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RECENSIONI A CURA DI STEFANO GORLA

Tiziano Sclavi - Giampiero Casertano, La casa degli uomini perduti, Dylan Dog Super Book n.13, Sergio Bonelli Editore, febbraio 2000, 16x21, bianco e nero, cartonato, 132 pagine, £ 6.000, in edicola.

Dylan Dog esordì negli anni ottanta, in un decennio dove l'horror ritrovò, nelle diverse espressioni, la sua vena d'ora. Dylan Dog s'è naturalmente evoluto crescendo con il suo creatore e con gli autori che, di volta in volta, hanno prestato penna e pennello al mondo dell'indagatore dell'incubo. Agli inizi degli anni novanta, nel luglio del 1991 uscì il quinto speciale della serie, la fortunata avventura a firma Sclavi e Casertano che ora è riapparsa nella ristampa cartonata della serie. Sono ristampe di questo genere che ti fanno apprezzare la collana Super Book, che trae dall'oblio una delle storie più belle dedicate all'old boy, Dylan Dog. A dire il vero, come per altre avventure pubblicate nella collana special, a La casa degli uomini perduti è stato dedicato, nel 1995, un volume a colori della Mondadori, e questo ha contribuito a tenere alta l'attenzione intorno a questa storia ben strutturata da un Tiziano Sclavi in gran forma, coadiuvato dall'ottimo Casertano. La coppia aveva già offerto uno degli episodi più significativi della serie: Memorie dell'Invisibile, in Dylan Dog numero 19.
La storia si inserisce in uno dei filoni più frequentati dal genere horror. Dopo sette episodi cinematografici, da quello firmato da Sam Raimi nel 1983 a quello di James Isaac nel 1989 comprendente un episodio italiano (La casa 5, 1990), e la sterminata letteratura da Hoffmann a Poe magari passando per la grafica di Battaglia, l'argomento "casa" poteva ritenersi concluso eppure Sclavi riesce con un espediente, apparentemente semplice, a scavare e a ridare smalto ad una tematica che sembrava ormai adatta solo a stanchi prodotti minori.
Casa Velasco affascina, terrorizza e protegge il suo segreto. Il tratto di Casertano cattura e ci conduce per mano in questo episodio dove tutta la poetica sclaviana Ź riproposta ai lettori in un modo sempre più esplicito: il gioco degli specchi tra mostri e normali, il ghigno che si maschera in sorriso e viceversa, i luoghi e gli spazi dove l'orrore è coccolato e alimentato, la scansione narrativa che mostra progressivamente la realtà delle cose, il tocco di lieve ironia e di coinvolgimento compiaciuto del narratore. Un numero in qualche modo da manuale, anche per chi non ama le vicende di Dylan Dog. Da leggere e da collezionare. Questa volta il formato aiuta e ci induce alla riflessione: forse la collana Super Book dovrebbe compiere una difficile e imbarazzante cernita del materiale da ripubblicare.

Francesco Tacconi - Mauro Marchesi, Hollywood Bau, No Words n.5, Phoenix, 17x24, brossurato, bianco e nero, s.n.p, lire 7.900, in fumetteria.

In assoluta consonanza con le tendenze contemporanee del fumetto, dove il rapporto verbo-iconico tende con decisa predominanza verso l'iconico, la collana No words porta al parossismo il discorso e fa dell'assenza della parte verbale il punto di forza della proposta. In questa ottima collana abbiamo già visto cimentarsi Francesca Ghermandi, Riccardo Crosa, Tito Faraci e Silvia Ziche con uno stupefacente "Infierno!".
Una sfida narrativa intrigante per autori e lettori, che la Phoenix ben confeziona con volumetti dove la cura editoria attenta al dettaglio si coniuga con un ottimo rapporto qualità-prezzo.
Nell'afasico fumetto si respira cinema in ogni vignetta, dal linguaggio ai riferimenti. Siamo di fronte a un pulp-fumetto, dove si mischia l'amore per Tarantino e la sua commistione violenza e ironia, dove si occhieggia a Russ Meyer e il suo binomio sesso e violenza. Sullo sfondo anche riferimenti, forse consapevoli, al grande cineasta Don Siegel. La storia inizia con uno squisito piano-sequenza, e prosegue tra carrellate, zoomate e inquadrature impossibili sulle quali il fumetto si dimostra più duttile del cinema. C'è un motel isolato gestito dalla nostra eccentrica protagonista, nel cui frigorifero vive un simpatico pinguino-pistolero. Nel motel si consumano, naturalmente, squallidi incontri e la nostra protagonista, Hollywood Bau, è in grado di gestire con polso la situazione. Hollywood Bau Ź entrata anche nei sogni del depravato gestore di un supermercato: uomo in cui, parossisticamente, è richiuso tutto il binomio sesso e violenza. La vicenda ha ritmi incalzanti e duri anche se non mancano veri e propri siparietti comici veramente esilaranti. Se le parole mancano c'è però la rivincita del pittogramma, evocativo o esplicativo secondo l'occorrenza. Disegni che esaltano tutto il potenziale narrativo del segno, disegni di cui "sentiamo la voce". Il grottesco è la chiave di lettura dell'avventura anche se non mancano squisite gag comiche e l'ironia si nasconde nei gustosissimi particolari. Warren Zevon cantava le epiche vicende del pugile Ray "boom boom" Mancini, Tacconi e Marchesi inseriscono due stolidi personaggi Jim "boom boom" Mancini e Boom "Jim Jim" Destrini. Sui nomi dei personaggi, gli autori, si sono particolarmente sbizzarriti in un gioco di rimandi sotto l'egida dell'ironia. Ecco allora: la piccola Alyson Run o il giovane Philippe du Role A.K.A. Fisik LeRoi. A coronare il tutto le gustose trovate del pinguino Pepe. L'ottimo prodotto è firmato da Mauro Marchesi, già apprezzato per il suo Molecole a Molla, fumetto dedicato alle fisse monomaniacali degli appassionati dei Giochi di Ruolo e da Francesco Tacconi autore di alcuni romanzi per ragazzi. L'impianto interessante e le caratteristiche di alcuni personaggi, almeno la protagonista e il pinguino, fanno ben sperare in un ulteriore sviluppo e in nuove avventure di Hollywood Bay.

Keiji Nakazawa, Gen di Hiroshina n.1, Planet Manga - Panini, 14x21, bianco e nero, brossurato, 294 pagine, lire 25.000, fumetteria.

Keiji Nakazawa è un hibakusha, ovvero un sopravvissuto della guerra atomica. ť anche un convinto pacifista, che alieno da ogni retorica, ha utilizzato il linguaggio fumetto non solo per deplorare, condannare, aborrire la guerra ma soprattutto per lanciare un grido di speranza, perchè ognuno "abbia il coraggio di dire no alle armi nucleari". Keiji Nakazawa aveva sette anni quando l'atomica fu gettata sulla sua città: perse il padre, il fratellino e la sorella. Su queste radici di sofferenza e ricordo Nakazawa narra la vicenda di Gen, suo alter ego disegnato, un bambino dai grandi occhi, generoso, leale, coraggioso e ingegnoso. Una bambino che apprende dal padre la saggezza del vivere; che con sguardo incantato osserva la vita, dolcezze e dolori, che prova paura e coraggio. Gen di Hiroshima (Hodashi no Gen ovvero "Gen dai piedi scalzi") viene pubblicato a puntate, tra il 1972 e il 1973 su di un settimanale a fumetti giapponese. Il successo Ź enorme tanto che oggi questo fumetto viene usato nelle scuole per una prima conoscenza dell'olocausto nucleare; ne viene tratto anche un lungometraggio animato. Con la fine degli anni settanta, Gen appare anche sul mercato americano e inglese. Solo dopo trent'anni questo bel fumetto, che Ź tutto un inno alla pace e alla speranza, approda in Italia. Sensibilità e coraggio ha mostrato la Planet Manga, divisione della Marvel Italia - Panini, per permettere al pubblico italiano di gustare questa particolare opera. Attraverso un disegno semplice e funzionale, Keiji Nakazawa, si preoccupa di mostrare la tragica realtà della guerra e la tragedia dell'olocausto nucleare. Da membro del movimento pacifista nipponico, non tralascia attraverso accattivanti sottotrame, di narrare il clima di quegli anni di guerra. La retorica guerresca, l'odio per il nemico, l'ottusitą delle soluzione dei conflitti attraverso la guerra, il fanatismo cieco e la bestiale stupidità che porta alla violenza irrazionale. Non mancano simbologie aperte (il grano, il sole) o le tradizioni vitali del Giappone. Una narrazione solare che diviene parabola e denuncia, per "ricordare l'orrore" e creare speranza. Un ottima prefazione di Art Spiegelman, l'artista che narrò a fumetti un'altra tragedia del secolo appena passato - la follia nazista e l'olocausto - rende ancora più preziosi questi volumi, semi-autobiografici, di un testimone che narra con arte.

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