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IL FUMETTO IN ITALIA. QUALCHE RIFLESSIONE SULLO STATO ATTUALE DELLA LETTERATURA DISEGNATA... di Paolo Ferrara

La situazione del fumetto in Italia è davvero strana.
Il fumetto è poco ammirato in tanti paesi, vittima di discriminazioni e snobismi vari. Qui da noi tutto questo segue però percorsi assolutamente particolari. Non è solo questione di pregiudizio, non è solo arrendevolezza a luoghi comuni. C’è qualcos’altro.
In Italia, si sa, si legge poco. Frase fatta ma dolorosamente vera. I motivi sono tanti e, permettetemelo, la scuola italiana in questo senso non aiuta, anzi spesso fornisce una bella coltellata al fianco del piacere della lettura. Figuriamoci poi cosa succede quando si tratta di fumetto. Il fumetto in Italia non vende. Il materiale da edicola spesso ha la stessa considerazione che possono ricevere riviste di bassa lega e scandalistiche, ma quelle almeno hanno milioni di casalinghe e quant’altro dietro. Risultato? Pochi estimatori (la maggior parte dei quali è passata alle librerie specializzate) e rari occasionali, magari indecisi tra un Dylan Dog o la settimana enigmistica. Bisogna anche considerare che la maggior parte dei prodotti in edicola sono di tipo seriale, in alcuni casi con una storia di parecchi anni alle spalle: come può un lettore casuale non spaventarsi davanti a numerazioni di due o tre cifre? A chi piace entrare al cinema a film già iniziato?
Ma da noi le bizzarrie si sprecano.
Se accantoniamo il discorso vendite per un istante, ci potremmo rendere conto di una cosa molto particolare. Quello che è lo snobismo, la sufficienza con cui vengono considerati i fumetti in Italia, in realtà è molto meno violento e diffuso di quanto si possa pensare. Semmai diffusissima è la disinformazione sull’argomento, ma di questo parleremo dopo. Provate a guardarvi attorno nella vita di tutti i giorni, al di fuori di casi privilegiati come fiere del fumetto et simila. Se sapete osservare bene vi accorgerete in fretta di quanti sorrisi affettuosi e occhi brillanti si affacciano sui volti di tante persone, anche le più insospettate, davanti ai fumetti. Un affetto tutto particolare, da cui sicuramente nascerà qualche bell’aneddoto.
Ma allora, perché in Italia il fumetto non vende? Perché agli incontri legati al fumetto ci sono solo gli irriducibili appassionati, in un situazione che richiama la fiera di paese, dove tutti si conoscono e si salutano?
Innanzi tutto eviterei il solito meccanismo della ricerca del capro espiatorio. Certo, la playstation e il game boy rubano parecchio tempo ed entusiasmo a potenziali appassionati di fumetto, ma cerchiamo di capire se dall’altro lato esistevano o meno i presupposti per evitarlo. È troppo facile incolpare qualcun altro.
Abbiamo già parlato ad esempio del problema di prodotti che vanno avanti da eoni e facilmente spaventano le nuove leve di appassionati. Nuove proposte possono aiutare, ma qui entra in gioco l’altro problema, anzi “il” problema: come possono aiutare se la gente non ne conosce l’esistenza? Parliamoci chiaro: tutti i canali informativi del fumetto sono legati al fumetto. Ergo, se non fai parte della confraternita, non ti resta che vivere nell’ignoranza o al massimo sperare in una mezza frase captata da qualche parte, in un improvviso sussurro ad un orecchio. Se non compro determinate cose o non bazzico una libreria specializzata, come faccio a sapere che ogni mese arrivano valanghe di materiale per palati di ogni genere, sia seriali, sia autoconclusivi, sia lussuosi, sia più popolari? Prima di fare obiezioni come la pubblicità costa, gli altri media non ci aiutano e ci snobbano, ecc. andiamo ancora un po’ avanti. Il gioco delle bizzarrie non si ferma certo qui. Per esempio, se noi prendiamo delle mura, che già rendono difficile l’accesso a ciò che nascondono, che accade se ci costruiamo attorno un fossato e ci buttiamo i coccodrilli dentro?
Prima ho parlato del mondo del fumetto definendolo una confraternita. Il problema è che non è un’impressione che nasce solo dall’esterno. Ancora peggio poi, non si tratta di una confraternita sola. Ma andiamo con ordine. Il mondo degli appassionati di fumetto in realtà conta un numero limitato di veri appassionati di fumetto. Per la maggior parte esistono appassionati di un genere (anzi spesso, altra bella bizzarria, non di un genere ma di una locazione geografica di produzione..). La cosa non sarebbe una seccatura se questi non si snobbassero l’un l’altro. Pare quasi di avere a che fare con tifoserie avversarie. Si danno degli imbecilli a vicenda guardandosi come mentecatti. E non parlo solo di adolescenti o preadolescenti delle fazioni manga e comics. Eh no. Lo so che è lì che voi vorreste andare a parare. Le scene più brutte le ho forse viste interpretate da cosiddetti intellettuali. Piccola digressione: io credo che in Italia ci sia un po’ di confusione sul concetto di intellettuale. Correggetemi se sbaglio, ma un intellettuale non dovrebbe essere una persona di mentalità aperta? Non per definizione ma quanto meno per condizione.. allora perché in qualunque campo ci troviamo davanti ad un nugolo di personaggi con i paraocchi che più che ricordare una figura che si lega all’arte (quale che sia: letteraria, cinematografica, eccetera eccetera..e non provate a escludere il fumetto!), ricorda più la figura di un nobile (nella sua versione più pragmatica: spocchioso, di vista corta e egocentrismo largo..). Torniamo a noi. In Italia le fazioni di appassionati principali sono: Mangofili, Supereroistici, Bonelliani, Undergroundisti, Volumari, Francesizzanti, Eternautisti o Scorpisti e Classicisti. Ognuno di loro non solo si rivela intransigente verso gli altri, ma li considera nemici del fumetto, possibili virus che declassano e distruggono la categoria. Ora, pensate che siano atteggiamenti che possano giovare a qualcosa che già ha il suo da fare per riuscire a continuare ad esistere? Possibile che si debbano giudicare i gusti altrui? Come vi sentireste se vi dessero degli imbecilli perché vi piacciono i carciofi?
E poi bisogna considerare che la maggior parte giudica per partito preso. Magari pretendono di giudicare i prodotti di un’intera nazione avendo letto una volta un numero del tale fumetto. Sarebbe come se qualcuno guardasse un film di Franco e Ciccio e dicesse “oh, il cinema italiano, è tutto uguale”. Mi devo mettere a elencare quanti registi e attori diversi, per genere, sensibilità, capacità (o anche incapacità, perché no?) e quant’altro esistono solo in Italia? E anche quanti di questi hanno prodotto film di generi completamente diversi tra di loro, tanto che lo stesso regista non è detto che vi piaccia sempre? Come dite? Ho scoperto l’acqua calda? Se è così molti non hanno mai aperto un rubinetto!
Pensate a come possa essere disorientante tutto ciò per un nuovo arrivato che si trova a sentirsi dire quanto facciano schifo quei fumetti e quando siano belli quegli altri.
Non esiste l’usanza di assaggiare una pietanza prima di capire se piace o meno?
Questo forse è uno dei comportamenti che mi risultano più fastidiosi e difficili da accettare. Posso capire che qualcosa non invogli o non attragga, ma non comprendo un giudizio a prescindere. Guardi un libro e decidi che non ti piace: a questo punto invece che stare a perdere tempo in una fumetteria forse dovresti pensare ad una capatina in una ricevitoria del lotto.
Ma adesso viene il bello, perché le bizzarrie continuano: ho finora accennato agli appassionati. Ma che accade tra chi fa, chi distribuisce e chi vende i fumetti?
La situazione come dicevamo è questa: girano pochi appassionati, pochi soldi e le spade di Damocle sono in svendita per tutti. E i distributori che fanno?. Litigano. Scatenano quella che a tutti gli effetti sembra una guerra dei poveri. A sentire le notizie di quello che succede nella triangolazione editori-distrubutori-librerie, a volte ti sembra di riuscire ad immaginarteli che si fanno le boccacce.
Certo, pensare ad un mondo dove tutti filino d’amore e d’accordo forse è proprio da fumetto (…), però mi pare impossibile che nessuno voglia mettersi in testa come questi atteggiamenti stiano infierendo su un corpo già malato.
Torniamo al discorso principale, quello che ho avuto la presunzione di definire “il” problema, la disinformazione. Ne sono convinto, anche grazie ad esperienze personali: il fumetto ha solo bisogno di farsi vedere, di mostrare cosa è e quanto può offrire. Ma finché a muoversi saranno sempre e solo le piccole realtà, le piccole associazioni, i gruppetti di appassionati, qualche casa editrice, la voce sarà sempre fin troppo bassa; solo quelli più vicini sentiranno. Il fumetto non è ancora morto e, nonostante tutto, la sua dignità si difende ancora. Si tratta solo di decidere se continuare a stare a guardare, se fare gli avvoltoi e mangiare quel che c’è o se sparargli un colpo e smetterla di farlo soffrire. Oppure, molto semplicemente, decidere che forse è il caso di cominciare a fare qualcosa. Per quegli appassionati che davvero ci credono e anche per quelli che ci vogliono solo guadagnare sopra (svegliatevi un po’: può solo giovarvi!). E’ molto triste che una forma d’arte in cui abbiamo avuto tanto da dire rimanga un discorso sempre più di nicchia in Italia.
Vi lascio con un ultima bizzarria cui pensare: possibile che in questi ultimi anni la maggior parte dei nostri autori più validi per sopravvivere e per poter esercitare la loro arte si sono dovuti rifugiare all’estero?

© Paolo Ferrara 2002 - per gentile concessione dell'autore

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