
LA
BELLEZZA DEL DIAVOLO, di Gianfranco Manfredi
Nell'estate
del 1970 ero a Londra. Era l'anno del concerto all'isola di
Wight, l'anno della morte di Jimi Hendrix. Era anche l'anno
del primo album dei Black Sabbath. All'isola di Wight non riuscii
ad arrivare. Ero partito con un gruppo di amici inglesi e ci
fermammo per strada a fare bagordi nella casa di campagna di
uno di loro. Dei Black Sabbath, per quanto chiedessi in giro,
non trovai traccia. Era come se gli inglesi non se ne fossero
neppure accorti. E pensare che il mio viaggio sembrava iniziato
sotto ottimi auspici. Arrivato alla Victoria Station e imbarcatomi
su uno di quei lugubri taxi neri che sembrano messi a disposizione
dalle pompe funebri locali, cercando di raggiungere la pensione
per studenti dove dovevo alloggiare, fui scaricato in un quartiere
periferico a tarda notte, in una strada e a un numero che apparentemente
corrispondevano a quello segnato sul foglietto che avevo mostrato
al taxista. Era un costruzione lunga e stretta, incastrata tra
due palazzi, aveva un aspetto desolato e sinistro. Il portone
era aperto, nessun campanello. Trascinai su per le scale la
mia pesante valigia, con la sensazione di vivere una specie
di allucinazione. L'edificio era costituito da cinque pianerottoli
sui quali davano delle porte tutte murate! Non sembrava un edificio
abbandonato, senno' perche' avrebbero lasciato la luce sulle
scale? Pero' non c'erano altro che pianerottoli, nessuna porta
cui bussare. Non ebbi il coraggio di bussare al muro. Portai
fuori la mia valigia, percorsi qualche strada deserta e infine
trovai accoglienza alla stazione di polizia, dove passai la
notte. Un bobby mi spiego' che c'era una strada omonima a Londra
e che avrei dovuto aspettare che riprendessero a circolare gli
autobus per raggiungerla. Non gli chiesi spiegazioni circa la
misteriosa casa dalle porte murate per non apparire ridicolo,
ma dentro di me mi sentivo gia' pervaso e inebriato dall'atmosfera
gotica di Londra, che sarebbe stata ravvivata, la mattina dopo,
dallo spettacolo, visto dal bus, delle tante chiese di quartiere,
con i loro antichi cimiteri dalle lapidi di pietra grezza corrose,
storte e senza nomi. Ricordavo le immagini di un film documentario
che avevo visto in Italia, uno degli ultimi della serie "Il
mondo di notte", che si diffondeva in particolari sui club di
streghe di Londra, sui seguaci di Crowley, sugli ultimi adepti
della Golden Dawn e sulle molte cerimonie con avvenenti
bionde distese senza veli sugli altari. Risentivo nella mente
le canzoni sataniste inglesi che avevano cominciato a circolare
anche in Italia e che avevano radicato in me l'idea che, dopo
i Beatles, era quella l'ultima novita' di Londra, l'ultima follia
"da non perdere". Invece, per quanto continuassi a girare per
locali e a tempestare di domande gli amici di Londra, non ce
n'era proprio traccia. In quell'anno si ascoltava un sacco di
rhythm & blues, tutto il resto era giudicato fuffa, o
semplicemente non esisteva. Mi resi conto che continuare la
ricerca sarebbe stato patetico: cominciavo a sentirmi come un
turista inglese che avesse asscoltato qualche disco italiano
di musica folk in gran voga in quegli anni e fosse arrivato
a Milano cercando le mondine. Mi accontentai di una gita a Stonehenge
e mi feci fotografare disteso su un pietrone, chiudendo con
questo auto-sacrificio il mio (mancato) appuntamento con Satana.
Ho voluto raccontare questo episodio perchè
mi è venuto in mente alla lettura di questa Rock
and Horror Encyclopedia. E' una guida puntuale, attentissima,
fitta di nomi e circostanze. Eppure, inoltrandomi in questo
labirinto horror, non posso nascondere che ho riprovato la
sensazione di salire per pianerottoli senza porte. Questo,
del resto, non È il mistero della Guida, ma il mistero dell'Horror
Rock. Gli indirizzi ci sono, ma il Proprietario sembra altrove.
Anzitutto:
È all'Horror Rock che bisogna rivolgersi per rintracciare
le influenze del diavolo sulla musica rock? Ne ho qualche
dubbio, a dispetto dei tanti teologi improvvisati critici
del rock che ultimamente hanno riversato stupidi e frettolosi
giudizi su questo genere o sottogenere musicale. A mio parere
se si vogliono rintracciare reminiscenze pagane, demoniache
e "possedute" nella musica rock bisogna risalire alla prima
fonte: il blues, ribattezzato "la musica del diavolo"
da Giles Oakley in un corposo saggio edito qualche anno fa
in Italia da Mazzotta. E' infatti nel blues che si possono
ritrovare le pulsioni sessuali, ritmiche, ossessive e rituali
degli antichi culti pagani, come anche il misticismo dionisiaco
che dovrebbe essere marchio inconfondibile di ogni musica
che voglia qualificarsi come "demoniaca". E' strano dunque
e d'altro canto sintomatico che l'hard rock satanico, in tutte
le sue ramificazioni, sia un genere mono-razziale, esclusivamente
bianco.
Se poi qualcuno
volesse andare alla ricerca di quel culto nordico e bianco
della natura e delle pratiche magiche che è un altro
aspetto fondamentale del "demoniaco", potrebbe trovarlo in
tutt'altra direzione: il folk celtico degli anni Settanta,
certa musica psichedelica e hippy, il simbolismo alchemico-elettronico
di autori come Alan Parsons, e persino molta New Age dei nostri
giorni. Ma allora cos'e' l'Horror Rock? Stabilito che si tratta
di un sotto-genere che, come mostra bene Marzorati, ha percorso
l'intera storia del rock e non solo momenti episodici frutto
di mode passeggere, credo che esso vada inquadrato piu' in
un fenomeno spettacolare che strettamente musicale, carnevalesco
e clownesco.
Alice
Cooper è stato molto chiaro in proposito:
"il rock ha bisogno di robaccia", ha detto in un'intervista
a MTV, "quando si fa troppo raffinato allora c'e' bisogno
di gente come me che faccia della musica di merda e degli
spettacoli di pessimo gusto". Questa dichiarazione la dice
lunga sugli intenti e sull'ironia disincantata che hanno mosso
molti interpreti di Horror Rock. Anche Mick Jagger, ossessionato
dalle continue, inevitabili domande circa la sua 'simpatia
per il diavolo', ha ripetuto fino alla nausea che non era
una cosa seria, che si trattava soltanto di un gioco. Del
resto i segni sono sotto gli occhi di tutti: l'Horror Rock
e' stato da subito un fenomeno carnevalesco e clownesco. Gli
"effettacci", sonori e visivi, ne hanno costituito la vera,
se non unica, motivazione. L'intento provocatorio e' sempre
stato talmente sopra le righe da non poter essere preso sul
serio.
Quando qualcuno, come Ozzy Osbourne,
si e' immedesimato troppo nella parte il risultato e' stato
patetico e lo stesso Ozzy lo ha ampiamente riconosciuto nella
sua bella autobiografia "Diario di un pazzo". In questo libro,
tra l'altro, Ozzy fa risalire la sua propensione alle performance
sanguinarie (tipo strappare coi denti la testa a una colomba
in conferenza stampa o sbocconcellare un pipistrello vivo
durante uno spettacolo) non alla visione di film, alla lettura
di libri o all'esperienza di spettacoli teatrali underground
di ispirazione splatter, ne' tanto meno a una sua predilezione
per i culti demoniaci, ma alla sua infanzia sottoproletaria
e al suo lavoro in un macello (oltreche' all'abuso di alcol
e di droghe tutt'altro che leggere). Per Alice Cooper e molti
altri, invece, si puo' dire esattamente il contrario: il loro
tentativo È stato quello, riuscito, di ammannire alle masse
giovanili quel tipo di provocazioni teatrali (sgozzare polli,
schizzare vernici sanguigne, abbracciare serpenti, simulare
omicidi e altri eccessi) nate per stupire gli studenti borghesi
e gli intellettuali d'avanguardia nelle cantine alternative
di San Francisco. Tecniche di rappresentazione macabra e grandguignolesca,
che originavano da spettacoli pensati e rappresentati per
pochi intimi, venivano riproposte come in un grande circo.
La provocazione era evidente: se sono i freaks che volete,
eccoveli...ma non chiedete loro misura e buongusto, per favore.
Iconoclasti infantili e consapevoli uomini di spettacolo,
Alice Cooper e compagni non hanno mai preteso che la loro
musica fosse qualcosa di piu' di un'allegra ed esagerata Halloween,
tesa ad immergere e spesso sommergere la musica in spettacoloni
a forti tinte, particolarmente adatti a scandalizzare i pi˜
ingenui (tra cui moralisti, genitori, insegnanti e teologi).
La goliardia dell'Horror Rock e' insomma una delle
sue caratteristiche piu' definite ed essenziali. Nelle canzoni
le reminiscenze letterarie non vanno al di la' di Lovecraft
e Coleridge, piu' qualche poeta romantico di uso scolastico.
Il formulario demoniaco e' sempre strampalato, completamente
inventato, improbabile e lontanissimo da una conoscenza anche
approssimativa dei rituali magici e della cultura pagana.
Per alcuni dei gruppi heavy metal piu' recenti, che si fanno
forti del richiamo a sette sataniste messicane e si proclamano
adepti di questo o di quello stregone, il discorso puo' essere
diverso, ma solo lievemente. Al di la' dei loro proclami ad
effetto e' impossibile rintracciare nella loro musica la minima
infuenza del Centro America. Alla base c'e' sempre il gusto
di "epater le bourgeois". Una salutare propensione al rozzo
e al volgare in un momento in cui il rock, divenuto potenza
mondiale, sembra incapace di emanciparsi dalla tutela dei
media.
Mentre il
primo horror rock anticipava la teatralizzazione circense
dei concerti, il nuovo Horror Rock preferisce richiamarsi
allo stile nudo e crudo del punk della fine degli anni
Settanta. C'e' chi preferisce stendere un velo su coloro che
a caotiche allusioni demoniache affiancano la celebrazione
di Mengele e del nazismo. Ma e' bene invece sollevarlo questo
velo: se i punk esibivano la svastica accanto alla falce e
martello era per annunciare la fine delle ideologie e dei
loro simboli, il loro essere diventati ormai oggetti residuali
, senza significato. In molti dei nuovi gruppi, invece, i
simboli tornano ad essere esibiti per il loro significato:
ma piu' che un ritorno di fede ideologica sembra prevalere
il bisogno di shockare un'opinione pubblica ormai diffusamente
liberale, di fare scandalo e di cercare di farsi notare per
garantirsi esistenza e riconoscibilita' sul mercato. Se gli
zombi delle SS tornassero in vita, la prima cosa che farebbero
sarebbe quella di sterminare questi neonazisti dall'intervista
facile.
Nelle sue
espressioni migliori, come nelle peggiori, l'Horror Rock
ha comunque svolto e svolge un'altra e non trascurabile funzione:
attirando su di se' gli strali dei benpensanti, regala spazio
a ribelli piu' sottili e insidiosi che sanno fare piu' danno
(in senso positivo) di loro. Marzorati fa bene a ricordare
accanto al filone piu' propriamente Horror, il"negativismo'"
di Dylan, le "alterazioni" di Jim Morrison, il voodoo di Hendrix.
Ma persino di personaggi che oggi possono apparire "perbene",
come Elvis o i Beatles, e' bene ricordare la carica sovversiva:
nessuno puo' negare che hanno cambiato di piu' il costume
il colpo d'anca di Presley e il saio bianco di Lennon che
la colomba decapitata di Ozzy.
Qui nel filone
storico del rock bianco ribelle, se diavolo c'e', trattasi
di Lucifero, l'ngelo favorito da Dio, il piu' bello, cacciato
per disobbedienza agli ordini, per mancanza di sottomissione.
E qui il discorso sul demonismo del rock trova la sua piu'
giusta collocazione. Non e' ancora stato scritto, ma spero
che prima o poi qualcuno si decida a scriverlo, un saggio
sui rapporti (pure cosi' evidenti) tra il rock nel suo complesso
e il cristianesimo. Molti sono i temi che si intrecciano,
primo fra tutti l'identificazione con la figura stessa di
Cristo, il profeta osannato dalle masse e poi vittima sacrificale
dopo solo tre anni di predicazione. Non mi riferisco tanto
a film espliciti comeJesus Christ Superstar eTommy,
ma alle vite stesse di tanti "martiri" del rock come Jim Morrison,
Hendrix, Sid Vicious.
Tutta la storia
del rock, le sue canzoni, le interviste dei divi, le loro
combattute esperienze sono attraversate da problematiche tipicamente
cristiane: il rapporto tra disobbedienza e fondazione di nuove
regoole, il mistero e le tentazioni del successo e la difficolta'
di essere leader (cfr. la splendida analisi di Wilhelm
Reich nell''"Assassinio di Cristo"), il messaggio di speranza
rivolto ai poveri e agli umili della terra, il trovarsi meglio
tra bambini, puttane, ladroni di strada, poveri di spirito
e sbandati che tra i ricchi, i colti e i potenti, il passaggio
dalle catacombe all'istituzionalizzazione, il bisogno di fede
e di eresia, il conflitto tra la carne e lo spirito, l'ondeggiare
perpetuo trai i rituali di massa e il piu' totale isolamento
individuale, la capacitý di rivolgersi a tutti e di parlare
ai singoli.
Di questo
cristianesimo la parte bianca del rock ribelle ha senza dubbio
sottolineato gli aspetti scandalosi, antagonisti e luciferini,
ma tenendosi lontano dalle smargiassate, troppo innocue per
essere efficaci, e in qualche caso (raro per la verita') prendendo
le distanze dal culto del denaro, del potere e del successo,
sapendo essere con gli altri, anzi essere gli altri nei momenti
(forse) giusti e preferendo essere "altrove", anche a prezzo
della morte, nei momenti (forse) sbagliati. Questo rock ha
insieme saputo riproporre i valori piu' autentici del cristianesimo
evangelico, quei valori che spesso i teologi della Chiesa-Istituzione
hanno dimenticato.
Dove sta allora Satana? Mai dove lo si cerca. E' questa la
sua insidiosa bellezza.
©
Gianfranco Manfredi 1999/2004 - per gentile concessione dell'autore
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