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Farel Dalrymple, Pop Gun War, Lain Fazi. 2004, 16x24, colore e b/n, cartonato, 142 pagine, euro 16,50, in libreria e fumetteria.

Sinclair è un ragazzino di colore. Abita in una grande città di fantasia, una sorta di trasfigurazione di New York. Sinclair è un piccolo angelo che sta crescendo. Un ragazzino che imbraccia le ali della fantasia e del sogno ed entra nel multiforme mondo dell’adolescenza.
La sua avventura inizia con la caduta (o diserzione?) di un angelo dal cielo. Uno strano essere a metà strada tra una rocker e un angelo: torso nudo, tatuaggi, pantaloni a tre quarti e uno splendido paio di ali. Rialzatosi dalla caduta l’angelo chiede a un operaio stupito di tagliargli le ali dalla schiena e questi, motosega alla mano, esegue. Né sangue né dolore e le ali finiscono in un cestino dell’immondizia. Sinclair le trova, le indossa e inizia, tra metafora e sogno, il suo viaggio.
In volo o camminando per le strade della sua città, in un evocativo incrocio tra verticale e orizzontale, incontra e vede una serie di personaggi surreali: un monaco penitente che si nutre di giocattoli e desideri, un nano che si trasforma in gigante, un pesce rosso che fluttuale nell’aria portando vistosi occhiali, un venditore di sogni e successo pronto a far sottoscrivere un contratto a una bambina che capeggia un gruppo rock e scopriremo essere la sorella di Sinclair. Un caleidoscopio di personaggi, metafore e simboli incerti tra Lewis Carroll e Will Eisner.
Una narrazione nervosa, sincopata, alla ricerca di punti di riferimento, che cerca di mostrare lo smarrimento del bambino che diviene adolescente, dei sogni magici che divengono situazioni indecifrabili. Dalrymple con il suo retroterra costruito nell’underground newyorkese racconta l’adolescenza nelle grandi metropoli americani senza cedere a nessuna indulgenza sociologica, senza scolorirsi nel racconto semplice della realtà, senza rincorrere punti di riferimento imprescindibili e codificati.
Le ali di Sinclair sono anche quelle del suo autore un talento autentico, anche se l’aver scomodato David Lynch e Luis Buñuel, ci pare francamente eccessivo, almeno per quanto riguarda Buñuel. Risonanze di Wim Wenders e di Paul Auster si trovano qua e là anche se una non rodata padronanza delle strutture narrative fanno la narrazione a tratti confusa e contratta, in sospensioni dettate più dall’imperizia che dal buona gestione dei tempi narrativi.
La narrazione di Dalrymple dell’adolescenza è comunque solida e, per fortuna del lettore, non cede al luogo comune dell’angoscia, dello spleen, ma gioca con la dimensione ben più evocativa dello straniamento. Adolescenza senza angoscia ma anche senza gioia: è Sinclair che si di fronte allo specchio si chiede: "chi sono io? chi sei tu?"; è un o dei personaggi incontrati da Sinclair che applica un’etichetta ad ogni oggetto di casa sua "perché non sempre la gente sa cosa sono le cose". È Sinclair che cerca un senso, dei punti di riferimento, nelle relazioni, nelle cose, nei suoi sentimenti; il volare lo aiuta in questa ricerca ma non la risolve: lo introduce all’ardua dinamica della scelta. Un’opera importante e un autore di cui sentiremo ancora parlare, e bene.

Neil Gaiman e Andy Kubert, 1602, nn. 1-2, Marvel Italia. 2004, 17x26, colore, brossurato, 112 pagine, euro 10,00. In fumetteria.

Gli eroi dell’universo Marvel, grazie a una sorta di gigantesco What If?, vengono proiettati nell’Europa del Seicento dove in Inghilterra, Elisabetta I, prostrata dalla malattia sta concludendo la sua vicenda terrena mentre il suo regno è attraversato segnali inquietanti e enigmatici: fulmini devastano il paese distruggendo chiese e torri ma non una goccia d’acqua cade sul suolo d’Inghilterra; tempeste assordanti di tuoni rimbombano nell’aria e un terremoto che colpisce la città di York.
Un inizio di grande effetto, dove si calibrano tensione e senso del mistero, con cui Neil Gaiman torna al fumetto, dopo aver calcato la ribalta di librerie e classifiche letterarie con romanzi e libri per ragazzi (e, en passant, lavorando a una sceneggiatura per Robert Zemeckis tratta da un romanzo di Nicholson Baker). Un ritorno anche alla Casa delle Idee a dieci anni dalla miniserie The Last Temptation che vide, nella parte del protagonista, Alice Cooper.
1602, uscito in otto volumetti, viene proposto in Italia in due corposi volumi nella serie Collezione 100% Marvel; volumi arricchiti anche dalle notevoli copertine della versione americana, opera di Scott Mckowen. Al disegno troviamo il figlio d’arte Andy Kubert, già visto all’opera, con eccellenti risultati, nella miniserie Origini in cui, con Paul Jenkins, ha svelato il mistero delle origini di Wolverine. Un tratto ben definito che si avvicina alla fotografia e che si premura di cogliere l’attimo in una gradevole ed evocativa staticità. Tratto gradevole con cui Kubert realizza tavole dalla grafica interessante e con inquadrature inusuali, dall’alto potere comunicativo. Evocativo anche il lavoro sulla psicologia dei personaggi con un’attenzione particolare agli sguardi. Notevole anche il lavoro del colorista, puntuale e ricco, forse un po’ cupo.
Come il solito, Gaiman, non trascura i miti e la potenza evocativa dei loro racconti, mischiandoli gradevolmente con il mondo supereroistico. L’avventura ci offre una retrodatazione dell’universo Marvel dove il dottor Stephen Strange e Sir Nicholas Fury sono convocati al cospetto della Regina; dove un menestrello cieco, Matthew Murdock, canta l’incredibile ballata di quattro fantastici eroi e si muove per tutta Europa per scortare un misterioso oggetto custodito dai Templari a Gerusalemme; dove in Spagna, tale Carlos Xavier, salva giovani deformi e dagli straordinari poteri e li raduna nella sua sterminata tenuta, dove scopriamo un inedito e centrale Capitan America.
Gli eroi dell’universo Marvel sono proiettati nell’Europa del Seicento in equilibrio tra magia e coerenza. Per gli amanti dell’universo Marvel sarà divertente scorgere i propri beniamini in un contesto assolutamente differente. Troviamo un giovane Peter Parquagh (l’identità segreta dell’Uomo Ragno) assistente di Sir Nicholas Fury oppure Magneto nelle vesti del grande inquisitore, il dottor Destino, il nucleo originario degli X-Men e mille altri dettagli e situazioni che rimandano al mondo della supereroistica americana di casa Marvel.
L’avventura è godibile anche per chi non è addentro alle segrete cose dell’universo Marvel. La scrittura di Gaiman è gradevole e fluida, mentre l’avventura, di cui non vogliamo svelare la scansione, è avvincente. Un plauso a Gaiman, narratore veramente intrigante; e un plauso anche alla collana che, in buona confezione, sta presentando titoli pregevoli.

Walter Chendi , Vedrò Singapore?, Tascabili n. 56. Lizard Edizioni. 2004, 17x24, colore, 132 pagine, euro 11,50 In fumetteria e libreria.

Pontebba, Aidussina, Cividale. La provincia come punto d’osservazione, come luogo dove nel susseguirsi apparentemente monotono delle cose, si intrecciano vicende, incontri, squarci di micromondi personali. La provincia come luogo dove le giornate scorrono pigre per un giovane impiegato dell’amministrazione statale.
Siamo negli anni Trenta del secolo scorso, nel profondo nord e nelle pieghe profonde dell’amministrazione statale italiana, amministrazione stancamente legata al regime fascista. In questo clima bigio, ci accompagna Walter Chendi che rilegge il romanzo Vedrò Singapore? di Piero Chiara, pubblicato da Mondadori nel 1981. Un’operazione di raffinata riproposta del romanzo di Chiara, trasposto in fumetto con risultati eccellenti.
Chendi, evidentemente affascinato dalla scrittura di Chiara, presenta la vicenda facendo ampio uso di flash-back, sdoppiando il protagonista nei suoi monologhi interiori, ampiandoli in una sorta di bizzarro e solipsistico dialogo. Lo stile grafico si rifà agli stilemi della linea chiara franco-belga, con uno sguardo e un’attenzione ai particolari che ricordano i lavori di Vittorio Giardino.
I disegni sono colorati con particolare attenzione utilizzando una gamma di toni che distinguono cromaticamente i diversi tempi narrativi. Ci si assesta su di un misto tra seppia e bruno per il passato mentre il presente è in bilico tra il grigio e l’olivastro. Purtroppo non sempre la qualità della stampa rende ragioni di queste scelte.
I personaggi, necessariamente legati alla poetica di Chiara, sono uomini disincantati e sostanzialmente profittatori, le donne calcolatrici e astute, spesso ciniche. Il tono generale è quello del romanzo di Chiara tra il drammatico e l’umoristico, ricco di colpi di scena con tratti di accattivante leggerezza. La trasposizione assolutamente fedele, senza particolari guizzi legati al linguaggio-fumetto, pur nella gradevolezza del lavoro.
"Di quello che ero stato e che non ricordavo, solo nella mia valigia restava qualche traccia" dice melanconico il protagonista, incarnazione della figura del viaggiatore che non anela ad altro che al ritorno a casa; un po’ sconfitto un po’ appagato dalle proprie minuscole battaglie. E qui la linea chiara, quasi minimalista, concetto rafforzato dall’uso particolare del colore, fa risaltare i contenuti del romanzo.


© 2004 Stefano Gorla e Paolo Ferrara - per gentile concessione degli autori

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