Francesca
Archibugi, al suo terzo lungometraggio (i precedenti sono Mignon
e' partita e Verso sera), dimostra
di possedere gi una propria personalita' cinematografica, anche se
non ha ancora raggiunto la maturita' registica. Il suo e' uno stile
delicato, intimistico,, basato soprattutto su sensazioni sfumate,
appena accennate; per certi aspetti potrebbe ricordare Rohmer, ma
si distingue dal regista francese perche' evita le trappole del compiacimento.
Questa impostazione intimistica e' pero' anche il limite del film,
laddove alcune situazioni vengono appena abbozzate e lo spettatore
deve fare uno sforzo di intuizione per comprenderle pienamente. Ambientato
nel reparto di neuropsichiatria infantile dell'Ospedale Umberto I°
di Roma (in realta' si tratta di una scuola, ma la differenza dal
punto di vista scenografico è minima), "Il grande cocomero"
- senza avere pretese di denuncia, ma dotato di una grande lucidita'
espositiva - traccia uno spaccato della situazione della sanita' italiana
dove, allo sfascio delle strutture, si riesce a far fronte solo grazie
alla buona volonta' dei singoli.
Sergio Castellitto è molto bravo
e misurato nella parte del neuropsichiatra infantile che trova una
ragione di vita nel recupero di una ragazzina che soffre di attacchi
di epilessia (Alessia Fugardi, anch'essa
molto brava). Va ricordata infine l'eccezionale performance di Laura Betti nella parte della capo-infermiera sull'orlo
di una crisi di nervi, che culmina con il lancio del cane dalla finestra:
una scena da antologia.
©
Marco Ferrari - per gentile concessione dell'autore
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