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THE
STOOGES: FUN HOUSE (Elektra)
1.Down On The Street
2.Loose
3.T.V. Eye
4.Dirt
5.1970
6.Funhouse
7.L.A. Blues
Super70s.com
il mitico Lester Bangs recensisce Fun House su Creem (novembre/dicembre
1970)
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"FUN HOUSE" - THE STOOGES: Quando il Rock osava giungere
ai confini della realta'
Un lungo, fastidioso, ficcante sibilo alla fine. Il rantolio, quasi
soffocato, di un cantante "non-cantante".
Elettroencefalogramma piatto. Il disco è finito, ed il Profeta
del Nulla abbandona la sala di registrazione per dissociarsi, una
volta di più, da un Mondo, da un contesto che non lo puo'
capire. Per ritornare, il minuto successivo, dalla sua, certamente
unica, sua amica: una malsana, incontrollata e sfuggente pazzia,
di cui lui ne è l'infallibile esecutore, il "killer"
sempre pronto, all'erta in un angolo troppo buio e troppo deserto,
troppo sinistro per essere battuto da normali terrestri. Cosi' io
ho interpretato il finale di FUN HOUSE, che il sottoscritto
non esita a definire una delle produzioni piu' scioccanti avvenute
nella Storia del Rock. Ed è proprio lui, IL PROFETA DEL NULLA,
PROFETA DI UNA REALTA' DISTORTA dall'uso massiccio di droghe, allucinogeni
(e chissa' quant'altro ancora) che faranno di Iggy l'Iguana
Pop, il primo vero legittimo precursore di un rock nichilista
ed inneggiante all'autodistruzione, simbolo di un'anarchia musicale
ed ideologica assurdamente in anticipo sui tempi, e per questo terribilmente
anacronistica ed incomprensibile, all'epoca. Siamo nel 1970,
e gli Stooges si sono formati da poco piu' di un anno. Hanno alle
loro spalle il loro disco d'esordio The Stooges, che gia'
focalizza egregiamente il folle status di anarchia e di stralunata
schizophrenia di Iggy e Company. Brani "scomodi" come
No Fun o I Wanna Be Your Dog rivelano le inarrivabili
doti di nichilista auto-distruttivo dell'iguana Pop, il quale, per
sua stessa ammissione, si ispira molto eloquentemente ad un altro
grande Principe della Trasgressivita' di quel periodo, il
mito per antonomasia del Rock Maledetto, Jim Morrison,
il quale, durante un concerto affascina talmente Pop da mandarlo
in delirio, al punto tale da fargli prendere una drastica quanto
inconvertibile decisione che gli cambierà la vita per sempre:
Iggy vuole emulare il suo eroe dionisiaco, ed anch'egli si cimenterà
nella figura di performer oltraggioso.
Il disco, però, non ottiene alcun gradimento da parte di
un pubblico forse troppo intento a combattere con slogan pacifisti
la guerra nel Vietnam, un pubblico ingenuamente ignaro di cio' che
accade nei bassifondi cittadini, un degrado urbano che le canzoni
dell'epoca certo non ritraggono, a favore di temi più accomodanti
e meno azzardati. In poche succinte parole gli Stooges, ed in particolare
Pop, diverranno le icone post-summer-of-love di un movimento celebrante
il degrado morale e psichico della razza umana, auto-erigendosi
come "borderliners" di una Società votata al consumismo
e all'estremo culto del benessere. Giunge il 1970 e tutti questi
temi sono egregiamente esposti in Fun House, opera seconda
del gruppo, il quale osera' ancor di piu' nell'alzare il tiro di
una pazzia musicale che proprio nei solchi del sopra-citato LP tocchera'
vertici impensabili per l'epoca. Le prime tre tracce non sono altro
che un antipasto, un timido assaggio del delitto "sonoro-psichico"
che si materializzera' nella seconda parte dell'album. Dirt,
in un certo senso, anticipa le atmosfere ai confini della realta'
del Lato B e, a mio modesto parere. tale brano rappresenterebbe
il vertice artistico dell'LP, un blues distorto ed assolutamente
colmo di magnetismo, con la voce di Iggy finalmente degna protagonista,
abilmente coadiuvata dal disordinato ma efficacissimo chitarrismo
di Ron Asheton, forse uno dei chitarristi più sottovalutati
della storia del Rock (si tratta dopo tutto, del PRIMO VERO CHITARRISTA
PRECURSORE DEL PUNK MODERNO, mica poco, eh!). Dirt termina con un
senso di vuoto e di attesa che sfocerà bestialmente nella
già citata seconda parte di Fun House. Un attacco sinistro
e minaccioso di chitarra scandisce l'inizio di 1970, primo
vero assalto alle coronarie di un ascoltatore che fra pochi minuti
verra' indelebilmente "stuprato" dalincredibile, inaudita
miscela di rabbia, persecuzione, rantolii e istinto animale che
pervade tutta l'opera e che conferisce ad essa un senso di smarrimento
totale, sorta di stordimento dei propri sensi, forse in spasmodica
attesa di un "omicidio sonoro" che resterà negli
annali come una delle più audaci proposte musicali mai udite.
Stiamo scorrendo, già ammaliati, inchiodati alla poltrona,
il caotico, peccaminosissimo finale stile "primal -scream"
di 1970, nel quale Iggy, finalmente, acquista in maniera definitiva
il titolo, ultra-legittimo, di "performer ai confini della
realta'". Siamo in prossimita' di un'Apocalisse musicale, e
le grida scorticatissime e abrasive di POP danno la sensazione di
trovarci all'interno di un incubo dal quale sembra impossibile svegliarsi.
E' il trionfo della voce (quasi) hard-core di Iggy, genialmente
accompagnata da un disconnesso, stralunatissimo sax, in quest'occasione
suonato da un formidabile Steven McKay, il quale conferisce
un senso di vuoto infinito unita ad una disperazione senza fine.
I Feel Alright ripete ostentando sempre piu' le sue scartavetrate
corde vocali Pop, quasi a segnare un destino gia' segnato ed al
quale non ci si puo' sottrarre minimamente. A suo modo, decadente.
Esaurito il "calderone-erotico-sadomaso" di una tremenda
1970, segue il brano successivo, la title track, l'ideale proseguimento
di 1970, quasi come se si trattasse di un corpo, di un'entita' a
se stante e persa nella sua aurea di eterna infelicita' e rabbia
metropolitana. In questo frangente il sax di McKay è magistrale
e"ingrassa" egregiamente l'atmosfera ai confini della
realtà, una realtà oramai non più reale ma
bensì una "non-realtà". E' un festival di
macabre, ultradistorte e selvaggie sonorita', un melting-pot "grandguignolesco"
che spazza via ogni luogo comune e pone come baricentro il grido,
malato e drogato, solitario dell'Iguana. Chitarra, sax, voce ed
una secca, secchissima batteria sembrano seguire percorsi autonomi
sebbene in realtà tutto venga miracolosamente tenuto in bilico
da una strettissima fibra che rimarrà intatta fino alla fine
del disco. E' un party inneggiante al lato oscuro di una Società
di un paese eccessivamente benpensante, del quale gli Stooges sono
gli infallibili, spietati alfieri. Poi viene il finale. Chiunque
sia affetto da problemi alle coronarie o non riesca a concepire
un marasma di follia ed autodistruzione simile, per favore, si faccia
da parte e lasci sgorgare l'infinita ed indescrivibile rabbia di
questi quattro giovanotti di Detroit. L.A. Blues non è
affatto un blues ma un inverosimile e indigeribile accozzaglia di
"primal-screams", chitarre ultra-sature, anarchica batteria
e sax in bilico tra inconcepibili strilli e stonature volute e momenti
di brevissima lucidita', "toppate" da un Iggy Pop elevato
all'ennesima potenza (immaginate voi cosa voglia dire, dopo esservi
assorbiti le ultime due tracce...), incurante dell'assurda anti-commercialità
di un solco simile: una celebrazione del rumore più primitivo,
iconoclasta, anarchico, spostato e nichilista che si possa immaginare
(se sapete immaginare!...). La fine, ora: quel sibilo, insolente
ed infausto, e la voce di Iggy Pop esausta e rantolante, ad annunciare
l'epilogo di una vicenda che non ha eguali nella quarantennale storia
del Rock. Molti "punk-heroes" o presunti tali dovrebbero
pensare una decina di volte prima di affermare di aver inventato
qualcosa, e, casomai avreste dei forti dubbi, andate a ritroso,
MOLTO a ritroso, correte verso il 1970 e cercate di rendervi conto
che cosa quest'uomo, Iggy l'Iguana, sia riuscito a costruire in
un'era fin troppo proibita e perbenista, assai pericolosa per chi
volesse spingersi oltre il consentito. Quando si dice "un artista
anticonformista"...
Non uscirete "vivi" da questo disco....
©
Alan Tasselli 2002 - per gentile concessione dell'autore
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