Il gladiatore
regia di Ridley Scott,
con Russell Crowe, Joaquin Phoenix, Richard Harris,
Spencer Treat Clark, Derek Jacobi, Oliver Reed, Connie Nielsen; fotografia:John
Mathieson;produzione: USAdistribuzione: UIPanno: 2000
recensione di
Marco Ferrari
Epico, maestoso, dirompente. Un fiume
in piena che, rotti gli argini, trascina via con sè ogni cosa al suo
passaggio ; solo così si può descrivere la potenza dell'impatto
cinematografico de Il Gladiatore
sullo spettatore in sala, che viene letteralmente risucchiato in due ore e
mezza di tumultuoso spettacolo. Ha ragione Tullio Kezich nel dire (Corriere
della Sera, 20 maggio 2000) che il film sarà pure un falso storico,
ma è senz'altro degno del "Ben Hur" di Wyler. L'ultimo film di Ridley
Scott comunque non è e non vuole essere storico: il regista
ha espressamente dichiarato di aver reinterpretato liberamente fatti, personaggi,
usi e costumi. Con buona pace degli storici che devono continuare a concentrare
i loro strali su "Spartacus" di Kubrick, film che - al contrario -
aveva ambizioni di perfetta ricostruzione storica. Non è neppure un
"peplum", in quanto scenografia, costumi e personaggi sono distanti dai film
epici degli anni Sessanta. Non è neppure un "fantasy", poichè
ci vengono risparmiate quell'insopportabile patchwork di creaturine e mostriciattoli
tanto cari al genere. "Il Gladiatore" è - come lo ha giustamente definito
Gianni Canova su Duel n° 80 - "la nuova maschera della fantascienza".
Attraverso un "ysteron proteron" storico-culturale, Scott ridefinisce la fantascienza
attraverso una contaminazione post-moderna della storia. L'impatto visivo
e l'innovazione tematica sono di tale intensità che al regista
si perdonano anche alcuni eccessi nell'uso della computer graphic e dello
slow-motion. Il genio di Ridley Scott ha qui creato un nuovo genere, in cui
assistiamo al connubio degli archetipi dei suoi capolavori (gli anfratti bui,
umidi e sferraglianti di Alien, il cozzare di lame e i duelli de I Duellanti,
il caos universale di Blade Runner) con la fantascienza alla
Mad Max e il filone delle reinterpretazioni dei classici, una per tutte le
rivisitazioni di Shakespeare in chiave post-moderna stile Titus. La storia
per sommi capi narra le disavventure di Massimo (Russell Crowe, molto
bravo, ormai assurto al ruolo di star), valoroso generale al servizio di Marco
Aurelio (Richard Harris) che, dopo la morte dell'imperatore ad opera
del figlio Commodo (sic !) (Joaquim Phoenix), si ritrova con la famiglia
sterminata, prima schiavo e poi gladiatore al servizio del mercante Proximo
(Oliver Reed). Il film è tutto costruito sul meccanismo della
vendetta, cogitata e sviluppata da Massimo lungo tutto il corso della narrazione,
fino al tanto atteso redde rationem finale. Ma il nostro eroe, senza più
affetti su questa terra, anela solo a riabbracciare i propri cari. Fin dall'inizio
egli desidera morire, perchè solo attraverso la morte Massimo potrà
ritrovare la sua famiglia. E il sogno ricorrente della mano che accarezza
il campo di grano - auspicato ritorno a casa del guerriero - richiama la Walkiria
wagneriana. che accompagna nel Walhalla gli eroi morti valorosamente in battaglia,
facendo loro attraversare proprio un campo di grano. Vogliamo ricordare di
seguito tre sequenze del film degne di entrare nell'antologia del cinema di
questo inizio di secolo, per il loro impatto visivo ed emotivo e per la finezza
registica: 1) la battaglia iniziale : una fotografia livida e buia (eccellente
l'operatore John Mathieson) ritrae in una foresta nera il
fronteggiarsi di due schieramenti, antitetici simboli dell'universo : da un
lato l'esercito romano (l'ordine), dall'altro i barbari germanici (il caos).
Scenografia e fotografia richiamano alla mente I Nibelunghi che Fritz Lang
trasse da Wagner. 2) la scena dei giochi nel Colosseo, con Massimo che organizza
gli altri gladiatori in una formazione a testuggine, preparandoli al combattimento
per fronteggiare le sopravvenienti bighe armate. L'orchestrazione degli scontri
รจ magistrale. 3) La sequenza - forse la più sottile di tutte, laddove
si vede la gentilezza del tocco di un grande regista - in cui Massimo, ignorando
l'ordine di Commodo di giustiziare il gladiatore sconfitto, getta a terra
la spada, graziandolo e suscitando il plauso della folla. Due senatori si
scambiano un rapido sguardo: in quello sguardo tra due personaggi di contorno
risiede il punto di svolta dell'excursus narrativo del film. E' il
segnale di inizio del declino carismatico dell'imperatore.
