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Joe Sacco, Palestina. Una nazione occupata, Mondadori. 17x24, bianco e nero, brossurato, 312 pagine, 17,00 Euro, in libreria.

Un cronista armato di matita e china. È forse questa la definizione che meglio si addice a Joe Sacco, un comic journalist (un giornalista a fumetti) come lo definisce il Time, settimanale per il quale Joe Sacco lavora. Un giornalista che scava nella realtà attraverso i fumetti, compiendo inchieste approfondite dove unisce al piglio giornalistico la sua incisiva abilità grafico-narrativa. "Mi comporto da cronista: prendo appunti, scatto foto, faccio interviste, raccolgo informazioni. Una volta tornato a casa traduco tutto in fumetto". Il tutto con risultati eccellenti, come ben mostra il volume apparso per i tipi della Mondadori. Volume che completa ciò che la Phoneix aveva lasciato incompiuto pubblicando, nel 1998, la prima parte del lavoro di Sacco.
Il volume racchiude una delle inchieste di Joe Sacco quando, tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, trascorse due mesi in Medio Oriente, tra Israele e i Territori Occupati. Una fotografia della prima Intifada contro l’occupazione d’Israele. Rileggere oggi, mentre è scoppiata una nuova Intifada, mentre le relazioni tra Palestinesi e Israeliani sembrano sempre più improntate ad una vera e propria guerra, mentre in Palestina si continua a morire, non lascia tranquilli da una parte e, dall’altra, aiuta il lettore a formarsi un’opinione sul conflitto. Il lavoro di Sacco è lucido, di particolare originalità "politica ed estetica", suggerisce Edward Said, grande esperto di questioni arabo-palestinesi che presenta il volume della Mondadori.
Sacco mostra le condizioni reali dei palestinesi, senza prenderne le parti, mantenendo un ironico, scettico distacco. Partecipa come cronista curioso ma non insensibile. Sente che il dramma di quegli uomini e quelle donne scuote anche lui. Condivide due mesi con i palestinesi, vive con loro nei campi profughi. Si sforza di entrare in sintonia con i suoi interlocutori mentre li scruta e li intervista. C’è un’enorme empatia nel lavoro di Sacco. Si sforza di porsi nei panni di chi cerca di spiegare che il lancio delle pietre è divenuto un modo di vivere, delle donne palestinesi, delle famiglie degli uccisi, dei torturati, di chi fatica a spiegare, di chi non ha speranza. Lo fa cercando di mantenere il distacco anche se a volte si ferma e commenta: "confesso che non capisco più niente… ho dimenticato cosa significa aver fede, cioè ho dimenticato cosa significa voler aver fede". I suoi commenti sottotraccia fanno da contrappunto alle asprezze delle situazioni narrate, anche quando l’ironia sembra greve, fuori posto. Ironia sposata con la consapevolezza d’essere "solo un dannato disegnatore di fumetti che non si cambia abito da quattro giorni, che ha calpestato topi morti e batte i denti per il freddo che ha detto quattro fesserie ai ragazzi annuendo davanti ai loro racconti terrificanti…".
Una parte del lavoro di Sacco è stato in mostra nel mese di febbraio al Museo d'Arte di Ravenna. Una mostra antologica dal titolo: Nuvole oltre le frontiere, con tavole dai suoi lavori tratti dai reportage sulla Palestina e sulla Bosnia, dove Sacco mostra le potenzialità del medium fumetto. Potenzialità a servizio del giornalismo d’indagine.

Jiro Asada e Takumi Nagayasu, Poppoya. Il ferroviere. Planet Manga. 13x18, bianco e nero, brossurato, 288 pagine, euro 12,34, in fumetteria.

I gesti lenti, cadenzati e solenni di un anziano capostazione ci introducono all’epica narrazione della storia di un ferroviere prossimo alla pensione. Una narrazione gradevole, lineare ma profonda con un notevole lavoro di studio intorno alla psicologia dei personaggi. Una storia narrata con maestria cui bisogna avvicinarsi con attenzione, vista la difficoltà di comprendere coordinate culturali profondamente diverse da quelle occidentali.
Poppoya, ovvero il "signore del ciuf-ciuf" secondo l’interpretazione infantile, è un vecchio capostazione di nome Otomatsu che in una notte rivive, alternando profonde sensazioni al sogno, la propria vita. In bilico tra sogno e realtà questa notte si rivela una preparazione alla morte che, quasi dolcemente lo prende per mano e lo trae a sé, dopo avergli fatto riassaporare profumi e sensazioni della sua esistenza. Tra gioie e dolori, rimpianti e soddisfazioni, l’estremo momento sottolinea il rimorso profondo del ferroviere per non aver mai onorato la morte della figlia.
Un inno al mondo ormai scomparso delle ferrovie, all’amore profondo per i treni misto al culto della professione, all’amicizia, al sacrificio, al rispetto e alla riconoscenza dovuta a chi lavora per la collettività.
Nel volume è presente una seconda storia, Love Letter, anch’essa giocata sul piano del sentimento, tra senso di colpa e rimpianto. È la vicenda di Goro, un mafiosetto di mezza caratura che compie il suo personale cammino di redenzione, recuperando brandelli d’umanità grazie alle lettere della “moglie” impostagli dall’organizzazione criminale: un matrimonio di carta per certificare l’immigrazione illegale di una donna destinata al mercato della prostituzione. Per questo "matrimonio" Goro è stato pagato ma le vicende lo portano a trovare, e contemporaneamente perdere, un amore mai avuto. Una narrazione delicata e un rispetto profondo per le vicende umane abilitano queste pagine a parlare direttamente al cuore dei lettori, mentre una prova grafica eccellente sollecita il lato estetico dei lettori.
Nel 1999 Poppoya è divenuto un apprezzato film che ha guadagnato un premio al festival internazionale di Montreal; il coronamento di una buona storia, un racconto che in Giappone ha venduto milioni di copie e s’avvicina alla trentesima ristampa.

Stefano Gorla 2002 - per gentile concessione dell'autore


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