IL PRIMO DISCO NON SI SCORDA MAI/5: "FUN
HOUSE" - THE STOOGES: Quando il Rock osava giungere ai confini della
realta'
Un lungo, fastidioso, ficcante sibilo alla fine. Il rantolio, quasi soffocato,
di un cantante "non-cantante".
Elettroencefalogramma piatto. Il disco è finito, ed il Profeta del
Nulla abbandona la sala di registrazione per dissociarsi, una volta di più,
da un Mondo, da un contesto che non lo puo' capire. Per ritornare, il minuto
successivo, dalla sua, certamente unica, sua amica: una malsana, incontrollata
e sfuggente pazzia, di cui lui ne è l'infallibile esecutore, il "killer"
sempre pronto, all'erta in un angolo troppo buio e troppo deserto, troppo
sinistro per essere battuto da normali terrestri. Cosi' io ho interpretato
il finale di Fun House, che il sottoscritto
non esita a definire una delle produzioni piu' scioccanti avvenute nella Storia
del Rock. Ed è proprio lui, IL PROFETA DEL NULLA, PROFETA DI UNA REALTA'
DISTORTA dall'uso massiccio di droghe, allucinogeni (e chissa' quant'altro
ancora) che faranno di Iggy l'Iguana Pop, il primo vero
legittimo precursore di un rock nichilista ed inneggiante all'autodistruzione,
simbolo di un'anarchia musicale ed ideologica assurdamente in anticipo sui
tempi, e per questo terribilmente anacronistica ed incomprensibile, all'epoca.
Siamo nel 1970, e gli Stooges si sono formati da poco piu' di un anno.
Hanno alle loro spalle il loro disco d'esordio The Stooges, che gia'
focalizza egregiamente il folle status di anarchia e di stralunata schizophrenia
di Iggy e Company. Brani "scomodi" come No Fun o I Wanna
Be Your Dog rivelano le inarrivabili doti di nichilista auto-distruttivo
dell'iguana Pop, il quale, per sua stessa ammissione, si ispira molto eloquentemente
ad un altro grande Principe della Trasgressivita' di quel periodo,
il mito per antonomasia del Rock Maledetto, Jim Morrison, il
quale, durante un concerto affascina talmente Pop da mandarlo in delirio,
al punto tale da fargli prendere una drastica quanto inconvertibile decisione
che gli cambierà la vita per sempre: Iggy vuole emulare il suo eroe
dionisiaco, ed anch'egli si cimenterà nella figura di performer oltraggioso.
Il disco, però, non ottiene alcun gradimento da parte di un pubblico
forse troppo intento a combattere con slogan pacifisti la guerra nel Vietnam,
un pubblico ingenuamente ignaro di cio' che accade nei bassifondi cittadini,
un degrado urbano che le canzoni dell'epoca certo non ritraggono, a favore
di temi più accomodanti
e meno azzardati. In poche succinte parole gli Stooges, ed in particolare
Pop, diverranno le icone post-summer-of-love di un movimento celebrante il
degrado morale e psichico della razza umana, auto-erigendosi come "borderliners"
di una Società votata al consumismo e all'estremo culto del benessere.
Giunge il 1970 e tutti questi temi sono egregiamente esposti in Fun House,
opera seconda del gruppo, il quale osera' ancor di piu' nell'alzare il tiro
di una pazzia musicale che proprio nei solchi del sopra-citato LP tocchera'
vertici impensabili per l'epoca. Le prime tre tracce non sono altro che un
antipasto, un timido assaggio del delitto "sonoro-psichico" che
si materializzera' nella seconda parte dell'album. Dirt, in un certo
senso, anticipa le atmosfere ai confini della realta' del Lato B e, a mio
modesto parere. tale brano rappresenterebbe il vertice artistico dell'LP,
un blues distorto ed assolutamente colmo di magnetismo, con la voce di Iggy
finalmente degna protagonista, abilmente coadiuvata dal disordinato ma efficacissimo
chitarrismo di Ron Asheton, forse uno dei chitarristi più sottovalutati
della storia del Rock (si tratta dopo tutto, del PRIMO VERO CHITARRISTA PRECURSORE
DEL PUNK MODERNO, mica poco, eh!). Dirt termina con un senso di vuoto e di
attesa che sfocerà bestialmente nella già citata seconda parte
di Fun House. Un attacco sinistro e minaccioso di chitarra
scandisce l'inizio di 1970, primo vero assalto alle coronarie di un
ascoltatore che fra pochi minuti verra' indelebilmente "stuprato"
dalincredibile, inaudita miscela di rabbia, persecuzione, rantolii e istinto
animale che pervade tutta l'opera e che conferisce ad essa un senso di smarrimento
totale, sorta di stordimento dei propri sensi, forse in spasmodica attesa
di un "omicidio sonoro" che resterà negli annali come una
delle più audaci proposte musicali mai udite. Stiamo scorrendo, già
ammaliati, inchiodati alla poltrona, il caotico, peccaminosissimo finale stile
"primal -scream" di 1970, nel quale Iggy, finalmente, acquista in
maniera definitiva il titolo, ultra-legittimo, di "performer ai confini
della realta'". Siamo in prossimita' di un'Apocalisse musicale, e le
grida scorticatissime e abrasive di POP danno la sensazione di trovarci all'interno
di un incubo dal quale sembra impossibile svegliarsi.
E' il trionfo della voce (quasi) hard-core di Iggy, genialmente accompagnata
da un disconnesso, stralunatissimo sax, in quest'occasione suonato da un formidabile
Steven McKay, il quale conferisce un senso di vuoto infinito unita ad
una disperazione senza fine. I Feel Alright ripete ostentando sempre
piu' le sue scartavetrate corde vocali Pop, quasi a segnare un destino gia'
segnato ed al quale non ci si puo' sottrarre minimamente. A suo modo, decadente.
Esaurito il "calderone-erotico-sadomaso" di una tremenda 1970, segue
il brano successivo, la title track, l'ideale proseguimento di 1970, quasi
come se si trattasse di un corpo, di un'entita' a se stante e persa nella
sua aurea di eterna infelicita' e rabbia metropolitana. In questo frangente
il sax di McKay è magistrale e"ingrassa" egregiamente l'atmosfera
ai confini della realtà, una realtà oramai non più reale
ma bensì una "non-realtà". E' un festival di macabre,
ultradistorte e selvaggie sonorita', un melting-pot "grandguignolesco"
che spazza via ogni luogo comune e pone come baricentro il grido, malato e
drogato, solitario dell'Iguana. Chitarra, sax, voce ed una secca, secchissima
batteria sembrano seguire percorsi autonomi sebbene in realtà tutto
venga miracolosamente tenuto in bilico da una strettissima fibra che rimarrà
intatta fino alla fine del disco. E' un party inneggiante al lato oscuro di
una Società di un paese eccessivamente benpensante, del quale gli Stooges
sono gli infallibili, spietati alfieri. Poi viene il finale. Chiunque sia
affetto da problemi alle coronarie o non riesca a concepire un marasma di
follia ed autodistruzione simile, per favore, si faccia da parte e lasci sgorgare
l'infinita ed indescrivibile rabbia di questi quattro giovanotti di Detroit.
L.A. Blues non è affatto un blues ma un inverosimile e indigeribile
accozzaglia di "primal-screams", chitarre ultra-sature, anarchica
batteria e sax in bilico tra inconcepibili strilli e stonature volute e momenti
di brevissima lucidita', "toppate" da un Iggy Pop elevato all'ennesima
potenza (immaginate voi cosa voglia dire, dopo esservi assorbiti le ultime
due tracce...), incurante dell'assurda anti-commercialità di un solco
simile: una celebrazione del rumore più primitivo, iconoclasta, anarchico,
spostato e nichilista che si possa immaginare (se sapete immaginare!...).
La fine, ora: quel sibilo, insolente ed infausto, e la voce di Iggy Pop esausta
e rantolante, ad annunciare l'epilogo di una vicenda che non ha eguali nella
quarantennale storia del Rock. Molti "punk-heroes" o presunti tali
dovrebbero pensare una decina di volte prima di affermare di aver inventato
qualcosa, e, casomai avreste dei forti dubbi, andate a ritroso, MOLTO a ritroso,
correte verso il 1970 e cercate di rendervi conto che cosa quest'uomo, Iggy
l'Iguana, sia riuscito a costruire in un'era fin troppo proibita e perbenista,
assai pericolosa per chi volesse spingersi oltre il consentito. Quando si
dice "un artista anticonformista"...
Non uscirete "vivi" da questo disco....
© Alan Tasselli 2002 - per gentile concessione dell'autore
