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Leggi la recensione di Stefano Piani del libro "Hannibal" di Thomas Harris



L'IRRESISTIBILE ASCESA DEL DOTTOR HANNIBAL LECTER, CANNIBALE...

Ne Il silenzio degli innocenti, la pellicola diretta da Jonathan Demme che nel 1991 inserì saldamente la figura del dottor Hannibal Lecter nell'immaginario collettivo di questi ultimi dieci anni, il buon dottore cannibale (interpretato da Anthony Hopkins) aveva un che di predatorio nell'aspetto: la faccia scavata, i capelli tirati all'indietro, tutto occhi e bocca sotto la luce fredda e asettica della sua cella. In questo nuovo Hannibal, diretto da Ridley Scott e tratto dall'omonimo romanzo firmato da Thomas Harris, molte cose sono cambiate. Sono passati dieci anni: Hopkins é invecchiato, ma il suo aspetto, da quando lo abbiamo visto per la prima volta nella cella del manicomio criminale dove era rinchiuso, é diventato più piacevole, quasi aristocratico. La divisa da internato é sparita, rimpiazzata da abiti eleganti di tessuto italiano. Lecter si é ora trasferito in Italia, a Firenze, dove lavora come bibliotecario, inseguendo letture dantesche e sogni da esteta decadente. A Firenze Hannibal ha trovato la sua "camera con vista", la finestra da cui poter vedere almeno un albero che popolava i suoi sogni di prigioniero. In quanto a Clarice Starling, qui interpretatda da Julianne Moore come in uno stato di trance, l'inquieta e volitiva agente dell'FBI cade in disgrazia presso il Bureau dopo un'azione di polizia finita male (non per sua colpa). Trascinata in un gioco più grande di lei, sul cui sfondo si muove il progetto di vendetta del miliardario sfigurato ( e pedofilo) Mason Verger, una delle tante vittime della lucida follia del dottore (interpretato da un Gary Oldman reso irriconoscobile dal trucco), Clarice dovrà vedersela con l'ostilità e il sospetto dei suoi superiori e con le infide manovre di Paul Krendel, funzionario corrotto del dipartimento di giustiza al soldo del miliardiario suddetto (qui interpretato da un Ray Liotta a dire il vero non particolarmente a suo agio nella parte). E' a questo punto che Lecter muove in soccorso della sua protetta, dopo essere sfuggito al piano di cattura elaborato dalla mente perversa di Verger, che sogna di catturare il dottore per farlo divorare vivo da un branco di cinghiali (nel libro sono maiali) appositamente addestrati in Sardegna da un gruppo di malavitosi capitanati da Ivano Marescotti. L'intreccio, però, impiega un po' di tempo per arrivare a questo punto. La parte centrale della pellicola, infatti, descrive gli sforzi del poliziotto italiano Rinaldo Pazzi (interpretato da un bravissimo Giancarlo Giannini) di incassare la taglia di tre milioni di dollari che Verger ha messo sulla testa del dottore. Accompagnato da una campagna di promozione massiccia, da indiscrezioni e speculazioni mediatiche, Hannibal deluderà quanti coltivano con i personaggi creati da Harris una frequentazione che data parecchi anni e che risale al primo romanzo dove Clarice e il dottore fanno la loro comparsa, quel Red Dragon splendidamente portato sullo schezmo da Michael Mann in Manhunter. Hannibal é qualcosa di "altro", come già in parte lo era stata la pellicola di Demme, dalla matrice letteraria. Il film gioca scaltramente sul registro dello shock per attirare anche quanti tra il pubblico non conoscono ancora l'efferato dottore (ma ne hanno sentito parlare) e qui riconosciamo a Scott il merito di andare dritto sul bersaglio, anche se la "cena" finale, pur riuscita nella sua ripugnanza, perde inevitabilmente il confronto con il potere evocativo della pagina scritta corrispondente. E' chiaro che Scott é stato chiamato a dirigere un film su commissione, con tutti gli elementi al loro posto: un cast di grandi nomi, una sceneggiatura tratta da un besteller letterario, e un personaggio protagonista che ha conquistato il fascino di milioni di lettori. E' un compito tutto sommato facile e Scott lo porta a termine con professionalità sufficiente, grazie alla sua grande abilità di raccontatore per immagini. Il più grosso difetto del film non sta però nella natura dell'approccio del regista alla materia, ma nella materia stessa. Innanzitutto nell'assenza di quella che era la connessione centrale del film precedente (e del libro stesso), quel misterioso legame che si instaura tra la Starling e Lecter fin dal loro primo colloquio nella cella del manicomio. I due, qui, sembrano agire separati e qualcosa del loro legale emerge soltanto nel frettoloso finale (peraltro radicalmente cambiato rispetto a quello del libro, forse perché ritenuto troppo scandaloso e provocatorio). Mancano poi molte di quelle suggestioni che avevano fatto del libro di Harris una lettura tutto sommato eccitante e stimolante, non ultime alcune rivelazioni sull'infanzia di Lecter e tutta una serie di riflessioni e dialoghi che immaginiamo essere stati esclusi dallo script proprio perchè potevano risultare indigesti al gusto dello spettatore comune. Per questo quel "Ciao, Clarice" sussurrato da Lecter nel telefono che collegava la sua cella al mondo esterno, nel primo film, ci appare irrimediabimente lontano. Non sappiamo quanto la sceneggiatura originale di David Mamet sia stata modificata dall'intervento di Steven Zaillian, co-sceneggiatore chiamato in causa dalla produzione in un secondo tempo. Poco importa, adesso...Quel che conta é quanto vediamo sullo schermo. E con la recente notizia di un imminente remake del film di Mann (dove Hopkins rivestirÓ ancora i panni di Lecter) temiamo seriamente che anche il dottore cannibale si stia avviando sulla strada della serialitÓ, diventando uno dei tanti Freddy Krueger o Jason dello schermo, soltanto un po' più istruito e ammaliante.

Stefano Marzorati

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