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Gene X - Apocalisse mutante 3 (di 3), Masasumi Kakizaki e Kentaro Fumizuki, Planet Manga, bianco/nero, brossurato con sovraccoperta, 224 pagg., 4,00 euro, edicola e libreria

“Cari bambini di tutto il mondo, in questo libro sono scritte storie molto tristi. Per soddisfare la propria avidità, una creatura vivente chiamata ‘uomo’ ha ucciso le altre creature nate sul suo stesso pianeta. Il nostro racconto parla proprio di questa tragedia”.
La trama è nota: un uomo (solitamente di giovane età, preferibilmente orfano) funge da cavia di avanzati esperimenti scientifici volti a trasformare esseri umani in vere e proprie armi. Ma il protagonista, scoperti i propri poteri e il loro potenziale, si ribella e combatte contro l’organizzazione stessa.
Senza considerare il Wolverine della Marvel, questo plot si è mantenuto pressoché inalterato in diversi blockbuster del fumetto giapponese, a partire da quell’Akira di Katsuhiro Otomo che ha rappresentato la testa di ponte per l’invasione del mercato occidentale da parte dei manga, e proseguendo con vari titoli, tra cui è possibile citare Xenon di Masaomi Kanzaki (e il suo sequel Hagane), Arms di Kyoichi Nanatsuki e Ryoji Minagawa per arrivare a Gene X di Masasumi Kakizaki (da un soggetto di Kentaro Fumizuki).
Sembra diventata quasi una tradizione: nel panorama fumettistico nipponico, periodicamente appare un manga costruito su questo canovaccio, anche se di volta in volta le paure legate alla trasformazione dell’essere umano (considerato alla stregua di una cavia, secondo una sensibilità già propria del cyberpunk) sono legate alle più recenti scoperte in campo scientifico.
Se quindi in Akira avevamo la paura dell’atomica e in Xenon quello della meccanizzazione degli esseri umani, in Arms è la nanotecnologia lo spunto di partenza, mentre in Gene X è l’ingegneria genetica.
Criticare quindi un manga come Gene X per mancanza di originalità sarebbe quindi fin troppo facile, e sinceramente, l’originalità non era probabilmente nemmeno lo scopo dell’autore.
Crediamo anzi che l’atteggiamento da avere nei confronti dei fumetti che si appoggiano a una trama così fortemente stereotipata sia quello di goderne tutte le sfumature che li differenziano dai predecessori.
In Gene X si tratta del riferimento al DNA di animali estinti (che però presto si perde, dato che i poteri di alcuni personaggi sono semplicemente quelli di animali tuttora esistenti): il protagonista Yuji Taniuchi (che ha in sé poteri derivanti da geni di tigre dai denti a sciabola) si ritrova coinvolto in una guerra tra giovani dotati di poteri che li trasformano in ibridi tra uomini e animali, una guerra con un’unica regola: chi vince, assorbe i poteri dello sconfitto, fino a diventare l’essere più potente secondo la regola della sopravvivenza del più forte.
Sorprendente è la fonte di ispirazione del fumetto, il libro Children, No Cry scritto dal ricercatore dell’istituto di medicina militare di Fort Derrick (Maryland) Randolph Ward, libro che voci molto diffuse dichiaravano essere apprezzato da Charles Manson (rinchiuso in prigione all’epoca dell’uscita del libro) e per questo messo al bando in 48 stati americani dopo cinque giorni dalla messa in vendita.
Il finale del terzo volume è aperto e lascia la possibilità di raccontare nuove avventure di Yuji e compagni.
Ma anche se le avventure di questi personaggi non avranno seguito possiamo essere quasi certi che tra qualche anno avremo un altro fumetto che riprenderà lo stesso canovaccio. Con la stessa trama, gli stessi personaggi, e qualche (sempre più) piccola modifica. Un vero e proprio monumento alla fossilizzazione dei gusti di un pubblico che vuole leggere sempre la stessa storia.
Ma in fondo, non era così anche nell’epoca della classicità romana e greca, in cui l’abilità dell’autore veniva giudicata non in base alla storia raccontata (che faceva sempre riferimento a miti già ben noti), ma all’abilità nel variare il modo di raccontarla?
E se consideriamo il mito come “esperienza (o percezione) condivisa”, in fondo, quello della paura della scienza che può trattare l’umanità come semplice soggetto di esperimenti è forse l’unico mito a cui possiamo fare riferimento in questo ventunesimo secolo.

© 2004 Adriano Barone - per gentile concessione dell'autore

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