|
|
|
| INTERVENTI |
|
Indice
alfabetico delle schede dei gruppi e degli artisti presenti nella Rock
and
Horror Encyclopedia
|
TRE MODI PER ESSERE
IMMORTALI...
di Gianfranco
Manfredi La seconda forma di immortalitàmaterialmente esistente é l'immortalità del personaggio. Gli scrittori e gli artisti in genere hanno affidato la loro immortalità alle loro opere, o meglio hanno pensato per secoli di raggiungere l'immortalità attraverso le loro opere. Ma l'arte popolare avrebbe già dovuto metterli in guardia: é il racconto a restare nei secoli e a passare di bocca in bocca, non il suo autore. Del resto, dei grandi repertori come La Bibbia o Le Mille e una notte, non conosciamo i nomi degli autori, come non conosciamo gli architetti della grandiose costruzioni del passato più remoto. La grande narrativa dell'Ottocento ha pensato di valicare questo ostacolo, presentando l'autore come personaggio-artefice Eppure, quando Flaubert proclama "Bovary c'est moi", non é difficile ritrovare l'ostacolo più alto di prima. Bovary, infatti, é più di Flaubert. I grandi personaggi che definiscono un tipo, un atteggiamento spirituale, un'epoca, una metafora, sono più popolari e ben più immortali dei loro autori. Nel Novecento, poi, per quanto in una sorprendente cecità critica al poposito, i personaggi hanno preso il potere sotto forma seriale, schiacciando i loro autori e provocando in loro non poche sofferenze. Sherlock Holmes é più forte di Conan Doyle, é lui a condizionarne persino la scrittura e le scelte letterarie. E ad autore morto, può continuare ad esistere grazie al cinema, e ad altri autori, in infinite trasposizioni e reviviscenze. Nel fumetto, questo stacco é anccora più evdiente: l'eroe continua a vivere eternamente giovane, per generazioni e genrrazioni, servendosi delle penne di autori diversi. Al contempo, il personaggio, reso immortale, paga lo scotto della serialità, cioé deve vivere molteplice, ma identico a se stesso, replicando all'infinito la sua vicenda. Nella musica pop e rock, la scissione tra autore e opera, viene colmata dal'identificazione marcata autore-personaggio. Quando l'immagine diventa impresentabile, sopravvive il più incorporeo e sprituale "suono", un suono che ha il nome del suo autore-interprete. Ma anche in questo caso, la creatività dell'autore deve combattere con le esigenze della serialità che impone replica, pena e perdita d'identità. D'altro canto, l'identità della replica, quanto corrisponde alla nostra ricerca di identità che é per sua natura in divenire? Curiosamente, ma significativamente, nella cultura occidentale, il termine persona viene contrapposto a quello di personaggio. "Sono una persona" rivendica il personaggio Di Pietro di fronte ai giudici. Eppure la parola persona significa maschera. Persona e personaggio erano all'origine la stessa cosa. Perché la persona é diventata una sorta di misteriosa sostanza, o cosa in sé, dietro, sotto, oltre il personaggio? Perché l'immortalità del personaggio, evidentemente, non ci salva dalla morte di quel qualcos'altro che lo precede, che esiste indipendentemente da esso. Quel qualcos'altro che desideravamo immortale, ma che sentiamo irrimediabilmente perduto. La terza forma di immortalità é "inumana". E' l'immortalità dei batteri. Semplificando, si può dire che il processo di riproduzione umana si basa sull'unità degli opposti previa attrazione reciproca. I protocarioti, o batteri, invece, fanno da soli; oltre una certa soglia di crescita, la cellula si divide in altre due cellule identiche a quella originale, ma più piccole, che cresceranno finché a loro volta si divideranno in due. Il tutto senza sessualità alcuna. Il batterio é un single che non si sente mai solo, perché non cessa di riprodurre cloni di se stesso, al'infinito. Vi sono coloie di batteri groenlandesi o sudafricani che vantano tre miliardi e mlzzo di anni. Sono rimasti sempre se stessi, inalterati dal periodo precambriano Sono la forma di via-immortale più invidiata di questo fine secolo. E non 'è da stupirsene: una coppia di bateri non deve far fatica ad adattarsi l'uno all'altro, perché sono uno-in-due. Un uomo-batterio, potrebbe andare in colonia con se stesso, organizzarsi un concerto allo stadio dove lui suona tutti gli strumenti, si fa da manager, da promoter e alla fine può dire "Il MIO pubblico" senza tema di smentita: é lui il pubblico. Un uomo-batterio non deve misurarsi con razze, sessi, religioni, costumi, identità diversi dai suoi. L'uomo-batterio ha un Ego grande come il mondo. può cominciare tutti i discorsi con "io" senza sentirsi presuntoso, può a ragione considerare il suo punto di vista "soggettivo" come "oggettivo" (lo é, all'interno della sua colonia). E soprattutto é eterno! Siamo sicuri che Dio abbia fatto l'uomo a sua immagine e somiglianza? Non gli somiglia di più il batterio dato che, come Lui, può dividersi in Padre, Figlio e Spirito Santo restando sempre Uno? Eppure anche questa forma di immortalità porta in sé il contrasto evidente nelle due precedenti: quando l'identità si riproduce in serie, é ancora una vera identità, unica al mondo? Non mi sentirò in conflitto con i miei cloni, come l'attore di fronte alla propria immagine replicata, come l'autore di fronte al personaggio? Non sentirò che l'immortalità desiderata era irrimediabilmene diversa da quella materiale, effettiva? E a che scopo moltiplicare me stesso, trovando un'identità di colonia, se ho intanto perso non solo la mia identità individuale, ma anche il senso della mia identità di specie, di razza, di gruppo, di appartenenza famigliare e culturale? Non era meglio limitarmi a fare figli, diversi da me, opere, azioni dalle conseguenze spesso del tutto autonome ed indipendenti da me? Insomma, come diceva Gaber in una canzone limitarmi a "lasciare lì qualcosa e andare via"? E' questo che ci manca. Non l'immortalità per cui continuiamo ostinatamente a combattere, ma la semplice accettazione della morte, cioé dello svanire perché possa esistere "altro da noi". E' così terribile, così scandaloso accettare la morte? Non c'é bisogno di ricordare i moniti del pensiero religioso di tutti i tempi e di tutti i paesi, qui non è questione di fede, ma di fiducia. Fidiamoci delle parole di uno che se ne intendeva: il vampiro Bela Lugosi, schiavo della sua immortalità diventata nel tempo sempre più farsesca e al contempo tragica, che ci aveva avvisato: "C'é un destino molto più orribile della Morte". © Gianfranco Manfredi - per gentile concessione dell'autore
|