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IL FUMETTO GIAPPONESE: UN MODELLO POSSIBILE ANCHE IN ITALIA
?
Il
mondo del fumetto giapponese è in crisi. Lo dicono le cifre.
I due settimanali più venduti dell'arcipelago, Magazine
della Kodansha e Jump della Shueisha,
vendono più di quattro milioni di copie a numero.
Il tono dell'affermazione può sembrare ironico, ma
non lo è. Quando Dragon Ball era ancora in corso
di pubblicazione su Jump, la rivista vendeva circa
sette milioni di copie al numero. Se pensiamo a cifre già
note (le 200.000 di X-Men negli USA o le 300.000
copie di Dylan Dog in Italia, alle quali potremmo
aggiungere le 400.000 copie settimanali di Topolino),
un'analisi del fumetto giapponese diventa obbligatoria. Come
abbiamo già detto in un precedente articolo, lo sfruttamento
multimediale applicato ai comics statunitensi non sembra proprio
avere gli effetti sperati. Un esempio indicativo è
dato dal film degli X-Men: come Joe Quesada ha dichiarato
in una intervista a Wizard (apparsa in Italia su Wiz
della Panini Comics), il film non ha fatto guadagnare
lettori alle testate, dato che gli spettatori non hanno ritrovato
nulla di quanto avevano visto nei cinema. Ancora peggio, c'è
stato addirittura un calo di lettori, dovuto al fatto che,
per usare le parole di Quesada, la continuity si è
abbattuta sulle testate con tutto il suo peso. Questa è
l'ennesima dimostrazione (la definitiva? Aspettiamo il sequel
del film per giudicare) che l'impostazione statunitense non
funziona. In Giappone, al contrario, la situazione (anche
in un momento di crisi come l'attuale) è decisamente
più rosea, anche se questo termine non deve far pensare
al Giappone come a un paradiso artistico: si pensi ai ritmi
massacranti a cui sono costretti gli artisti che collaborano
con le riviste settimanali, o dalla scarsa considerazione
in cui sono tenuti gli animatori dai produttori. Se dovessimo
usare un aggettivo pertinente, forse dovremmo usare "razionale".
In Giappone un fumetto nasce dall'ispirazione
estemporanea dell'autore, oltre che dai suggerimenti - più
o meno validi - degli editori (anch'essi più o meno
validi). Il fumetto viene scritto e disegnato dall'inizio
alla fine dal medesimo autore, che lo conduce fino alla sua
naturale conclusione. E' vero che in caso di insuccesso la
sospensione della serie è quasi immediata (alcune testate
adoperano un sistema di selezione durissimo: una votazione
settimanale di lettori per stabilire quale sia il fumetto
più apprezzato) ma questo accadde in qualsiasi altra
parte del mondo. Se il fumetto sopravvive e ha successo, allora
si passa alla produzione di cartoni animati, videogiochi,
merchandising, ecc. ecc. In questo modo gli autori non vedono
svilita la loro creatività, non restando inchiodati per tutta
la vita ad una sola creazione, per quanto interessante possa
essere, i lettori possono affezionarsi ad un personaggio e
seguirne completamente le vicende, e - particolare non trascurabile
- i produttori (assieme a molti autori) fanno soldi a palate.
Si confronti questo metodo di produzione con quello bonelliano:
testate la cui vita si prolunga potenzialmente all'infinito,
fino a che dura il successo di pubblico (e sia chiaro che
anche in Giappone, le serie di successo vengono "prolungate"
finchè l'autore non è nauseato dei suoi personaggi:
Dragon Ball di Toriyama è un esempio;
ma la conclusione, presto o tardi, arriva sempre), anche quando
il personaggio non ha più niente da dire, o, nel caso
sia ancora attuale, non possa reggere la mensilità
d'uscite, per di più con la mostruosa quantità
di pagine tipica dei mensili italiani (siamo il paese che
ha i lettori più esigenti in termini di quantità
del prodotto). Molte testate italiane dovrebbero essere già
sepolte (morte lo sono da tempo), anche se i lettori sembrano
ignorare la puzza di cadavere in putrefazione. Il fumetto
italiano è sicuramente in una condizione migliore di
quello statunitense: alla sindrome dei grandi numeri si ovvia
rendendo autoconclusivi gli albi (ma anche "congelando" i
personaggi che non hanno la minima possibilità di evolversi;
l'unica lodevole eccezione è Martin Mystère), e non
c'è il rischio di demenziali crossover che obbligano
i lettori USA a leggersi una decina di albi per conoscere
la conclusione di una storia. Tuttavia la situazione non sarà
sostenibile a lungo, a causa del grave problema del ricambio
generazionale. I giovani non leggono molti fumetti, ma soprattutto
non leggono fumetti italiani. Le proposte Bonelli degli ultimi
anni sono già "nate vecchie", non hanno portato niente
di nuovo in un panorama stagnante (anche quando sono scritte
ottimamente come nel caso di Dampyr), e, soprattutto,
non hanno attirato nuove fasce di lettori. In Spagna il mercato
nazionale è sparito completamente, soppiantato dalla
produzione giapponese e statunitense. E' vero che conta la
qualità del fumetto e non la sua nazionalità,
ma vedere morire la tradizione del fumetto italiano sarebbe
davvero un peccato irreparabile. Esistono soluzioni possibili?
L'applicazione in toto del metodo giapponese quasi certamente
non è possibile, ma sarebbe auspicabile una produzione
classicamente bonelliana, che preveda un finale delle serie
e, auspicabilmente, un ricambio di personaggi corrispondente
ai mutamenti di gusto generazionali; e in caso di successo
di una serie, si dovrebbe considerare seriamente un suo sfruttamento
multimediale, che si tratti di film dal vivo, di cartoni animati
o di videogiochi. Un altra possibilità potrebbe essere
la produzione di volumi alla fracese, che però dovrebbe
essere subordinato a un potenziamento del sistema distributivo.
L'unico esempio di serio sfruttamento multimendiale visto
in Italia (non legato però strettamente al campo fumettistico)
è quello di Eymerich, di Valerio Evangelisti:
sono in preparazione una serie a fumetti, un cartone animato
per internet e uno per il piccolo schermo, un film e forse
una serie televisiva (a dimostrazione però dello scarso
interesse dei produttori italiani per i nostri autori, fumettisti
o romanzieri che siano, i due progetti dal vivo saranno realizzati
in Francia). Chi deve aprire gli occhi sui possibli guadagni
derivanti dal fumetto sono proprio produttori televisivi e
cinematografici, anche se, in quel caso, bisognerà
lottare contro eventuali ingerenze nella creazione dei fumetti
stessi. Ma questa è una preoccupazione prematura. Al
momento bisogna ancora sperare che qualcuno cominci ad accorgersi
degli ottimi prodotti dei giovani autori italiani (e qui non
facciamo nomi perchè la lista sarebbe davvero troppo
lunga), unica speranza di salvezza per un mercato non ancora
scomparso, ma sicuramente agonizzante.
©
Adriano Barone 2001 - per gentile concessione dell'autore
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