'album del chitarrista settantenne è una raccolta delle esperienze
maturate negli ultimi vent'anni in contesti diversi lungo cinque percorsi
discografici (tutti ovviamente su etichetta Concord): Brazilville (1981),
The Bossa Nova Years (1991), Au Courant (1995), My Ispiration: Music From
Brazil (1998), Fujitsu - Concord 26th Jazz Festival - A Tribute To Antonio
Carlos Jobim (1999). Il disco è disomogeneo, proprio a causa delle
divergenze qualitative fra i cinque album: i brani dall'ultimo CD in ordine
cronologico (Favela, Desafinado, Once I Loved) sono decisamente kitsch, perché
la preponderanza dell'armonicista Hendrick Meurkens (con uno strumento che
in genere mal s'addice sia al jazz sia al Brasile) toglie ogni fascino alla
poetica jobiniana, facendola passare per una musicaccia da pianobar. Al contrario
i brani con piccole formazioni quasi cameristiche (Corcovado, Insensatez,
Meditation, Zingaro, Garota de Ipanema) sono molto belli e molto vicini allo
spirito originario e mettono in rilievo solisti decisamente ispirati dal neoswinger
Ken Peplowski al sax tenore alla vecchia gloria Bud
Shank al sax alto. Ma anche brani con formazioni più allargate
(Someone To Light Up My Life) riescono a trasmetterci la giusta saudade carioca
senza dimenticare il gergo afroamericano, rilevando altresì interessanti
solisti come Chuck Redd al vibrafono, Romero Lubambo
alla seconda chitarra e nella big band di So Dancao Samba
il raffinato tenore di Scott Hamilton, ormai un pilastro
dello swing revival.
• DON BYRON, Romance
with the Unseen (Blue Note)
Il più acclamato jazzista della fine anni Novanta, si presenta con
un album in quartetto (Bill Frisell alla chitarra, Drew Grass al
basso, Jack DeJohnette alla batteria e il leader al clarinetto), per
una grande musica di proposito diseguale, tra presente e futuro, improvvisazioni
assolute e recuperi di standard.
© All That Jazz Copyright 1999-2004 Guido Michelone