| RECENSIONI
A CURA DI STEFANO GORLA
Joseph Moncure March - Art Spiegelman, The Wild Party, Stile libero
n.640, Einaudi Tascabili, 13,5x21, bianco e nero,
brossurato, 114 pagine, £ 16.000, libreria.
La collana
Stile libero dell'Einaudi non ha esitato ad inserire fumetti
tra la sua programmazione. Fumetti di ottimo livello come Lo Sconosciuto
di Magus o il romanzo grafico di Lorenzo Mattotti, Stigmate. Pubblicando
questo volume si allontana dal mondo del fumetto, inteso in senso
stretto, proponendoci un'opera di altissimo livello che vede coinvolto
il geniale Art Spiegelman, nei panni dell'illustratore di alto lignaggio.
Spiegelman si confronta con il testo maledetto di Joseph
Moncure March, The Wild Party, testo che aveva affascinato
anche William Burroughs che dichiarò" è il
libro che mi ha fatto venir la voglia di diventare uno scrittore".
March scrisse il testo nell'estate del 1926, qualche manciata di
versi al giorno. Lo pubblicò solo due anni dopo superando
le difficoltà poste da diversi editori: un testo troppo spinto
per la stampa. Niente di particolarmente osè ai nostri occhi,
ma decisamente imbarazzante per i tempi.
Il testo, in versi, si pone nel filone hard-boiled lumeggiando
lo splendore degli anni Venti. Jazz, luci fioche, odore di fumo
e alcool emergono dai versi sincopati del racconto. Un narrare ipnotico
che Spiegelman ben rende mischiando underground e illustrazione
classica, un tratto graffiato che incide l'anima del lettore, una
composizione di immagini che seguono lo swing della narrazione.
La narrazione quasi incurante del lettore fotografa con poesia la
situazione. Magistralmente delineati i characters, tra ballerine
di vaudeville, attori d'avanspettacolo in declino, ballerini bisessuali,
lesbiche e ubriaconi. Una varia umanitˆ scorta impietosamente alla
solita festa, dove tra noia e vizio nascono passioni e si provano
i sentimenti forti dell'amore, della gelosia, del dolore, della
violenza. Una narrazione che sa farsi lenta e ammaliante, quasi
nostalgica dei tempi andati. Un volume da gustare.
Wazem, Bretagna, Tascabili Lizard n.37. Edizioni Lizard. Aprile
2000, 17x24, bianco e nero, brossurato, 192 pagine, lire 15.000,
in libreria e in fumetteria.
Al tenente
Le Cahè piace volare e padroneggia il suo aereo con rara
maestria. Ha un tocco leggero e nelle sue mani ogni movimento dell'aereo
è leggero, è fluido. Seduto ai comandi si alleggerisce.
Sulla terra, invece, si sente un palombaro intorpidito. Ma la sua
passione deve fare i conti con le ottuse meschinità degli
uomini ed eccolo in guerra. Nel nord Africa, in Libia a combattere
gli italiani.
In scena un gruppo di militari francesi, ognuno con la sua storia
che la guerra non può cancellare. Due equipaggi, due aerei
con un'unica missione: distruggere un fortino italiano. Per Le Cahè
c'è di più, c'è la promessa fatta ad una donna,
la promessa di tornare e tornare vivo. Promessa che diventerà
la maledizione del tenente Le Cahè.
Se vi ha affascinato il ciclo "Gli scorpioni del deserto" di Hugo
Pratt non potete perdere questo bel volume di Wazen pubblicato
in Francia nella splendida collana bianco e nero, Tohu Bohu, editata
da Les Humanoides Associès e, grazie alla Lizard,
giunto a noi con un prezzo di copertina strepitoso. L'incisivo segno
di Wazem ben descrive l'incredibile deriva umana che la guerra porta
con sè. E lo fa con intensità, in un enorme flashback,
dove emerge progressivamente l'umanità dei personaggi. Magistrale
lo scavo psicologico dei personaggi, tratteggiati con gusto e delicata
precisione. Delicata precisione che coinvolge tutta la narrazione:
gli aerei, la tempesta di sabbia, il destino cieco e il dramma del
tenente. Il volume si apre con il tenente La Cahè divenuto
sergente maggiore e convocato per riceve un'onorificenza. Il tratto
è appena abbozzato, quasi sfocato, dal potere narrativo altissimo.
La realtà, il presente, il riconoscimento offertogli none
esistono, tutto è sfocato perchè la sua vita attuale
è sfuocata, si è fermata; è rimasta laggiù,
nel deserto, tra la sabbia e la carcassa di un aereo, ancorata ad
una maledetta promessa.
Wazem è abilissimo a variare il segno e ha conferire al suo
felice tratto un alto potenziale narrativo in un rincorrersi di
luce e oscurità, in un bianco e nero che dimostra come Wazem
abbia ben assimilato la lezione Pratt ma anche quello di Munoz.
Un romanzo grafico raffinato ma non lezioso, arricchito da una narrazione
robusta.
Vittorio Giardino, No Pasaràn. Una storia di Max Fridman.
Lizard Edizioni. Maggio 2000, 23x30,5, colore, cartonato, 64 pagine,
lire 32.000.
Max Fridman è
tornato. Lo troviamo in Spagna, nell'autunno del 1938, nel cuore
della guerra spagnola. Appare sulla scena dell'intricata vicenda
di una guerra civile dove si confrontano fascismo e antifascismo:
quasi una costante nell'Europa di quegli anni. Max Fridman giunge
in Spagna non per epica guerriera o per un forte idealismo, si lancia
nella mischia per cercare un amico, per rispondere alla domanda
d'aiuto espressa dagli occhi imploranti della moglie dell'amico.
Ritorna in luoghi conosciuti, scopre il nuovo e trova vecchi amici,
il tutto narrato dalla potente e raffinata poesia di Vittorio
Giardino. Un'estetica del quotidiano coniugata con i grandi
temi della vita, perchè la vita disegnata da Giardino è
fatta di piccoli particolari scrupolosamente descritti.
Giardino è la via italiana alla ligne claire, di cui
ha assorbito estetica ed epica. Il suo Max Fridman nasce nel 1982
sulle pagine di Orient Express, una seconda avventura appare su
Corto Maltese, la rivista anni Ottanta diretta da Fulvia Serra.
Raffinate storie di spionaggio tra Budapest e Istanbul ambientate
nelle immediate vicinanze della Seconda Guerra Mondiale. La proverbiale
meticolosità di Giardino si esprime nel tratto ricercato
e ampiamente descrittivo con un'attenzione monomaniacale al dettaglio.
Il volume presentato dalla Lizard esce praticamente in contemporanea
con il mercato francese, e questa è una piacevole novità.
La seconda parte della storia è ancora in lavorazione e l'attesa
si fa già spasmodica, anche se Giardino ci ha abituato ai
tempi lunghi: infatti, abbiamo dovuto attendere quindici anni prima
di vedere di nuovo in azione il buon vecchio Max.
Il rigore di Giardino affascina. Il suo incedere narrativo avvince.
La sua scrittura, in questa avventura, diviene omaggio e memoria
mentre nell'aria si sentono le presenze di chi si è misurato
con la guerra civile spagnola: Orwell, Malraux,
Hemingway, Kostler, Dos Passos, Machado e Bernanos. Alle immagini
le foto di Robert Capa. Un volume da non perdere.
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