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© Stefano Marzorati 2010

 


ottobre 2003
recensioni di Stefano Gorla

Franco Matticchio. Poche Storie. Nuvolari n. 4. La Vita Felice. 17x24, bianco e nero, brossurato, 128 pagine, euro 8,00. In libreria e in fumetteria.

Lo sguardo, l’atto e l’inganno del vedere, il bulbo oculare in libera uscita sono la traccia delle storie di Matticchio, segno della sua poetica. Ne succedono di tutti colori nelle avventure in bianco e nero tratteggiate da Matticchio. C’è un universo stralunato e poetico che vive nella sua boccetta d’inchiostro e che, di tanto in tanto, esce senza chiedere permesso e, complice il pennino, si riversa sulla carta. Vignette danzanti che sono un lucido sguardo obliquo sulla realtà, un pensiero laterale che diviene prospettiva: un nuovo modo di leggere il mondo ordinandolo in storie, un modo di scoprire l’ordine delle storie racchiuse nella quotidianità. Poche storie come suggerisce il titolo. Un titolo in contrasto con il contenuto del volume che di storie ne contiene molte ma forse non quante avrebbe voluto il suo autore. Storie brevi, a volte brevissime dove tornano personaggi del fantasmagorico mondo di Matticchio: il noto gatto Jones che come da copione "ha un occhio solo ma vede doppio", il monocolo e inquietante signor Chi, l’occhialuto Stanislao Toth. Tutti personaggi che richiamano l’atto del vedere, piega e traccia di una poetica matticchiana che, attraverso il suo pennino, insegue l’universo della possibilità, dove esistono deroghe alla ferrea logica della causalità e dove ci si muove tra libere associazioni in grado di produrre senso e trasfigurarsi in poesia.
Storie che cercano il confronto con la realtà portandolo a livello di paradosso, di scontro in un processo che ci disvela uno sguardo nuovo sulle piccole emozioni della vita.
Il volume, editato da una piccola casa editrice milanese nella sua collana Nuvolari, dove appaiono fra l’altro Alberto Rebori e Danilo Maramotti, raccoglie 33 brevi storie, confezionate con la consueta cura da parte di Franco Matticchio, raffinato illustratore che dopo aver esordito sulla terza pagina del Corriere della Sera ha presentato le sue storie su Linus. È apparso sulle pagine di King, Linea d’ombra, Salve, Moda e nel 1999, un suo acquerello è stato scelto come copertina per il New Yorker. Per la casa editrice Garzanti realizza e ha realizzato copertine (ricordiamo almeno la sua copertina per Eros e Priapo di Carlo Emilio Gadda). Attualmente collabora come illustratore con L’Internazionale, L’Indice, Flair, Vivimilano e, sempre nel 2003, ha pubblicato per Nuages una raccolta di nudi femminili. L’unico neo di tutta la compilazione è la copertina, incomprensibilmente brutta.

INGUINE MAH!GAZINE. Coniglio editore. n.1, 21x25, bianco e nero, spillato, 48 pagine, euro 5,00, in fumetteria.

Dal web alla carta arriva Inguine Mah!gazine la rivista figliata da www.inguine.net, sito animato dal versatile Gianluca Costantini, ora direttore artistico della neonata rivista. Nell’editoriale del primo numero si rivendica un punto di vista altro, che permetterebbe, di vedere le cose con maggior concretezza, una sorta d’incarnazione delle idee pur nella consapevolezza che il passaggio dal web alla carta porta con sé la saggia necessità di una maggiore selezione e una maggiore attenzione al “visto, si stampi!”. Sfogliando la rivista dal gradevole formato, troviamo Zograf ad aprire le danze della rivista dedita all’underground italiano con una spruzzata d’estero.
Zograf da Pancevo è un autore ricco, un narratore che usa il linguaggio fumetto per comunicare con il prossimo e in questo caso ci presenta Djorje Marckovi_ Koder, estroso e colto poeta serba, vissuto nell’Ottocento. Una sintetica vitarella che ci ingolosisce intorno alla produzione di questo, sconosciuto al rozzo recensore, autore. Costantini ci regala una manciata delle sue affascinanti tavole mentre Paper Resistence, autore anche della copertina, ci presenza una folle collezione di figurine unendo personaggi noti ad altri strappati dall’anonimato underground.
L’inconfondibile tratto di Ale Staffa (peccato non poter gustare le sue forti scelte cromatiche) si scaglia a testa bassa conto le ipocrisie e le muffe del mondo del fumetto, alternativo compreso. Tavola unica, con vignetta a tutto campo per lo spagnolo Miguel Brieva, con il dono della sintesi nella consapevolezza di fotografare una situazione con la forza di un editoriale. Chiudono l’esordio a fumetti del writer bolognese Blù, che si misura con la consistenza della carta attraverso una serie di buone idee purtroppo supportate da uno stile grafico infantile e non all’altezza; un tentativo di aprire un canale di comunicazione tra musica e illustrazione resta sospeso nelle buone intenzioni mentre i lavori di Julie Doucet, interessante artista canadese che ha pubblicato su Weirdo, la rivista curata da Robert Crumb, incuriosiscono il lettore. 48 pagine ricche e godibili, materiale che parla e mette in comunicazione. Bene.

Franco Busatta, Il cavaliere nero. Hazard Edizioni. 16x21, bianco e nero, brossurato, 96 pagine, euro 7,50, fumetteria.

Dal nero dell’inchiostro, dall’indefinito buio della pagine emergono parole, suoni, silhouette e figure. Suoni e immagini implodono in questo volume che si presenta come un omaggio a due autori che hanno fatto grande la storia del fumetto italiano: l’intrigante affabulatore, Andrea Lavezzolo, e il velocista del pennello, Francesco Gamba. Se di Lavezzolo si accentua il tono del narratore noir, per Gamba si pone l’accento sul particolare del disegno, come l’immagine di copertina tratta da uno dei tanti campi lunghi presenti nel suo disegnar fumetto. Un omaggio che si confonde con il percorso della memoria. Dalla memoria di Busatta emergono frammenti delle storie de Il Piccolo Ranger, originariamente pubblicate da Sergio Bonelli negli anni Sessanta; su questi frammenti ricreati annerendo parti del fumetto originario, si ricostruisce la narrazione, si sfida l’intelligibilità che, contro ogni pronostico, rimane integra.
Busatta prende una storia de il Piccolo Ranger, Il Cavaliere nero del duo Lavazzolo-Gamba, e la reinventa oscurando vignette e intere sequenze, sintetizzando un’avventura noir dell’eroe adolescente.
Il volume compie un’opera di straniamento, opera che destabilizza il lettore.
L’impatto è fortissimo.
Si inizia a sfogliare il libro e ci si trova di fronte a pagine quasi completamente nere da cui emergono sperduti balloons, didascalie, qualche rara immagine del Cavaliere Nero, inquietante presenza di ombra. Se la prima impressione è spiazzante ma accattivante, la lettura del testo ci riserva ulteriori sorprese. Nonostante il corposo intervento di sottrazione, l’annerimento di intere tavole, la narrazione non perde di efficacia, il complesso intrigo si disvela pagina dopo pagina, restando perfettamente comprensibile.
Un’operazione raffinata dove si evidenziano, lavorando per sottrazione, alcuni degli elementi formali del fumetto, dove si fanno emergere i meccanismi del linguaggio-fumetto ponendo l’accento più sul significante che sul significato. Un lavoro che può contare su di un’intrigante avventura de il Piccolo Ranger dove, grazie a un articolato gioco di specchi, si mette in scena l’eterna questione dell’essere e dell’apparire, del vedere e del percepire; dove i testi salvati dall’annerimento fanno riferimento continuo ed esplicito all’atto del vedere, alla visione, diventando per paradosso, luce in tanta oscurità..
Un’operazione in bilico tra arte, fumetto e riflessione sui diversi livelli di comunicazione, in un volume estremamente curato e stampato in modo ineccepibile grazie a una magistrale resa in stampa del nero. Al volume si accompagna un’interessante postfazione di Daniele Barbieri. Ancora una volta Franco Busatta, quasi un simpatico elfo da galleria d’arte, ci ingolosisce rileggendo pezzi di storia della comunicazione popolare.