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CUSTODIRE LA MEMORIA: RILEGGERE MAUS
DI ART SPIEGELMAN, di Stefano Gorla
"Questa è una storia semplice ma raccontarla non
è facile". Inizia così il controverso e
premiato film di Benigni La vita è bella, ponendo
un indice per leggere la complessa questione della Shoà
e della sua rappresentazione. Un indice discutibile diciamolo
subito, senza imbarazzo: parlare di Shoà - termine
preferibile a Olocausto - è non solo complesso ma soprattutto
arduo e gravoso. Si passa dalle domande: "Come parlare
di Dio dopo Auschwitz?", alle affermazioni apodittiche
come quelle di Adorno: "scrivere poesia dopo Auschwitz
è una barbarie!". Spiegelman con la sua
opera sembra fornire risposte e incrinare certezze.
Mio padre sanguina storia
Allinterno della complessa vicenda della rappresentazione
della Shoà si pone il lavoro di Art Spiegelman,
fumettista e grafico di razza, nato fra le pagine dellunderground
americano. Tra il 1980 e il 1985 su Raw, rivista sperimentale
di co-mix fondata dallo stesso Spiegelman, pubblicò
Maus, storia di un sopravvissuto. In Italia la sua
opera apparve prima sulle pagine dellAlmanacco di Alter
Alter, per approdare poi sulle pagine di Linus
ed essere definitivamente consacrato in volume per i tipi
della Milano Libri e della Rizzoli. Con il Natale 2000, Maus
è tornato in libreria nella scoppiettante collana Stile
Libero dellEinaudi.
Maus è un ottimo romanzo a fumetti, molto citato
e poco letto, dove Art Spiegelman si cimenta nella difficile
opera di custodire la memoria e, secondo la secolare tradizione
ebraica, di custodirla attraverso la narrazione.
"Mio padre sanguina storia" ripete Art Spiegelman
con un tratto incisivo e un testo che scava nel ventre molle
della storia. Storia dellumanità e storia delle
proprie radici.
Il padre di Art si chiama Vladek, ed è un ebreo polacco
sopravvissuto alla Shoà. Ad Auschwitz gli hanno tatuato
un numero sul braccio, il 175113. La somma dei numeri è
18, il numero ebraico della vita. Vladek è uscito vivo
da quellenorme cesura nella storia che è stata
la Shoà. È un sopravvissuto e vive pervicacemente
attaccato al suo passato e alle nevrosi del presente. Cocciuto,
a volte meschino, avaro, a tratti paranoico.
Un messaggio duro quello di Spiegelman, anche nella descrizione
del padre: la sofferenza non nobilita la vittima, non cè
nessuna prospettiva di redenzione; la sofferenza mortifica,
abbruttisce, non permette di apprendere, di imparare dalla
vita. Ed ecco Vladek che esprime il suo irrazionale razzismo
nei confronti dei neri o che viene accusato da Art di essere
un "assassino della memoria" quando scopre che Vladek
ha bruciato i diari della madre, anchella sopravvissuta
alla Shoà, ma morta suicida dopo una forte depressione.
Unopera in bilico tra lautobiografia e la saga
famigliare, dove passato e presente sincontrano nel
racconto del padre al figlio e nelle domande del figlio al
padre. Una narrazione grave, per niente condiscendente. Una
sorta di articolata intervista dove nulla è velato.
Un lavoro che nasce dal coinvolgimento personale dellautore,
dalla dialettica tra universale e particolare inserita in
un gioco di metafore e rimandi, dove gli ebrei sono raffigurati
come topi, i tedeschi come gatti, i polacchi come maiali,
gli americani come cani e gli svedesi come cervi. Spiegelman
basa la sua opera sulla convinzione che "noi tutti pensiamo
a fumetti". "Il fumetto è molto denso"
dice Spiegelman "trasmette informazioni ad alta concentrazione
con pochi dialoghi e una serie di disegni simili a una sorta
di codice. In questo senso esemplifica alla perfezione il
modo in cui il cervello forma i pensieri e conserva i ricordi.
Noi tutti pensiamo a fumetti. I fumetti hanno dimostrato più
di una volta di essere lo strumento perfetto per raccontare
avventure ricche dazione o storie divertenti, ma la
scala ridotta delle immagini e il carattere diretto - che
lo avvicina quasi alla scrittura a mano - attribuiscono a
questo linguaggio una sorta di intimità che lo rende
sorprendentemente adatto allautobiografia".
Provocazione morale
Se luso della metafora serve ad avvicinarsi al reale
e a descrive lindescrivibile, Spiegelman nulla concede
alla caricatura, allumorismo o peggio allironia.
I suoi disegni antropomorfi niente hanno a che fare con lestetica
disneyana, non sono caricatura e non sembrano neanche sconfinare
nellambito della satira. Il suo bianco e nero essenziale,
le sue vignette claustrofobiche, i suoi personaggi che richiamano
alla memoria
Esopo e Fedro sono linguaggio lucido, dove predomina la caratterizzazione
morale appena venata di provocazione. Spiegelman si spinge
sul campo del linguaggio non usuale per la narrazione storica
ma usuale per la narrazione del fumetto umoristico e in questa
ricostruzione semantica cerca la strada per il significato
di ciò che sembra non averne: la Shoà stessa.
Nella seconda parte del volume (in origine in Maus II)
è riportata una frase tratta da un articolo di giornale
tedesco della metà degli anni Trenta: "Mickey
Mouse è il più miserevole ideale mai esistito
i
sentimenti salutari dicono ad ogni giovane indipendente e
ogni persona dignitosa che il parassita sporco e immondo,
il maggior portatore di batteri del regno animale, non può
essere il tipo ideale di animale
basta con la brutalizzazione
giudaica della gente! Abbasso Mickey Mouse!". Assieme
alle affermazioni di Hitler, che nel suo Mein Kampf, non esita
a definire, con sommo disprezzo, gli ebrei come topi di fogna,
laffermazione succitata fornisce a Spiegelman la graffiante
base per il suo lavoro. Ma cè di più.
Il topo è forse lanimale che si presta meglio
a racchiudere in sé una polifonia di significati. I
topi con la loro esistenza massificata rendono più
difficile sottolineare lindividualità, operazione
continuamente tentata dalla fantasia; sono forse latto
di denuncia più forte contro linumanità
della serializzazione del nemico che non merita neppure lo
status duomo. Ma forse ciò rende sopportabile
lo sterminio sistematico, pianificato, puntiglioso di milioni
di storie individuali, di vite composte da quotidianità,
relazioni, piccole e umanissime vicende.
Cè una forza iconoclasta nel segno di Spiegelman.
Una lotta tra il bisogno di narrare, di capire e limpossibilità,
lincapacità del dire. Una lotta che lo stesso
Spiegelman non nasconde al lettore. Nel volume, in una manciata
di vignette, Art dice alla moglie: "Insomma, non riesco
neppure a dare un senso al rapporto con mio padre
come
posso dare un senso compiuto ad Auschwitz?". Eppure in
questa epica famigliare, Spiegelman da ebreo cosmopolita,
riesce a coniugare mirabilmente il precetto: "ne parlerai"
e lo fa attraverso "una visione etica che si fa sostanza
grafica", come nota argutamente Moni Ovadia.
Maus è un lavoro che ha ricevuto una speciale
menzione del premio Pulitzer e che Spiegelman difende con
tenacia dal merchandising dellorrore. È
una difesa che savvicina alla resistenza spirituale
e culturale. È lo scrutare nellevento-limite
per alimentare la memoria nella consapevolezza dellinsufficienza
del linguaggio e, forse, della ragione. È il bisogno
di continuare a dire e dare una visione del mondo. In Spiegelman
questa visone coincide drammaticamente con la ricerca delle
proprie radici.
Un classico da leggere, una splendida testimonianza della
letteratura a fumetti.
©
2005 Stefano Gorla - per gentile concessione dell'autore
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