16 marzo 2011
Blackfield: intervista a Aviv Geffen
di Maurizio Principato
Steven Wilson (Porcupine Tree,
No-Man, Bass Communion) e la pop star israeliana Aviv
Geffen si incontrano per la prima volta nel 2000. La stima
e l’ammirazione reciproca li invogliano a immaginare un progetto spot al
quale danno un nome, Blackfield.
Nel 2005 esce il primo album della formazione (“Blackfield”), nel 2007 il
secondo (“Blackfield II”) e, nel 2009, un disco dal vivo registrato a NYC
(l’edizione contiene anche un DVD con le riprese dell’intera performance).
Blackfield ha via via perduto le peculiarità del progetto estemporaneo:
nel corso del tempo – e in modo del tutto naturale – si è trasformato in
un cantiere creativo dove il lavoro non si ferma mai. La critica e il pubblico
hanno espresso favore crescente per i lavoro di questa band che,
nei prossimi giorni, farà uscire il nuovo album “Welcome To My DNA”, un
lavoro intenso e maturo composto da undici canzoni pop progressive,
miniature finemente cesellate nei cui testi Geffen ha inserito molti ricordi
e traumi del passato.
Ai concerti dei Blackfield c’è sempre un pubblico eterogenero: estimatori
della psichedelica anni Sessanta, esegeti del progressive anni Settanta,
appassionati del synth-pop anni Ottanta, indomiti consumatori di
indie rock anni Novanta e cupi seguaci dell’Emo che imperversava
qualche anno fa. “Salgo sul palco truccato, poi imbraccio la chitarra e,
con Steven, attacchiamo la audience con riff aggressivi o la accarezziamo
con melodie rarefatte” mi ha detto Aviv Geffen durante il nostro recente
incontro milanese “Sostanza e apparenza soddisfano un pubblico ampio che,
ai nostri concerti, è sempre attento e partecipe”.
In alcune canzoni del nuovo album di Blackfield (ad esempio “Blood”)
si sentono influenze musicali arabe o ebraiche. Sei interessato a far confluire
la tradizione nella tua musica?
"Ho coinvolto nel progetto un chitarrista iraniano che suona anche
l'oud e altri strumenti tipici della tradizione araba ed egiziana. Ero curioso
di vedere cosa sarebbe successo se - al posto degli strumenti tradizionali
- avesse preso in mano una delle chitarre ‘preparate’ da Steven Wilson.
Mi sembrava il modo giusto di accompagnare il testo di questo brano, che
esprime un concetto per memolto importante: ogni cosa inizia e finisce nel
sangue, la vita è una grande guerra senza fine".
Che tipo di collaborazione c'è - all'interno di Blackfield - tra
te e Steven Wilson?
"Blackfield è nato come un side project. Ma le cose sono andate meglio
del previsto e il progetto è cresciuto progressivamente, diventando una
specie di mostro. Il successo ci ha incoraggiati a continuare e, adesso,
Blackfield ci impegna molto. Io sono concentrato unicamente sul lavoro di
Blackfield e anche Steven, pur seguendo diversi progetti contemporaneamente,
lavora assiduamente sul materiale di Blackfield".
Gli unidici brani di “Welcome To My DNA” sono coerenti e strutturati.
Messi in sequenza svelano il loro potenziale narrativo, raccontano una storia
dove la musica crea immagini. Come è stato organizzato il lavoro?
"Ho scritto io la maggior parte delle canzoni e, mentre l'album prendeva
forma, con Steven abbiamo individuato la strada giusta da seguire. Siamo
convinti di aver realizzato un ottimo lavoro al punto che, quando il disco
è stato concluso, ci siamo detti: ‘Questo diventerà il nostro “Dark Side
of the Moon”’. Per come la vedo io – e non mi sto facendo i complimenti
da solo - è un disco perfetto. In passato I Blackfield hanno realizzato
dei buoni album dove c'erano grandi canzoni e brani passabili, cioè che
potevano andare, senza infamia e senza lode. Qui no. Ogni momento di gioia,
ogni lacrima, ogni sospiro, tutto è stato inserito al momento giusto e nel
posto giusto, con grande cura e meticolosa attenzione. Avevamo tantissime
canzoni su cui lavorare ma, alla fine, ne abbiamo eliminate un sacco, tenendo
solo le undici che sono confluite nel disco".
Secondo te qual è il pezzo più rappresentativo di questo nuovo lavoro?
"E' difficile dirlo. Probabilmente "DNA". E aggiungo anche
"On the plane", il brano che parla di un ragazzo che vive nel
deserto e ha perso suo padre: lo aspetta invano, suo padre non tornerà mai
più. Quel ragazzo sono io, è quello che è successo a me: un giorno mio padre
abbandonò la sua famiglia e non fece più ritorno. Ero solo nel mondo, nel
vuoto o nella jungla, solo con le mie paranoie. Non mi fidavo di nessuno.
In questa canzoni racconto un'esperienza autobiografica che mi ha cambiato
completamente".
Parli di paranoie ma, a mio parere, questa parola descrive soltanto
la parte transitiva del processo. Nei brani c'è una sorte di catarsi, di
rivelazione. Qual è il messaggio racchiuso in queste tue nuove canzoni?
"Il messaggio è semplice: è tutto scritto nel nostro DNA. Possiamo
cambiare alcuni aspetti marginali del nostro carattere ma non iludiamoci:
la nostra vera essenza resta la stessa per tutta la vita. Volendo semplificare,
prendi la musica: perché tu e io preferiremo ascoltare 'Wish You Were Here'
anzichè un qualsiasi disco di Fifty Cents? Perchè nella parte più profonda
di noi siamo fatti così. E continueremo a muoverci verso zone di luce o
di ombra seguendo la nostra natura: è lei a indicare la strada da percorrere.
Steven Wilson e io non siamo spensierati. Non possiamo essere stupidamente
felici e non ci proviamo neanche. A scuola non eravamo i migliori della
classe e neppure i più cool. Grazie alla musica abbiamo avuto il
coraggio di innalzare la bandiera delle nostre fragilità e farla diventare
una vittoria".
Che chitarre microfoni e effetti usi?
"Di solito suono una Rickenbaker e qualche volta una Fender Telecaster
personalizzata. Tub Screamer Overdrive per la distorsione. Sempre e soltanto
amplificatori Orange: mi piace molto il loro suono corposo. E per la voce
un microfono AKG 414"