|
In occasione della pubblicazione in italia di Il
museo dell'inferno, vi proponiamo il testo di un'intervista
rilasciata da Derek Raymond nel 1993. il nostro consiglio,
naturalmente, è quello di recuperare tutti i romanzi
tradotti di questo formidabile autore, disponibili nel catalogo
di Meridiano Zero.
DEREK RAYMOND: IL LORD DEL POLIZIESCO,
a cura di Arnould de Liedekerke
A
Derek Raymond piacciono le Gauloises con
filtro, Jean-Paul Sartre, Dashiell Hammett, George Brassens
e l'Aveyron. Ma storce il naso al solo nome di Margaret Thatcher
e Agatha Christie. Suddito di Sua Maestà cresciuto
tra Eton e il castello di famiglia del Kent, Robin William
Arthur Cook, più conosciuto come Derek Raymond, sessantadue
anni appena compiuti, ha deciso molto presto che i privilegi,
le lusinghe e le usanze dell'establishment gli andavano a
genio quanto una tazza di tè. E a Derek Raymond, molto
semplicemente, il tè non piace. O con gran moderazione.
Parlategli di lager a botti, di uno o due bicchieri di buon
vino, e andrà benissimo. Dal Sud-Ovest della Francia,
dove ha trascorso quasi dieci anni a mondare le viti, "Cookie",
come lo chiamano a Dean Street i suoi amici del French Pub,
ha assimilato delle abitudini cocciute: un berretto che non
abbandona mai, come un talismano, un accento che si può
tagliare con la lama di un coltello: quando Raymond si esprime
in francese, sonore esclamazioni come "Putaing!"
o "Pardi!" punteggiano i suoi discorsi. Lui lo chiama
il suo accento del "Mezzogiorno meno un quarto".
Lo ritrovo oggi dopo qualche anno al Coach and Horses, un
pub del West-End che è il suo quartier generale, e
Derek Raymond non è cambiato: è la solita figura
di eterno giovanotto dinoccolato, qualcosa tra un trampoliere
e un uccello notturno. E sempre, come parte essenziale di
questa goffaggine, di questa lunga e strana carcassa, come
un'anima, un motore e la sua scintilla, il gusto della vita,
il cuore in mano.
Nato il 12 giugno 1931 in Baker Street, a qualche passo dalla
casa del vecchio Holmes, Derek Raymond s'impone oggi come
uno degli scrittori di romanzi neri più originali del
nostro tempo. Uno dei più forti, come si direbbe per
un liquore, da Raymond Chandler, Jim Thompson, David Goodis:
leggere I Was Dora Suarez lascia fulminati, stende
al tappeto. Baudelaire - che Raymond conosce a menadito, scommetteva
sulla metafisica del dandismo; se si dovesse scommettere su
una metafisica del poliziesco, Raymond avrebbe tutte le caratteristiche
del cavallo vincente. Di corse, il suo "gusto della strada"
gliene ha fatte fare parecchie. Quindici romanzi alle spalle,
cinque matrimoni e ogni tipo di mestiere in ogni tipo di paese,
Mosca, 'Algeria... Soho l'ha conosciuto come uomo di paglia
per i più grossi furfanti dei sixties. In Spagna, sotto
Franco, il traffico delle auto d'occasione. La Toscana l'ha
visto vignaiolo. La Francia, operaio agricolo dalle parti
di Millau. E durante tutte le sue varie metamorfosi, Derek
Raymond scriveva. Senza successo. A Parigi, Marcel Duhamel
presiedeva ancora ai destini della Série Noire.
Un romanzo di Raymond, The crust on its upper, gli
passò per le mani e lo colpì, lo tradusse lui
con il titolo Crème anglaise, e così
iniziò...
L'INTERVISTA
-
Qui a Londra, dove ha ottenuto una certa notorietà,
si parla ancora di lei sulla stampa come Derek Raymond. Perché?
- Capita che io non sia l'unico autore di romanzi polizieschi
a chiamarsi Robin Cook. Ce n'è un altro, un americano.
A un certo momento, io non avevo scritto niente da parecchio,
il mio editore mi ha spinto a prendere uno pseudonimo. E ho
scelto i nomi dei miei due amici preferiti, Derek, Raymond,
che purtroppo oggi sono morti.
- L'altro Robin Cook, "chirurgo di formazione"
secondo le quarte pagine di copertina, è un autore
di "thriller medici" che vanno piuttosto bene. Ha
letto qualcuno dei suoi libri?
- Sì, uno solo. So che vende molto negli aeroporti.
Non ricordo il titolo che ho letto. Mi ricordo soprattutto
dell'amica che me l'ha dato dicendo "Ecco quello che
dovresti scrivere, ecco uno scrittore" ....
- Lei non ha una natura particolarmente espansiva. Come
le è venuta l'idea di scrivere un libro di memorie?
- A me da solo quell'idea non sarebbe mai venuta. All'inizio
era una richiesta di un editore parigino molto corretto, ma
che ha finito per rifiutano. Era circa cinque anni fa, all'epoca
in cui lì a Bourg, a casa mia nell'Aveyron, stavo terminando
Dora Suarez. Quando ho presentato il manoscritto, l'hanno
trovato, come dire, non abbastanza... aneddotico. Credo che
si aspettassero da me una maggior quantità di storie
personali, con nomi di persone famose, di scrittori - come
se ne conoscessi! -, delle cose divertenti sulla mia vita,
sul quotidiano, e forse meno riflessioni sulla scrittura,
sul mio lavoro di scrittore, qualcosa di veramente "duro"
insomma, ma da non trascurare se si vuole andare avanti ....
lo avevo preso la cosa molto seriamente. Un altro editore,
Rivages, l'ha accettato senza che dovessi cambiare una virgola.
- Questo "percorso", appunto, si scopre anche,
in The Hidden Files (l'autobiografia, N. d. T.), un destino
poco banale. Tutto inizia con una scenografia da Piccolo Lord,
i colleges, Eton, la governante, dei domestici, un castello,
per poi precipitare, come dice lei, "nella strada",
ma deliberatamente. La sua infanzia com'è stata?
- Torbida. Per la mia famiglia contavano solo gli affari,
le assicurazioni, il tessile su cui si basava la sua fortuna,
e il castello di Roydon, a cinquanta chilometri da Londra.
La letteratura non li interessava minimamente, a parte qualche
classico. O Dickens, di cui non capivano niente. La mia infanzia,
a dire il vero, assomiglia un po' a quella che Sartre descrive
ne l'Enfance d'un chef.Con la differenza che per me, dall'età
di sette, otto anni, era già tutto finito, e mi sono
detto: qui c'è qualcosa che non va... lo sono nato
nel '31, in piena recessione, c'era il crac della Borsa e
il crac di tutto. Era questo il mio inizio sul pianeta, per
non parlare della guerra. C'era veramente la miseria a Londra
e molto presto mi sono posto la domanda: perché vivo
nella bambagia se là in basso c'è della gente
che elemosina nella strada? No, la borghesia proprio non mi
andava. Ancora oggi, anche se ho la pelle abbastanza dura
e comincio a trasformarmi in un membro, come dicono, della
Terza Età, sono molto impressionabile e mi lascio sconvolgere
enormemente.
- Dalla miseria delle persone?
- Proprio così! Insomma, non voglio generalizzare,
parlo solo per me stesso, ma a che scopo trasformarsi in uno
scrittore se non ci si lascia toccare dalle cose? Il mondo
odierno è sempre peggio: ognuno per sé! Scrivere
aiuta a rendere comprensibile la sofferenza. Come dicevo a
uno dei miei amici, Jean-Paul Kauffmann: una volta che hai
chiuso la porta della strada, è finita, vecchio mio'
Ti distacchi dalla vita della strada, ti chiudi in casa, hai
tutte le comodità e incominci a scrivere: hai perso
in partenza! Andare in giro, essere tra la gente, parlare
con loro, anche per insultarsi ma farne comunque parte, secondo
me per uno scrittore non c'è niente che possa sostituire
tutto questo.
- Nel Le soleil qui s'éteint (Sick transit, inedito
in Inghilterra, N.d.T.)un personaggio spiega: "Nessuno
può essere in forma migliore dell'anno precedente,
una volta passata la quarantina." Lei ha passato i sessanta,
ma ha l'aria di essere in forma perfetta...
- Certo, pardi! Ho il fegato un po' arrugginito, ma cosa vuole,
l'ho fatto lavorare il poveretto!
- Quando è entrato a Eton?
- Nel '44. II 6 maggio.
- E andò male?
- Di primo acchito. Tutto quello snobismo, le costrizioni,
questa gente che ti sequestra dentro una classe sociale, la
cui unica idea è di trasformarti in un potenziale ministro.
Un'ossessione. Esattamente il contrario di quello che volevo.
La mia famiglia non sapeva cosa fare di me. lo non avevo niente
da spartire con loro, non ci intendevamo, era inutile...
- A parte le differenze tra di voi, amava i suoi genitori?
- No. Tra mia madre e me era la guerra civile, la peggiore
delle guerre. Quanto a mio padre non provavo il minimo rispetto
per lui. A sedici anni ho mollato tutto e me ne sono andato
di corsa. Mi sono detto: è troppo! Volevo chiudere
con tuffo. Quando si cominciano ad avere delle idee nere sulla
vita, la vita "borghese", la vita secondo i genitori,
secondo Eton, la vita non è più neanche un'ombra
di vita.
- Lei cita George Orwell nelle sue memorie, anche lui è
passato per Eton.
- Lo ha detestato anche lui, quanto me. E come lui io ho cercato
di sputare fuori tutto, di espellerlo, di purgarmi, di trovare
qualcosa di più sano.
- Chi ha voglia di scrivere non ha necessariamente bisogno
di rifiutare così radicalmente, se non la famiglia,
almeno il suo ambiente. Evelyn Waugh, a esempio...
- Tra lui e me le differenze sono enormi. Il che non mi impedisce
di ammirarlo come uno dei migliori scrittori inglesi dei nostri
tempi. Lui ci teneva alla "vita da castello", a
me invece disgustava. Waugh voleva allo stesso tempo sia lo
snobismo che la verità. E c'è riuscito, attenzione:
cos'è che non ha messo a nudo! Quello che volevo fare
io non era di demolire checchessia, volevo andare più
in là, scendere "nella strada", seguire il
mio istinto. E raro che ci si sbagli, quando lo si segue veramente.
Un'altra cosa, dato che prendiamo Waugh come parametro: lui
era essenzialmente incentrato sull'Inghilterra. Per quello
che mi concerne, e può darsi che questo mi venga da
parte di mia madre con le sue ascendenze americano-giudeo-polacche,
io morivo dalla voglia di andarmene, di viaggiare, di andare
a -vedere altri posti, in Spagna, in Italia, in Francia, insomma
che cosa succedeva al di là della Manica.
- Cominciamo dal principio...
- In Spagna, era al tempo di Franco, all'inizio degli anni
cinquanta. Abitavo a Salamanca, ero "fidanzato"
a una ragazza del quartiere, i borghesi avevano voglia di
belle auto, che non si trovavano facilmente sul mercato: c'erano
tasse enormi. Ne importavo dall'Inghilterra, delle Ford o
auto di quel tipo, fino a Gibilterra. Poi le facevo passare
in Spagna. Non c'era che un posto di frontiera, La Linea,
ma con il mio passaporto britannico cosa potevano dirmi i
doganieri? Targhe, certificati, era tuffo in regola. In poche
parole, mi trovavo a cambiare auto molto frequentemente...
- Molte auto, un po' di traffici...
- Un po'... parecchi! E poi, quando cominciavo a sentire puzza
di bruciato, sono partito per Tangeri.
- A cosa fare?
- Per tenermi un po' in disparte...
- E la scrittura, durante tutto questo?
- Ma certo! Avevo già cominciato. Prima della Spagna.
A Londra, a Chelsea, avevo un appartamento con un amico, giornalista
al Sunday Express.Una notte, o meglio un mattino, rientrando
da una festa, mi chiese: ((Cosa fai nella tua stanza? Continuo
a sentire il clac-clac di una macchina da scrivere, scrivi
un romanzo o che?" Pardi! gli ho risposto. Lui ha letto
tre righe e mi ha detto: ((Fermo lì! Se vuoi farlo
seriamente, taglia a fondo, niente lungaggini."... E
il solo vero consiglio letterario che abbia mai ricevuto.
Poi, tutto quello che avevo scritto prima, l'ho usato per
accendere il fuoco. D'altronde qui nessuno ne voleva sapere.
- Fino a Crème anglaise.
- Sì, nel 1962, al mio ritorno da New York dove avevo
ero stato un anno. Un anno giusto.
- Cosa faceva lì?
- Dio solo lo sa... Mi sono sposato lì per la prima
volta. Facevo dei lavoretti nel campo editoriale, vendite
per corrispondenza, traduzione dallo spagnolo per delle riviste
da due soldi. E soprattutto mi guardavo quella città,
instancabilmente.
- Lei ha lavorato per i fratelli Kray che sono sotto chiave
da più di vent'anni per essere stati a Londra, i capi
della mala.
- Esatto. In realtà è cominciato tutto il primo
dell'anno 1960. lo ero sbarcato a Bristol arrivando da New
York. Ero in bolletta, avevo appena di che pagarmi il biglietto
del treno per Londra. Mi sono precipitato al French Pub, e
ho incontrato un vecchio amico, dei tempi di Eton, che si
era lanciato nelle truffe ad alto livello. Mi ha proposto
'un lavoretto": quella sera stessa ero diventato titolare
di cinque ditte di costruzioni edili, delle società
di cartapesta... E dietro, da lontano, ma al comando di tutta
l'operazione, c'erano i fratelli Kray, i "gemelli".
- Si è scritto molto sui fratelli Kray, hanno anche
girato un film su di loro. Com'erano?
- Quel tipo di persone di fronte ai quali si diventa cadaveri.
Controllavano tutto l'East End, metà della città.
Il resto, la parte sud, era dei Richardson. Ma l'East End,
il gioco, la prostituzione, erano in mano loro. Avevano tutto
in pugno.
- Soho, la mala, tutte cose che lei conosceva come le sue
tasche. E' stato venditore di riviste pomo, ha fatto per un
po' il tassista di notte. Eppure a quell'epoca, gli anni sessanta,
lei non ha mai smesso di scrivere. La Rue obscène (Tenants
of Dirt Street) ad esempio, o Bombe surprise, un libro molto
curioso. E poi, per più di dieci anni, basta, neanche
una parola...
- Tra ii '73 e l'80, è vero, non ho scritto niente.
Ero operaio agricolo, potavo te vigne, tagliavo la legna con
i gitani. In Francia. A Bourg, nel Sud-Ovest, nel 'Mezzogiorno
meno un quarto", come dicono...
- Quindi negli anni che ha passato a Millau ha rinunciato
a scrivere?
- Stavo nei vigneti tutta la giornata. Un lavoro sfibrante.
- E poi ha ricominciato. Con E morì a occhi aperti.
- E un libro che ho sognato, ma veramente! Era in dicembre,
di notte, e faceva un freddo cane! Avevo sei coperte addosso,
e le finestre erano incrostate di brina. Mi sono risvegliato
di soprassalto. Mi sono detto: questo devo assolutamente scriverlo.
Non avevo nessuna voglia di muovermi, bisognava accendere
il riscaldamento giù da basso, erano le tre del mattino.
Ma avevo paura che mi sfuggisse, era più forte di me.
- Ha dei modelli in letteratura?
- Sartre. Quando ero giovane, a una certa epoca, ne potevo
recitare pagine intere a memoria. Oppure... dei modelli...
Orwell, Dostoievski... Zola, Maupassant. Chandler, ovviamente,
Dashiell Hammett. Mi sono chiesto per molto tempo perché
gli americani sono molto più forti di noi nel romanzo
nero. E senza dubbio perché, molto semplicemente, noi
siamo troppo timorosi. Non apriamo abbastanza le cosce...
- Il poliziesco francese, il suo riferimento, è
Jean-Patrick Manchette, non è così?
- Pardi! Mi ricorderò sempre come mi ha accolto a casa
sua, una notte a Parigi, sotto una pioggia battente alle quattro
del mattino. E sono restato lì da lui per una settimana.
L'unica cosa su cui non andavamo d'accordo era la politica.
L'impegno, più esattamente. Lui era molto sessantottino.
La politica? Lasciala ai fessi, gli dicevo, noi siamo scrittori...
- Nelle sue memorie ritorna continuamente su quel romanzo
chiave della sua opera, I was Dora Suarez, e soprattutto sull'esperienza
molto intensa costituita dalla sua scrittura. Una specie di
lunga notte, di discesa agli inferi..
- Suarez... Per tutto il tempo in cui l'ho scritto, non sono
stato capace di addormentarmi senza una luce accesa! Non faccia
l'errore di confondere il Raymond che ha oggi davanti a lei,
cordiale con tutti, pieno di entusiasmo, con l'altro Raymond,
l'altro me stesso, quello di Suarez. Non è schizoide,
è complementare. Suarez, il romanzo nero come lo intendo
io, è un po' come se qualcuno - lei, io -facesse una
passeggiata in un giardino pubblico una sera al crepuscolo,
e si imbattesse all'improvviso in qualcosa d'orribile che
lo sgomenta fino al terrore. La catastrofe, la morte. Allora,
davanti allo schermo del computer, alla macchina, non resta
che una sola cosa da fare: scrivere. Certo, non ci si può
immergere a tal punto in una simile esperienza e uscirne incolume,
come si era come prima. Non esistono mezze misure.
-
In The Hidden Files lei parla della schizofrenia ("È
la voce della coscienza che perde la ragione."), di Ronald
Laing, dei rapporti tra l'arte e la follia. Soprattutto lei
scrive: "L'arte (è) un incontro riuscito con l'esistenza,
la follia un incontro mancato." Si trovano in lei delle
considerazioni che ricordano certi surrealisti, o quel "romantico
minore", Alphonse Rabbe, autore de L'Album d'un pessimiste.
E' pessimista?
- Pessimista? E cosa vuol dire? Qui si vive, si muore... è
ii contratto generale, non ci sono eccezioni. Certo, se mi
guardo intorno, vedo che sono dei cretini che controllano
tutto, che sono ai comandi, a! volante... Spesso mi dico:
un giorno o l'altro, alla prossima curva, andremo fuori strada.
Ma siamo comunque obbligati a operare entro quei parametri,
non è così? Mi dice che siamo centinaia di migliaia
in queste condizioni? Sicuro che l'esistenza è una
corvé, ma non vale la pena di saltare giù dal
tetto per questo! E per provare che cosa? La vita, puttana,
la adoro! A diciassette anni ero molto più vicino di
oggi alla morte, alla tentazione della morte. Perché
ho imparato ad apprezzare e affezionarmi alla vita. A diciassette
anni non accettavo il fardello che sembrava rappresentare.
- Insomma, è abbastanza "filosofo".
- Come Brassens. Ecco un filosofo! Aveva una mentalità
da vignaiolo, un mestiere che conosco bene, l'ho fatto per
molto tempo, in Toscana, in Francia, a Millau. E del resto
mi ha sempre appassionato, la filosofia. La metafisica. Mi
sarebbe piaciuto arrivare più in là, quando
ero studente. Ma nei colleges, qui, non conoscono che la logica.
E la logica applicata alla metafisica è come pisciare
controvento!
- Decisamente, è ancora molto severo con l'Inghilterra...
- Non l'Inghilterra, la società inglese... questa sì
che non riesco a inquadrarla! Ma mi piacciono molto gli inglesi,
i miei "cari compatrioti". Certi almeno. Negli ambienti
che frequento io. O gente come Francis Bacon, che ho conosciuto
un po'... William Shakespeare, eccellente sceneggiatore del
genere "nero", Wilkie Collins, Ted Lewis...
- Si è trasferito di nuovo a Londra da tre anni.
Perché?
- E per mia figlia. Un giorno mi ha detto: "Papà,
il tuo argot non va bene, è completamente fuori moda,
oggi non si parla più così."... E così
eccomi qua! Abito a Willesdon, i sobborghi a nord, uno quartiere
composto metà da neri, metà da irlandesi, gli
inglesi sono piuttosto ran. E' abbastanza lurido, ma mi trovo
bene. C'è un pub simpatico di fronte a casa mia, lo
"Spotted Dog", e la birra non è affatto cara.
- La Francia?
- E' la Francia che mi ha "nutrito". Mi hanno tradotto,
il mio aspetto glauco piaceva molto, e poi c'è stato
l'adattamento al cinema di due dei miei libri: E morì
a occhi aperti e Aprile è il più crudele
dei mesi. In Inghilterra non mi conosceva quasi nessuno.
E un giorno si sono detti: chi è quel fesso inglese
che ha tanto successo laggiù?
- Lavora molto?
- Più vado avanti con l'età, più mi fa
male stare seduto. Da giovane sono andato troppo in giro.
E certe cose si pagano.
- E quando non lavora?
- Bevo. Al troquet. Per distrarmi, per-ascoltare gli amici,
gli altri. Quello che c'è di buono nella vita dei troquets
di notte, dei bar, è che si è tutti "dentro"
con la gente, a bere, a dire quello che capita, e si è
allo stesso tempo anche "fuori": si può staccare,
ci si può astrarre con la mente, lo lo chiamo "andare
a teatro". Se mi chiudessi con il mio computer finirei
per essere un relitto. Una settimana fa, a Soho, eravamo un
gruppetto di artisti e ci siamo fatti rinchiudere nel pub
dopo l'orario di chiusura. Siamo usciti verso le nove del
mattino. Per andare a fare colazione dall'italiano lì
vicino.
- Con la bocca impastata?
- Senza la bocca impastata, senza le notti in bianco, non
ci sarebbero romanzi neri...
[da
"Magazine Littéraire" n. 314, ottobre 1993
- traduzione di Marco Vicentini]
drive
index
| libri | novità
editoriali
Drive Magazine © Copyright 1999-2004 Stefano Marzorati
scrivete a drive
|