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Banda Città di Montescaglioso, La musica rubata (Onyxjazzclub)
Questo CD dal vivo nasce da un intelligente progetto di cultura
locale: unire una cosidetta banda di paese ad un gruppo jazz moderno
per un repertorio sui generis. Nasce così l'incontro tra
la corposa formazione diretta da Rocco Lacanfora e il Belcanto
Group del batterista Ettore Fioravanti, che firma due brani
e tutti gli arrangiamenti spesso basati su insolite cover: Vengo
anch'io di Jannacci, Pinocchio di Carpi, Volare (e altre quattro)
di Modugno, La gazza ladra di Rossini. E proprio su questi italian
standard il risultato è a tratti strepitoso.
Brian
Barley Trio, 1970 (Just A Memory Records)
Morto a soli 28 anni un anno dopo questa registrazione, viene
riportata alla luce la figura di un sassofonista (soprano e tenore)
bianco canadese che in quest'unico documento sonoro a suo nome dimostrava
già una notevole maturità espressiva, ponendosi al
crocevia di svariate componenti della modernità jazzistica:
egli amava chiamare la sua arte 'musica improvvisata', ma a distanza
di più di trent'anni nei cinque lunghi brani del disco troviamo
anche la ricerca sui limiti dell'hard bop e di certo jazzrock, grazie
all'uso del basso elettrico accanto alla tradizionale batteria.
Hamid
Baroudi Sidi (Materiali Sonori)
Se leggiamo i nomi e soprattutto le nazionalità dei musicisti
che hanno collaborato al disco di questo giovane cantautore algerino,
ci rendiamo conto della globalizzazione in corso anche dal punto
di vista musicale. Si tratta però in questo caso di un fenomeno
positivo che sancisce l'unione di tutti i popoli, e non necessariamente
la prevaricazione di uno su altri e nemmeno la prevalenza di un
neocolonialismo culturale. Dunque Hamid Baroudi ha inciso in Germania
con musicisti europei (soprattutto tedeschi), statunitensi, sudamericani,
africani e maghrebini: tredici paesi per un 'Sidi' world music che
di fatto tende molto verso il suono raï e il canto arabo, nonostante
Baroudi si definisca un nomade in transumanza con radici musicali
africane, andaluse e informatiche (in quest'ultimo caso l'uso abbondante
di elettronica che però non stona a contatto con sonorità
più antiche).
JEFF
BECK, Who Else! (Epic)
I casi strani della storia del jazz e del rock: Jeff Beck
non è diventato famoso come Jimi Hendrix o Pat Metheny e
nemmeno come Eric Clapton o Bill Frisell, ma la sua importanza come
chitarrista elettrico è senza dubbio pari o talvolta superiore
a quella dei mostri sacri appena citati, almeno sul piano tecnico
ed espressivo. La storia di questo cinquantenne di Londra affonda
nelle radici del beat, come solista dei mitici Yardbirds (in
sostituzione proprio di Clapton), per continuare alla testa di un
suo trio, The Jeff Beck Group, che già alla fine dei
Sixties anticipa le tendenze hard rock e heavy metal, per tornare
quindi non solo alle radici blues, ma proporre addirittura, a metà
degli anni Settanta, una svolta estrema verso una musica strumentale
originalissima. In album come Truth, Blow by Blow,
Wired, Beck non solo apre al jazz, ma crea una sua fusion
irripetibile, che avrà tante ripercussioni, più o
meno direttamente, sulle generazioni di strumentisti degli anni
Ottanta, da Mike Stern a Hiram Bullock.
Travolto forse dalle mode effimere o dalle tecnologie invadenti,
negli ultimi anni Beck aveva preferito legarsi a progetti revivalisti
(come l'omaggio Gene Vincent, rocker della prima ora), mentre adesso
torna con questo Who Else! alla grande musica che lo ha da
sempre contraddistinto, giovandosi oltrettutto di un quartetto di
ottimi accompagnatori: dei due tastieristi, uno, Jan Hammer,
è da un ventennio uno specialista del jazz-rock, l'altro,
Tony Hymas, una sicura partnership per lo stesso Beck; il
secondo chitarrista, una donna, Jennifer Batter, ha lavorato
a lungo con Michael Jackson, il bassista Randy Hope-Taylor era
uno degli Incognito (fondamentale gruppo acid jazz) e il
batterista Steve Alexander presente in due album dei Duran
Duran.
Questa mescolanza di strumentisti provenienti da generi anche molto
diversi potrebbe far pensare all'idea di un album commerciale o
per giovanissimi: in realtà non ci sono nè intrugli
nè pasticci; tutto fila liscio sul piano di una coerenza
musicale, che fa dell'improvvisazione chitarristica il proprio cavallo
di Troia, ma che non rinuncia alle influenze esterne, quando sono
giustificate e intelligenti. In tal senso Beck ha ammesso di apprezzare
ad esempio i Prodigy e di averne fatto tesoro per il suo album,
cos“ come si è ispirato a certe melodie folkloriche del mondo
arabo o di quello irlandese. Insomma un disco che, dal passato (blues)
al futuro (techno), in undici nuovi brani entusiasmanti guarda soprattutto
al presente: ancora una volta il jazz e il rock.
RICCARDO BRAZZALE, Bukowski Blues (Azzurra Music)
Altro nuovo disco per il trombettista vercellese Alberto Mandarini;
già la settimana scorsa era stato segnalato per l'album tedesco
con l'Italian Instabile Orchestra; anche adesso lo ritroviamo
in un'altra big band prestigiosa: si tratta del Lydian Workshop
diretto da Riccardo Brazzale, un pianista e arrangiatore
vicentino che si presenta ormai come il più raffinato musicista
per grandi insiemi. Il nuovo cd edito da Azzurra Music per la collana
Celestio Jazz s'intitola Bukowski Blues ed è ovviamente
dedicato al celebre romanziere americano Charles Bukowski.
Mandarini suona egregiamente sia la tromba sia il flicorno in tutti
e tredici i brani del disco, spiccando per doti improvvisative e
per capacità solistiche su ogni altro partner dell'intera
compagine, che pur è rappresentata da valenti strumentisti
(ad esempio Robert Binsolo al sax tenore e Rudi Migliardi
al trombone). Sempre Mandarini è presente in quattro
brani sui quattordici del Cd dimostrativo dal titolo The Brass
and the Art of Arranging che lo stesso Brazzale ha prodotto
per l'Istituto Musicale Città di Thiene; nel pezzo Rag
& Blues Mandarini addirittura si confronta col New Quartet del
grande pianista Franco D'Andrea. Insomma un ulteriore riconoscimento
e un'ennesima conferma per il valido musicista vercellese che ha
ormai una carriera artistica lanciata sugli alti cieli del jazz
internazionale.
STEFANO BATTAGLIA, Rito stagionalE (Splasc(h))
L'album completa il trittico Gesti e Multi(e)azioni sempre
col pianista e il gruppo Theatrum formato dai suoi allievi
dei corsi di Siena Jazz. Un progetto, in cui l'autore sottolinea
la funzione simbolica e rituale della musica, quasi una sorta di
filosofia del suono, in contrasto con l'uso spettacolarizzante dei
nostri giorni.
STEFANO BATTAGLIA e PIERRE FAVRE, Omen (Splasc(h))
Il valoroso pianista italiano e il rinomato percussionista svizzero
in duo inedito, anche se per Battaglia c'era già stato il
precedente con Tony Oxley. Una musica complessa, dove vengono
recuperate le caratteristiche percussive del pianoforte medesimo,
all'insegna di un jazz pittoricamente astratto.
TIM BERNE, Saturation point (Screwgun)
Dopo un periodo di stasi creativa torna il plurisassofonista bianco
americano con una propria etichetta, attraverso la quale reitera
in maniera forse più comunicativa il suo discorso di jazz
postmoderno, dove nella formula di un quartetto (ance più
ritmica) convivono svariate tipologie sperimentali.
TIM BERNE ed ENTER ALLEN, Melquiades (Splasc(h))
Il quartetto sperimentale piemontese (Mandarini, Brunod, Maier,
Barbero) incontra l'altista statunitense per una sorta di jam
session all'insegna della trasgressione dal postfree al rock
avanguardista, con autentico di forte musicalità.
GEORGE BENSON, Absolute Benson (Grp Verve)
Un ritorno al jazz, dopo un quarto di secolo dedicato alla fusion
(e al canto funk). Il chitarrista torna a esibirsi nel solco
della grande tradizione (Charlie Christian e Wes Montgomery) con
risultati di grande pulizia formale.
TERENCE BLANCHARD, Jazz in film (Sony Classical)
Il trombettista rilegge in ottica afroamericana diverse colonne
sonore dall'originario stile hollywoodiano, giovandosi di un'orchestra
sinfonica e di un gruppo jazz, dove spiccano gli assoli di Donald
Harrison, Steve Turre, Joe Henderson, oltre naturalmente quelli
efficacissimi del leader medesimo.
PAUL BLEY, Not two, not one (ECM)
Il disco del pianista canadese, accreditato pure a Gary Peacock
(contrabbasso) e Paul Motian (batteria) si muove nel rispetto
della moderna tradizione del piano jazz trio e al contempo lungo
i binari di una sperimentazione algida quasi intimista, in linea
con l'estetica della celebre label bavarese.
STEFANO BOLLANI, L'orchestra del Titanic (Splasc(h))
Meglio conosciuto come pianista, in questo disco Bollani con un
quintetto acustico si cimenta nell'evocare non tanto i salonisti
del celebre transatlantico, quanto le atmosfere polari e colte della
musica primonovecentesca alla luce della collaudatissima esperienza
col jazz di oggi.
Stefano Bollani, Les fleurs bleues (Label Bleu)
Stefano Bollani si è guadagnato in breve tempo una
meritata fama internazionale, che gli consente ora di incidere un
album a suo nome (dopo quelli assieme al gruppo di Enrico Rava)
per la prestigiosa francese Label Bleu, che incoraggia soprattutto
gli esperimenti molto originali. Ed in effetti in questo caso Bollani
si è ispirato niente meno che a I fiori blu (1965)
di Raymond Queneau, un capolavoro della letteratura surrealista
In effetti in questi dodici brani ed in generale nella figura e
nel pianismo di Bollani (qui assieme a Coley e Penn, rispettivamente
contrabbasso e batteria) c'è una vena surreale che valorizza
ulteriormente il discorso culturale.
LESTER BOWIE, The odissey of funk & popular music, (Birdology-Atlantic)
Il trombettista dell'Art Ensemble of Chicago nell'ultimo
album poco prima che morisse ancora in piena fase inventiva: una
dimostrazione evidente di grande arte nera sia dal gruppo accompagnatore
(la Brass Fantasy) sia nel repertorio gioioso eterogeneo
quando specialmente Bowie rilegge in chiave jazzistica rap, blues,
ballate, melodrammi.
JOANNE BRACKEEN, Pink Elephant Magic (Arkadia Jazz)
La sessantunenne pianista californiana torna, dopo un periodo di
assenza dalle scene, a incidere un disco (il ventiduesimo a suo
nome) con un trio di base (Patitucci e Hernandez)
attorno al quale ruotano svariati ospiti (Payton, Liebman, Potter,
Elling), con l'esito di un hard bop molto personalizzato.
Autori Vari, Brazilified Quango (Nun Records)
Concepita e curata da Bruno Guez, questa antologia ci presenta
undici brani, incisi tra il 1997 e il 2001, che rappresentano le
nuove frontiere della musica carioca, o meglio quanto è possibile
realizzare, in campo elettronico, mescolando il sound brasiliano
con le ultime ondate techno. Gli artisti coinvolti sono in
ordine Butti49, Soul Quality Quartet, Friends From Rio, Jazzanova,
Mr.Gone, Da Lata, Truby Trio, Arsenal, Swell Session, Easydelics,
Nova Fronteira. Ritmi sudamericani e atmosfere ultramoderne convivono
tranquillamente con risultati talvolta sorprendenti.
RICCARDO BRAZZALE, The Brass and the Art of Arranging (Agorˆ)
Il pianista vicentino, famoso anche per le sue attività organizzative
e letterarie produce un album didattico, che raccoglie sue recenti
esperienze con l'orchestra e i piccoli gruppi, in cui ha modo di
esternare brillantemente il suo stile 'lidio' nella direzione e
nell'arrangiamento. Tra gli ospiti Rava, D'Andrea,
Fasoli, Towner.
Buenos Tangos, La balera. Nuovas Aires (Halidon)
Ci avevano pensato due album, negli anni Settanta, ad unire tango
e jazz per la prima volta nelle loro storie parallele: da un lato
la colonna sonora di Gato Barberi per "Ultimo tango a Parigi",
dall'altro l'incontro in Italia a fra Gerry Mulligan ed Astor Piazzolla.
Allora si trattò di eventi sporadici che maturarono solo
più tardi, dopo quasi un ventennio, anche per via di diverse
circostanze extramusicali: la situazione politica argentina con
molti artisti esuli, la riscoperta in Europa del tango non più
come musica da balera, bensì quale fenomeno culturale di
prim'ordine, oltretutto collegabile al problema della diaspora sulle
musiche neroamericane.
Oggi invece un nuovo gruppo italiano ci propone un azzeccato connubio
non solo tra jazz e tango, ma anche tra l'antica ballabilità
di quest'ultima e la sua più recente intellettualizzazione
verso un ascolto scevro dal movimento corporeo. ma il tango resta
comunque una danza e i sei giovani Buenos Tangos fanno di tutto
per ricordarcelo al meglio, con un risultato più che soddisfacente
in termini di qualità artistica.
CHARLIE BYRD, Plays Jobim (Concord)
Quest'album del chitarrista settantenne è una raccolta delle
esperienze maturate negli ultimi vent'anni in contesti diversi lungo
cinque percorsi discografici (tutti ovviamente su etichetta Concord):
Brazilville (1981), The Bossa Nova Years (1991), Au Courant (1995),
My Ispiration: Music From Brazil (1998), Fujitsu - Concord 26th
Jazz Festival - A Tribute To Antonio Carlos Jobim (1999). Il disco
è disomogeneo, proprio a causa delle divergenze qualitative
fra i cinque album: i brani dall'ultimo CD in ordine cronologico
(Favela, Desafinado, Once I Loved) sono decisamente kitsch, perché
la preponderanza dell'armonicista Hendrick Meurkens (con uno strumento
che in genere mal s'addice sia al jazz sia al Brasile) toglie ogni
fascino alla poetica jobiniana, facendola passare per una musicaccia
da pianobar. Al contrario i brani con piccole formazioni quasi cameristiche
(Corcovado, Insensatez, Meditation, Zingaro, Garota de Ipanema)
sono molto belli e molto vicini allo spirito originario e mettono
in rilievo solisti decisamente ispirati dal neoswinger Ken Peplowski
al sax tenore alla vecchia gloria Bud Shank al sax alto. Ma anche
brani con formazioni più allargate (Someone To Light Up My
Life) riescono a trasmetterci la giusta saudade carioca senza dimenticare
il gergo afroamericano, rilevando altresì interessanti solisti
come Chuck Redd al vibrafono, Romero Lubambo alla seconda chitarra
e nella big band di So Dancao Samba il raffinato tenore di
Scott Hamilton, ormai un pilastro dello swing revival.
DON BYRON, Romance with the Unseen (Blue Note)
Il più acclamato jazzista della fine anni Novanta, si presenta
con un album in quartetto (Bill Frisell alla chitarra, Drew
Grass al basso, Jack DeJohnette alla batteria e il leader
al clarinetto), per una grande musica di proposito diseguale, tra
presente e futuro, improvvisazioni assolute e recuperi di standard.
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