navigazione
drive home page

fumetti
Home

recensioni

speciali

news
eventi

sezioni

rock'n'roll noir
rock and horror encyclopedia
borderline
all that jazz


categorie

musica

cinema

libri

fumetti

database
libri sulle arti


contatti

 

drive magazine ©
Stefano Marzorati 2010

 

  Counter

2002

CUSTODIRE LA MEMORIA: RILEGGERE MAUS DI ART SPIEGELMAN
di Stefano Gorla

"Questa è una storia semplice ma raccontarla non è facile". Inizia così il controverso e premiato film di Benigni La vita è bella, ponendo un indice per leggere la complessa questione della Shoà e della sua rappresentazione. Un indice discutibile diciamolo subito, senza imbarazzo: parlare di Shoà - termine preferibile a Olocausto - è non solo complesso ma soprattutto arduo e gravoso. Si passa dalle domande: "Come parlare di Dio dopo Auschwitz?", alle affermazioni apodittiche come quelle di Adorno: "scrivere poesia dopo Auschwitz è una barbarie!". Spiegelman con la sua opera sembra fornire risposte e incrinare certezze.

Mio padre sanguina storia

All’interno della complessa vicenda della rappresentazione della Shoà si pone il lavoro di Art Spiegelman, fumettista e grafico di razza, nato fra le pagine dell’underground americano. Tra il 1980 e il 1985 su Raw, rivista sperimentale di “co-mix” fondata dallo stesso Spiegelman, pubblicò Maus, storia di un sopravvissuto. In Italia la sua opera apparve prima sulle pagine dell’Almanacco di Alter Alter, per approdare poi sulle pagine di Linus ed essere definitivamente consacrato in volume per i tipi della Milano Libri e della Rizzoli. Con il Natale 2000, Maus è tornato in libreria nella scoppiettante collana Stile Libero dell’Einaudi.
Maus è un ottimo romanzo a fumetti, molto citato e poco letto, dove Art Spiegelman si cimenta nella difficile opera di custodire la memoria e, secondo la secolare tradizione ebraica, di custodirla attraverso la narrazione.
"Mio padre sanguina storia" ripete Art Spiegelman con un tratto incisivo e un testo che scava nel ventre molle della storia. Storia dell’umanità e storia delle proprie radici.
Il padre di Art si chiama Vladek, ed è un ebreo polacco sopravvissuto alla Shoà. Ad Auschwitz gli hanno tatuato un numero sul braccio, il 175113. La somma dei numeri è 18, il numero ebraico della vita. Vladek è uscito vivo da quell’enorme cesura nella storia che è stata la Shoà. È un sopravvissuto e vive pervicacemente attaccato al suo passato e alle nevrosi del presente. Cocciuto, a volte meschino, avaro, a tratti paranoico.
Un messaggio duro quello di Spiegelman, anche nella descrizione del padre: la sofferenza non nobilita la vittima, non c’è nessuna prospettiva di redenzione; la sofferenza mortifica, abbruttisce, non permette di apprendere, di imparare dalla vita. Ed ecco Vladek che esprime il suo irrazionale razzismo nei confronti dei neri o che viene accusato da Art di essere un "assassino della memoria" quando scopre che Vladek ha bruciato i diari della madre, anch’ella sopravvissuta alla Shoà, ma morta suicida dopo una forte depressione.
Un’opera in bilico tra l’autobiografia e la saga famigliare, dove passato e presente s’incontrano nel racconto del padre al figlio e nelle domande del figlio al padre. Una narrazione grave, per niente condiscendente. Una sorta di articolata intervista dove nulla è velato. Un lavoro che nasce dal coinvolgimento personale dell’autore, dalla dialettica tra universale e particolare inserita in un gioco di metafore e rimandi, dove gli ebrei sono raffigurati come topi, i tedeschi come gatti, i polacchi come maiali, gli americani come cani e gli svedesi come cervi. Spiegelman basa la sua opera sulla convinzione che "noi tutti pensiamo a fumetti". "Il fumetto è molto “denso”" dice Spiegelman "trasmette informazioni ad alta concentrazione con pochi dialoghi e una serie di disegni simili a una sorta di codice. In questo senso esemplifica alla perfezione il modo in cui il cervello forma i pensieri e conserva i ricordi. Noi tutti pensiamo a fumetti. I fumetti hanno dimostrato più di una volta di essere lo strumento perfetto per raccontare avventure ricche d’azione o storie divertenti, ma la scala ridotta delle immagini e il carattere diretto - che lo avvicina quasi alla scrittura a mano - attribuiscono a questo linguaggio una sorta di intimità che lo rende sorprendentemente adatto all’autobiografia".

Provocazione morale

Se l’uso della metafora serve ad avvicinarsi al reale e a descrive l’indescrivibile, Spiegelman nulla concede alla caricatura, all’umorismo o peggio all’ironia. I suoi disegni antropomorfi niente hanno a che fare con l’estetica disneyana, non sono caricatura e non sembrano neanche sconfinare nell’ambito della satira. Il suo bianco e nero essenziale, le sue vignette claustrofobiche, i suoi personaggi che richiamano alla memoria Esopo e Fedro sono linguaggio lucido, dove predomina la caratterizzazione morale appena venata di provocazione. Spiegelman si spinge sul campo del linguaggio non usuale per la narrazione storica ma usuale per la narrazione del fumetto umoristico e in questa ricostruzione semantica cerca la strada per il significato di ciò che sembra non averne: la Shoà stessa.
Nella seconda parte del volume (in origine in Maus II) è riportata una frase tratta da un articolo di giornale tedesco della metà degli anni Trenta: "Mickey Mouse è il più miserevole ideale mai esistito…i sentimenti salutari dicono ad ogni giovane indipendente e ogni persona dignitosa che il parassita sporco e immondo, il maggior portatore di batteri del regno animale, non può essere il tipo ideale di animale…basta con la brutalizzazione giudaica della gente! Abbasso Mickey Mouse!". Assieme alle affermazioni di Hitler, che nel suo Mein Kampf, non esita a definire, con sommo disprezzo, gli ebrei come topi di fogna, l’affermazione succitata fornisce a Spiegelman la graffiante base per il suo lavoro. Ma c’è di più. Il topo è forse l’animale che si presta meglio a racchiudere in sé una polifonia di significati. I topi con la loro esistenza massificata rendono più difficile sottolineare l’individualità, operazione continuamente tentata dalla fantasia; sono forse l’atto di denuncia più forte contro l’inumanità della serializzazione del nemico che non merita neppure lo status d’uomo. Ma forse ciò rende sopportabile lo sterminio sistematico, pianificato, puntiglioso di milioni di storie individuali, di vite composte da quotidianità, relazioni, piccole e umanissime vicende.
C’è una forza iconoclasta nel segno di Spiegelman. Una lotta tra il bisogno di narrare, di capire e l’impossibilità, l’incapacità del dire. Una lotta che lo stesso Spiegelman non nasconde al lettore. Nel volume, in una manciata di vignette, Art dice alla moglie: "Insomma, non riesco neppure a dare un senso al rapporto con mio padre…come posso dare un senso compiuto ad Auschwitz?". Eppure in questa epica famigliare, Spiegelman da ebreo cosmopolita, riesce a coniugare mirabilmente il precetto: "ne parlerai" e lo fa attraverso "una visione etica che si fa sostanza grafica", come nota argutamente Moni Ovadia.
Maus è un lavoro che ha ricevuto una speciale menzione del premio Pulitzer e che Spiegelman difende con tenacia dal merchandising dell’orrore. È una difesa che s’avvicina alla resistenza spirituale e culturale. È lo scrutare nell’evento-limite per alimentare la memoria nella consapevolezza dell’insufficienza del linguaggio e, forse, della ragione. È il bisogno di continuare a dire e dare una visione del mondo. In Spiegelman questa visone coincide drammaticamente con la ricerca delle proprie radici.
Un classico da leggere, una splendida testimonianza della letteratura a fumetti.