Hotel Hall

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Interventi:

Tre modi per essere immortali, di Gianfranco Manfredi
47 (MORTO CHE SPARLA)/1: JOHN LENNON
di Ivano Rebustini

“I don't believe in Zimmerman… I don't believe in Beatles… I just believe in me… Yoko and me… And that's reality…”. Uhm, reality sto paio di palle: scusa, Yoko, non voglio certo dare ascolto alle stronzate scritte sui tabloid inglesi (risposata con un gallerista ungherese bisessuale: e perché non invece con un artista concettuale venezuelano feticista?), però questa cosa di metterti d’accordo con Mr. Paul “How do you sleep?” McCartney, Olivia Harrison, il vecchio Richard… Lo so che quella piagnucolosa canzoncina sulla lunga strada tortuosa è tutta farina del suo sacco, ci mancherebbe - anzi, togli pure la mia firma, Paul -, è sua anche la canzone sulla mamma e mi sembra che ce ne siano ancora un paio, ma “Let it be”, cazzo, è un disco dei Beatles: non poteva mettere a nudo “Red Rose Speedway”? Mi verrebbe quasi voglia di chiedere a qualcuno, qui, se mi fa il miracolo di levare tutti gli archi da “Eleanor Rigby”: darei la mia nuvola per vedere la faccia cascante di formaggino del mio vecchio amico dopo aver scoperto il misfatto. Ma fosse soltanto per questa vendetta - postuma, posso dirlo a ragion veduta - nei confronti di Phil Spector, passi: dopotutto, “Let it be” era soltanto un disco dei Beatles. In altre due occasioni mi sono
girate di più. Prima, quando il MIO ex bassista ha preso dalla MIA soffitta “Free as a bird” e “Real love” con la scusa che gli servivano per le ”Anthology”. Invece lo so bene, cercava di sfornare finalmente un paio di hit, roba da “One” (ma tu, scusa se te lo dico, George, potevi fare qualcosa, no? E non pizzicare il sitar almeno quando ti parlo, porcoggiuda!). In ogni modo, mi ha fatto un effetto straniante cantare e suonare di nuovo con voi tre, caro “Quiet”, anche perché sembriamo l’Electric Light Orchestra. Comunque, passi pure questa. Quando però quello là si è risolto a firmare certi pezzi solo suoi (solo suoi: si potrebbe discuterne a lungo…) del catalogo Beatles “McCartney-Lennon” invece di “Lennon-McCartney”, sarei sceso volentieri a cantargliene quattro, altro che il Peace Choir che mio figlio Sean ha messo insieme per la cover di “Give peace a chance” (a proposito, Yoko, ti sei fatta perdonare togliendo la firma dell’usurpatore dal dvd… ah, e prima o poi fammi sapere cosa sono, questi dvd). Grazie, ragazzo (però, cosa gli hai fatto al testo? Acid house, gay spouse, hip hop, censorship…), ma non era necessario, davvero, e poi quassù qualcuno è andato in confusione quando ha visto che nel coro c’era Sebastian Bach: sì è creata una certa agitazione, credevano che dalle nuvole barocche fosse scappato il pezzo più grosso, ho dovuto mettercela tutta per convincerli che non era “quel” Bach, dopo aver sudato a suo tempo non sette, ma settanta camicie per spiegare - dal venerando portiere giù giù, fino all’ultimo ragazzo dell’ascensore a tempo determinato - che quella volta non intendevo prendermela con il Capo. Sean, “Julia” però potevi lasciarla stare, la tua versione rischia di essere incriminata per molestie, eh eh eh. E, Julian, non mi sono dimenticato di te: che colpo basso vederti in canotta dietro a una batteria… sei un Lennon, dopotutto, non un Macca qualsiasi (lasciamo stare zio Ringo: gli voglio bene, ma non fa testo). Un po’ mi è dispiaciuto che tu e Sean non abbiate fatto una gran carriera, ma alla fine credo che sia stato meglio così: un Lennon di successo basta e avanza. E poi, come diceva quel tale, meglio un asino vivo che un artista morto: in questo caso, di asini se ne sono salvati addirittura due. “Imagine all the people, living life in peace”: certo che ero proprio un sognatore…

© Ivano Rebustini 2004 - per gentile concessione dell'autore

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