
GRND
FUNK RAILROAD: SURVIVAL
(Capitol)
Tracklist
Side 1
1. Country Road
2. All You've Got Is Money,
3. Comfort Me
4. Feelin' Alright
Side 2
5. I Want Freedom
6. I Can Feel Him In The Morning
7. Gimme Shelter
Formazione:
Don Brewer - batteria, voce
Mark Farner - chitarra, tastiere, voce
Mel Schacher - basso
Crediti:
Produttore: Terry Knight
il
sito ufficiale dei Grand Funk Railroad
un
sito non ufficiale dedicato alla band
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IL PRIMO DISCO NON SI SCORDA MAI/6: GRAND
FUNK RAILROAD - SURVIVAL
"In principio,
vi furono due correnti a scindere in due antitetiche frangie il
neonato filone hard rock: la prima, formatasi nel 1968, era rappresentata
dai Led Zeppelin, mentre la seconda dai Grand Funk Railroad,
grosso modo sempre intorno ai tardi anni '60.
Le proposte musicali dei due complessi erano assai difformi ed in
contrasto, eccetto che per il fattore dell'altissimo, spropositato
per i tempi, volume degli amplificatori: se il gruppo guidato da
Jimmy Page e Robert Plant era artefice di un modernissimo, eccitante
rock-blues, obliquo quanto articolato da un punto di vista strettamente
tecnico-compositivo, i Grand Funk di Mark Farner, Don
Brewer e Mel Schacher regalavano ai propri ammiratori
un heavy blues assai monotono e ruvido, con una naturale
tendenza (soprattutto da parte del chitarrista Farner) a lunghi,
estenuanti assoli dalla indiscutibile matrice blues, vertiginosamente
accelerati e (solo apparentemente) privi di qualsiasi fronzolo virtuosistico.
L'antitesi
a cui mi riferivo soprastantemente ha come epicentro lo stile adottato
dalle due bands: la prima, follemente attirata da tutti i trucchi
e bizzarrie che lo studio di registrazione era in grado di offrire
a quel tempo, ostentatori quanto mai delle loro arroganti pretese
virtuosistiche, autentici "manipolatori", stregoni-padroni
di una formula musicale che non aveva precedenti (basti ricordare,
a tal proposito, la parte centrale insolitamente psichedelica che
complementa alla perfezione la spigolosita' e la freneticita' di
un brano come Whole Lotta Love); i secondi, al contrario, "portavoce"
della nuova corrente "hard" americana, decisamente meno
maniacale (da un punto di vista sperimentale) rispetto ai loro "cugini"
britannici: in definitiva la musica dei Grand Funk verteva principalmente
sulla compattezza sonora del trio Farner (chitarra e voce
solista), Brewer (batteria) e Schacher (basso elettrico)
e non aveva la stessa predisposizione alla liberta' creativa dei
Led Zeppelin, il cui concetto di arte non avrebbe mai previsto il
ripetersi di una loro precedente, sconvolgente innovazione stilistica.
Quanto le bizzarre direzione artistiche erano il fiore all'occhiello
(ed autentica ossessione) di Page e soci, tanto era la semplicita'
e l'ingenuita' nelle grezze proposte musicali da parte del gruppo
diretto da Mark Farner.
I Led Zeppelin,
gia' a partire dal 1968, furono i primi a "rivisitare"
completamente (ed anarchicamente) il concetto di "rock-blues"
allora vigente: innovatori quanto esibizionisti e arroganti musicisti,
gli Zeppelin portarono a compimento, nel giro di quei convulsi,
caoticissimi mesi, la formula definitiva di quel nuovo "verbo-rock"
che avrebbe portato il titolo di "rock duro". L'intuizione
piu' debordante fu quella di alzare vertiginosamente i volumi (fino
al limite consentito... o forse... anche oltre....!) pur mantenendo
chiara la derivazione musicale dei quattro musicisti, tra i quali
emergeva come compositore e "sperimentatore feticista da studio"
Jimmy Page, un virtuosissimo della sei corde che fino a poco
tempo prima aveva svolto (con immenso successo) il ruolo di "session-man"
in lungo e in largo per tutta la Gran Bretagna, al servizio di molti
nomi illustri della scena britannica.
Nel 1968 fu lui a prelevare i morenti Yardbirds onde trasformarli,
previa l'avvenuto ingresso di Robert Plant come cantante,
John Paul Jones in qualita' di bassista/organista e John
"Bonzo" Bonham (batteria e percussioni) in New
Yardbirds; successivamente (e definitivamente), Page ribattezzo'
i New Yardbirds in Led Zeppelin (su suggerimento di Keith Moon degli
Who). "A new star was born" - una nuova stella era nata.
Meno dotati da un punto
di vista tecnico, i Grand Funk Railroad si distinsero immediatamente,
oltre che per il folle volume dei loro concerti, per la "cieca"
aggressivita'e ruvidezza sonora con le quali si proponevano al pubblico;
tutti e tre i musicisti implicati nel "progetto-Grand-Funk"
erano in grado di prodursi in interminabili sessions, dilatando
le proprie composizioni da studio in lunghi "orgasmi strumentali",
spesso confinanti con la piu' prossima cacofonia, come dimostravano
i loro primissimi concerti (si disse che tra gli spettatori di allora
vi fu qualcuno visto uscire con le orecche sanguinanti....).
Dove i Led Zeppelin primeggiavano superbamente in eccentrici quanto
magnetici preziosismi strumentali, i Grand Funk Railroad avrebbero
puntato su un sound piu' diretto, viscerale, sorretto da riff tellurici
e devastanti, senza badare troppo all'eleganza di ogni performance.
Cio' che contava era scaricare una rabbia che fosse capace di condensarsi
nei mega-watt prodotti dalla loro chitarra urlata e strillante,
spigolosa e sporca, supportata da una batteria in perenne "stato
bellico", quanto era l'acida cattiveria violenta- trice di
Brewer alla batteria (la leggenda narra che il batterista dei Grand
Funk suonasse con le bacchette girate al contrario, onde imprimere
un battito piu' devastante sui propri tamburi). In generale, una
volta imbattutoci nelle forme di rappresentazioni musicali dal tono
quasi primitivo dei Grand Funk, si ha l'impressione di un terremoto
inarrestabile pronto a travolgerci ed a...."ucciderci"....
Una traccia come Into The Sun e' assai indicativa sull'energia
incontenibile e debordante "vomitata" sullo spettatore
di turno: il brano si apre con una lunga, ipnotica apertura "elettrico-blues",
sfociante conseguentemente in una minacciosa ritmica pseudo-funky
sulla quale irrompe l'inquieto e lancinante cantato di Farner; Into
The Sun si muove sui binari di un heavy-rock-blues sferzante
e contagioso, aperto alle piu' disparate forme improvvisative. Infatti,
nelle esecuzioni live, anziche' esaurirsi in dissolvenza (come nella
versione in studio) si assiste ad una breve pausa, preannunciatrice
del caos che di li' a pochi secondi si impossessera' di un estasiato
ed impaziente pubblico: l'accelerazione e' spaventosa, la fine del
mondo sembra vicina ma loro continuano a "stuprare" le
orecchie di pubblico indifeso; tanto, troppo e' il pathos orgasmico-cacofonico
lanciato dal palco sulla platea, gli accordi non si riconoscono
piu', la musica ridotta al suo stato piu' rozzamente primitivo,
il basso che pulsa come un animale in calore pronto a sodomizzare
la sua femmina, la batteria impertinente, selvaggia e ruggente nell'accezione
piu' estrema del termine.
Da un'immagine simile il lettore non potrebbe ricavare che una sensazione
di incapacita' (da parte dei Grand Funk) di sapersi evolvere o di
proporre originali soluzioni: niente di piu' falso!
A partire dal leggendario On Time (1969) i Grand Funk Railroad
avevano vissuto fasi alterne, sebbene contraddistinte da momenti
di creativita' assoluta. Esemplare fu Survival, quarta opera
in studio (e quinta in generale) da parte del gruppo proveniente
da Flint, Michigan. Il sound globale si rivela piu' maturo ed eclettico
rispetto a quello proposto in altre pietre miliari dell'hard quali
Grand Funk (il celebre "red album") e Closer
to Home (edito nel 1970).
A completare il processo
evolutivo-definitivo della band americana e' proprio Survival.
L'album, uscito nel 1971, presentava al grande pubblico le
capacita' in termini compositivi sempre in crescita di Mark Farner,
l'autore della maggior parte del materiale proposto dai Grand Funk.
Country Road, l'opener, non poteva meglio inaugurare il primo
capolavoro di Farner e Soci: gia' dai primi attacchi ritmici (rozzi
quanto efficaci) si intuisce l'appeal (a tratti irresistibile ed
irrefrenabile) del suddetto LP: voce lancinata e sovracuta, ritmica
pulsante e pedissequamente inquieta nelle sue evoluzioni/accelerazioni,
riff di chitarra sporchi sparati a folle velocita' esecutiva; un
perfetto esemplare di compattezza ritmico-sonora. Segue All You've
Got Is Money, la quale dopo una travolgente apertura di stampo
"funk/blues" si lascia "trasportare" in un ipnotico,
avvolgente, ostentato assolo a cui fanno da contrappunto le urla
"primal-scream" di Farner e Brewer, testimonianza, quest'ultima
del senso di anarchica liberta' intrinseca nella band: a tale ascolto,
il sottoscritto si immagina sperduto in una caverna, circondato
da anarchici uomini primitivi, dediti ai loro sgolati, incomprensibili
canti, supportati fedelmente da animali in calore fra loro e sempre
pronti ad inseguirsi, eroticamente, l'un con l'altro. Suggestivo
e straziante, brivido assoluto che viene tracciato come un solco
sulle nostre schiene.
Comfort Me, la terza traccia, e' una delle migliori composizioni
in assoluto di Farner, un ideale incrocio tra le sonorita' grezze
e taglienti del "sound-Funk" ed una spiccata vena melodica,
arricchita da cambi di tempo sincopati che donano al brano un insolito
pathos ed espressivita' esecutiva: i toni sospesi tra drammatico
e ritrovato senso di liberta' si fondono egregiamente in questa
superba ballata, e ne fanno uno degli highlights di tutto l'album.
Feelin' Alright chiude il lato A; si tratta di una cover,
essendo stata composta dall'ex-Traffic Dave Mason: un rock-blues
impreziosito da una sezione centrale nella quale spicca il talento
di Farner come chitarrista: in questo frangente non e' la potenza
il comune denominatore dei suoi celebri attacchi furiosi alla chitarra,
bensi' il gusto con il quale le note vengono piazzate in tale contesto:
i fraseggi sono avvincenti quanto trascinanti e rendono praticamente
perfetta l'esecuzione strumentale da parte della band, ineditamente
misurata e senza eccessi strumentali a loro congeniali.
Il lato B si apre maestosamente con I Want Freedom: un imperioso
intro di tastiere apre il varco alla devastante batteria di Brewer
sulla quale svettano le voci sdoppiate in controcanto di Farner:
la sua ugola raggiunge vertici stratosferici, lancinante come mai
prima d'ora: un'introduzione dai tratti fortemente emotivi e strazianti:
sembra quasi la voce di Farner sia sul punto di commuoversi e di
"cadere" in un pianto carico di profondo pathos e richiesta
di solenne liberta'. L'accento conferito a "I want freedom"
e' innegabilmente di stampo gospel ed i lancinanti vocalizzi del
chitarrista/cantante rendono in pieno l'emotivita' interpretativa
e l'"evocativita'" di tale traccia.
I can feel him in the morning riprende il tema della "solennita'"
presente in I Want Freedom, solo con toni piu' pacati ma
non meno emozionanti: si tratta di una splendida ballata, con, come
"sottofondo", strazianti acuti da parte di una vocalista
(che si tratti dello stesso Farner?... questo non e' dato saperlo...
a voi la risoluzione dell'enigma...): il testo non tradisce l'epicita'
del brano e lascia intuire le pene sofferte per chissa' quale persona
andata perduta e mai piu' ritrovata. "Leggo" in questa
traccia un messaggio sottilmente etereo e sfuggente, che circonda,
avvolge le note di I can feel him in the morning di una non
ben definita aura mistico-onirica, che impregna la ballatadi profondo
pathos e doloroso ma sostenuto dramma. Infine, una debordante, "spiazzante",
selvaggia rivisitazione del classico "stonesiano" Gimme
Shelter, probabilmente il vero capolavoro di questo storico
caposaldo del primo hard-rock americano. Un torrente di note in
delirio scaraventarsi l'una addosso all'altra, senza il tempo di
poter meditare.
La voce, rabbiosa e vomitata, di Brewer e' perfetta in questo ensemble
di "violenza musicale"; la chitarra di Mark Farner e'
piu' stridente che mai, il basso sorregge e compensa la batteria
creando un wall-of-sound di rara potenza e spietatezza, con
un finale tra i piu' memorabili di tutta la storia del Rock: una
nebulosa sempre sul punto di scoppiare, uno squarcio di magma eruttante
con riffs che si contorcono e basso e batteria completamente impazziti:
gli acuti non sono piu' acuti ma grida schizophreniche inter-sovrapporsi
fra loro, mentre la batteria sembra, solo in apparenza, seguire
un proprio anarchico percorso... L'apocalisse e' prossima a noi,
la rabbia non ancora del tutto sbollita, le nostre menti "contuse",
in ginocchio di fronte al "vulcano sonoro" prodotto dal
trio. Uno dei finali piu' suggestivi, roboanti e cataclismici di
sempre. Raramente in una sola traccia si era udita una sinergia
tecnico-esecutiva cosi' fiammante e fuori da ogni immaginabile schema.
Solo gli Stooges con Fun House vi erano
riusciti, un anno prima.
Survival e' testimonianza della veemenza strumentale di Farner-Brewer-Schacher,
ma anche, allo stesso tempo, di una verve creativa difficilmente
riscontrabile negli album successivi, capace di fondere ballate
con i piu' arcigni, monolitici riffs verso i quali abbiate mai avuto
il coraggio di imbattervi. Parola di.... una mente tellurica.....
©
Alan Tasselli 2002 - per gentile concessione dell'autore
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