7 giugno 2010
• Autori Vari,
Africanesque React (w'n'b)
Una bella antologia non solo di musiche neoafricane, ma anche di ciò
che oggi in Occidente dj, rocker, musicisti di svariate estrazioni
prendono in prestito dal Continente Nero: ritmi soprattutto; ma non solo;
anche una voglia di comunicare che passa attraverso le percussione reiterate
e un tribalismo comunitario che da noi trova il massimo sfogo in certe megadiscoteche,
anche se sarebbero meglio una diversa utilizzazione. Comunque il disco spazia
da Jestofunk a Tony Allem, da Ali Farka Toure (con Ry
Cooder) a Oumou Sangare, ad altri nove artisti, quasi a farci rendere
conto di quante possibilità offra il più sincero.
• CARLO ACTIS DATO, Son para el Che, (Splasc(h))
Con questa formazione denominata Actis' Band, diversa dalla precedente
per i musicisti (a cui s'aggiunge una chitarra), il leader compie una nuova
scorribanda su territori di confine, lanciandosi in ritmi pop e caraibici,
senza però mai distogliere gli occhi dal free jazz.
• AIRES
TANGO, "Origenes" (Il Manifesto)
A partire dagli anni Novanta il tango è stato riproposto in quasi tutte
le salse: per quartetto d'archi, per bandoneon, per orchestra sinfonica
e naturalmente in chiave jazz. Non sono molti, però, i tentativi veramente
riusciti; Aires Tango è uno di questi, non solo per quanto riguarda
la sonorità complessiva, ma soprattutto per l'obiettivo raggiunto:
integrare le due culture, i due linguaggi, i due universi artistico-musicali.
Il merito va in particolare ascritto a Girotto, argentino da tempo residente
in Italia, ed impegnato egregiamente su entrambi i fronti: partendo dalle
strutture tipiche della danza cresciuta nel quartiere Garibaldi di Buenos
Aires, che, rispetto ai balli classici terzinati (ad esempio il valzer), aggiungeva
un quarto passo (analogamente alle sincopi del blues e del jazz), Girotto
e compagni costruiscono tredici nuovi brani che accolgono al proprio interno
le tipiche improvvisazioni afroamericane, fra atmosfere languide, rabbiose,
eccitate.
Intelligentemente il gruppo, sia nell'approccio compositivo sia nelle parti
in assolo, non ricalca, come fanno quasi tutti, lo stile alla Piazzolla: "Origenes"
ha tempi veloci, ritmi intensi, stacchi violenti, impennate coltraniane, quasi
una carica espressionista, che per colore ed intensità può ricordare
affettivamente gli anni migliori nel jazz impegnato, proprio col Gato Barbieri
dei capitoli-omaggio all'America Latina.
• J.D. ALLEN, In Search of, (Red Records)
Quando ha inciso l'album il tenorsassofonista di Detroit aveva ventisette
anni a dimostrazione di come la maturità espressiva arrivi nel jazz
in giovane età. Il disco in quintetto ricorda le sonorità del
free jazz, quasi a metà fra le lezioni di John Coltrane e Ornette
Coleman.
• Alma Dançante Sextet, Oltretango (Onyxjazzclub)
'Suonando Astor Piazzolla' dice il sottotitolo dell'album: e, a parte due
originals, sono proprio sette celebri brani del grande tanguero argentino
(1921-1992) a essere ottimamente interpretati. Ormai anche in Italia i gruppi
che suonano tango in chiave artistica sono molti e quasi tutti di buon livello.
Anche questo sestetto (violino, sax, flauto, piano, basso, batteria) si distingue
in originalità per aver voluto eseguire jazzisticamente il repertorio,
pur lasciando qualche momento di onirica classicità in diversi passaggi
e in alcuni interventi solistici.
• RAY ANDERSON POCKET BRASS BAND, Where Home Is
(Enja)
Per il trombonista neroamericano un viaggio alla scoperta delle proprie radici
musicali, con Lew Soloff (tromba), Matt Perrine (sousaphone),
Bobby Previte (batteria): echi vicini dell'antico stile New Orleans
ed un omaggio esplicito a Scott Joplin e Duke Ellington nei due brani migliori
di tutto il disco.
• Arundo Donax, Dancers in love (Splasc(h)
Dietro questo strano nome, si cela un quartetto sassofonistico composto da
Pasquale Laino (soprano), Pietro Tonolo (contralto), Mario Raja
(tenore), Rossano Emili (baritono), che proseguono in una recente
tradizione creatasi negli anni Ottanta con gruppi statunitensi come il
World Saxophone Quartet (neri) o il Rova Saxophone Quartet
(bianchi). L'approccio degli Arundo Donax è
comunque assai meno radicale dei loro illustri predecessori, tant'è
vero che questo disco, anche se non detto apertamente (non tutti consocono
la title track del 1958), è un omaggio alla musica di Duke Ellington
(che in lato modo aveva già fatto proprio il World) con sette tributi
sui dodici brani presenti. Gli altri cinque pezzi, pur non recando la forma
del Duca, ma via via quella dei quattro componenti (più Marvi La Spina)
si rifà però ad atmosfere suggestivamente ellingtoniane, per
un risultato complessivo molto coinvolgente.
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