|

Dalla
cripta: HP Lovecraft
di Giovanni Carta
In questa rubrica non poteva certo mancare un'articolo retrospettivo sugli
Hp Lovecraft, una band che forse più di altre ha cercato
di celebrare con le proprie canzoni il grande scrittore e poeta di Providence
ma che, allo stesso tempo, ha dato un contributo determinante per la diffusione
di una sensibilità (scusate il termine) dark nell'ambito
della musica rock. Le radici degli HP Lovecraft vanno ricercate a Chicago
durante l'estate 1967: il protagonista principale è George
Edwards, un folksinger di non ben dichiarata fama e dalle velleità
"dylaniane" determinato a formare una propria band, una decisione
questa derivata probabilmente sia dal mancato successo della sua brevissima
ed effimera attività solista che dalle sessions come corista svolte
per un rampante gruppo rock-blues del periodo, gli Shadows of Knight
(all'attivo con un disco pubblicato nel 1966 sotto l'etichetta Dunwich).
Il primo passo degli HPL riguarda il singolo Anyway that you Want Me/It's
All Over for You, anche se in realtà questo grazioso 45 giri
di beat/pop riguardava solamente Edwards e il tastierista Dave
Michaels; solamente poco dopo, in quella torrida e memorabile estate
del '67 si aggiungevano il chitarrista Tony Cavallari, il batterista
Michael Tegza ed il bassista Jerry McGeorge, quest'ultimo
ex chitarrista degli Shadows of Knight. Il primo disco, omonimo, degli
HPL venne inciso e pubblicato attorno la fine del '67 ed include una serie
di covers estratte dal repertorio di diversi cantautori, più
quattro brani originali della band: gli stili musicali suonati spaziano
dalla ballata folk al jazz mantenendo però il filo
conduttore della psichedelia e di un'attitudine compositiva tipicamente
west coast. Fra le cover spiccano il classico di Dino Valenti,
Let's Get Together, destinata a diventare una specie di inno del movimento
hippie, ed una visionaria e astratta versione di I've Been Wrong
Before di Randy Newman. Fra i validissimi quattro brani originali
del gruppo, The White Ship (derivata da un racconto di Lovecraft)
è il brano più notevole e rappresentativo dell'intero lp:
si tratta di una lunga ballata dall'andamento simile a un bolero, sospesa
in un'atmosfera da sogno barocco, in cui si evidenziano al meglio le volontà
di ricerca del gruppo. HP Lovecraft (la cui chiusura è significativamente
affidata a un canto gregoriano) tuttosommato si può ancora considerare
un disco acerbo per le ambizioni di Edwards, eppure le buone vendite del
disco consentono di intraprendere una serie di date live importanti
insieme a nomi importanti come Pink Floyd, Procol Harum e Jefferson Airplane.
Successivamente alla dipartita di McGeorge a favore del bassista-cantante
Jeff Boyan viene pubblicato nel '68 il secondo e ultimo disco in
studio degli HPL, HP Lovecraft II. Rispetto al disco d'esordio
è avvertibile l'evoluzione del gruppo in particolar modo nella
ricerca sonora e stilistica all'interno dei brani, inoltre stavolta il
disco è composto principalmente da brani concepiti dal gruppo stesso
a eccezione di un'incisiva versione di High Flying Bird, già
nel repertorio dei Jefferson Airplane. Ora il clima generale delle canzoni
è più fosco ed introspettivo e le avvisaglie di sperimentazione
percepibili nel primo disco vengono messe pienamente in luce: At the
Mountains of Madness è perfettamente attinente all'allucinato
racconto dello scrittore di Providence, una pietra miliare della psichedelia
americana e allo stesso tempo un'estremo incubo fantascientifico difficilmente
confrontabile con quanto prodotto da altre bands contemporanee.
Spin, Spin, Spin, It's About Time e Keeper of the Keys
invece mettono in risalto la vena operistica e orchestrale del gruppo,
una tendenza già espressa con The White Ship anche se l'incanto
favolistico è praticamente disperso, i paesaggi sonori ora sono
decisamente più tetri e severi. Altre due escursioni nell'elettronica
sono Electrollentando, una lunga ballata lisergica free-form
e i vocalizzi alieni della breve Nothing's Boy, mentre con la capricciosa
ballata Mobius Trip le parti vocali del brano vengono dissolte
come fossero risucchiate verso le stelle dello spazio. La leggenda vuole
che gli HPL fossero costantemente in acido durante le registrazioni del
loro secondo lp: vero o falso che sia (la stessa copertina però
potrebbe rivelare molte cose...) il risultato è decisamente al
di là del pop-rock d'epoca, soprattutto per quanto riguarda
il lavoro svolto dal tastierista Dave Michaels, un lavoro il suo
concentrato più sull'elaborazione dei suoni dello strumento che
sugli aspetti solistici. Nonostante le discrete vendite però dissapori
interni e una certa stanchezza minano definitivamente l'esistenza del
gruppo, anche se, in maniera del tutto scellerata, il batterista Michael
Tegza ha tentato successivamente di riappropriarsi del nome pubblicando
alcuni titoli di valore assolutamente relativo. L'ultima ristampa in cd
più recente (e presubilmente facile da rintracciare) dei due lp
degli HPL è quella operata dalla Collectors'Choice Music,
due lp in un'unico cd, invece è da segnalare un concerto degli
HPL pubblicato su cd nel 1994, Live May 11, 1968, di qualità
più che accettabile.
© Giovanni Carta 2003 - per gentile concessione dell'autore
|
The
Rock and Horror Encyclopedia © 1999-2004 Stefano Marzorati
- a true romance production
|
|