voi siete qui: drive index > fumetti > archivio recensioni > Icaro


Coconino Press


La recensione di Al tempo di papà, di Stefano Gorla

Il fumetto giapponese: un modello possibile anche in Italia?, di Adriano Barone


ICARO vol. 1 , di Moebius, Jean Annestay (testi), Jiro Taniguchi (disegni), Coconino Press, b/n, brossurato con sovracopertina, pagg. 158, £ 26.000, fumetteria.

Se volessimo semplificare all'estremo la differenza che esiste tra concezione occidentale e orientale (in particolare giapponese) del fumetto, potremmo dire che la prima è pittorica, la seconda cinematica. Forse a questo si riferiva Jiro Taniguchi, quando in un'intervista apparsa su WIZ n. 66, ha dichiarato "Moebius racconta le storie in modo europeo, io ho cercato di adattarla a una narrazione giapponese. Per esempio ho cercato di ridurre, di diluire, la quantità di testo in ogni tavola. In Giappone infatti la narrazione è molto più visiva". Impossibile non pensare allora alle parole dell'introduzione di Moebius al primo (di due) volume di Icaro, "Quando nascono dei bei racconti gli uomini li rovinano tagliando, mutando, aggiungendo…dal mio sogno è nata la storia di Icaro. Naturalmente ho tagliato il superfluo e l'ho suddivisa in più parti…"
Cosa resta allora di questa storia che ha subito un duplice processo, non diremmo tanto di "taglio", quanto di metabolizzazione, di trasformazione?
Icaro è la storia di un ragazzo che nasce con la capacità di saper volare, e che viene tenuto in isolamento dal mondo esterno sin dalla nascita. Il governo ne studia le capacità per usarlo (supponiamo) come arma decisiva in un conflitto che vede contrapposti il governo al potere e un gruppo di terroristi, esseri umani nati in provetta e in grado di far esplodere il proprio corpo (delle vere e proprie bome organiche).
Icaro, isolato da questo conflitto e dal mondo intero, è in grado di volare, ma come dice Yukiko, un'antropologa che se ne prende cura, il ragazzo "non conosce il cielo, non conosce il vento": Icaro è solo un uccello in gabbia. Le immagini di strutture che imprigionano il protagonista sono numerose, a partire dalla serra in cui vola, alle apparecchiature con cui viene ricoperto per testare i suoi poteri, alle corde con cui i militari tentano di imprigionarlo o all'incubatrice in cui il protagonista è posto appena nato, che assume l'aspetto sinistro di una gabbia, asettica e confortevole, ma pur sempre una gabbia.
L'idea di un conflitto tra un potere "forte", in questo caso la scienza - che può solo studiare i poteri di Icaro, ma non darne una spiegazione (non a caso Endo, lo scienziato a capo del team che studia Icaro afferma "Io credo fermamente nell'onnipotenza della scienza, eppure… mi si è gelato il sangue nelle vene) - e chi tenta di ribellarsi ad essa (Icaro stesso), potrebbero essere una metafora del conflitto di cui parla Moebius nella sua introduzione: gli uomini fanno di tutto per cercare di catalogare, sistematizzare i racconti, ma in questo modo rischiano di distruggerli per sempre, dimenticandoli.
Eppure, dice Moebius, "esiste un luogo magico in cui i racconti possono nascere e crescere in assoluta libertà: il mondo dei sogni". Icaro è quindi il rappresentante di quel mondo, uno "strano ragazzo", che nonostante l'isolamento forzato di cui è vittima, non perde mai la capacità di sorridere: "il suo sorriso…è sempre luminoso". Quest'ipotesi sembra tanto più veritiera quando si pensa a ciò che dice Endo: l'esistenza di Icaro "è un prodigio tale da dubitare che sia di questo mondo".
Icaro è il simbolo del sogno - e non a caso, l'unica scena in cui lo vediamo volare libero verso la luna è proprio in un sogno - e della speranza del suo autore che i racconti infiniti che dai sogni nascono non muoiano mai. Secondo questa lettura anche la sottotrama dei ribelli può essere letta in questo senso, come la lotta di qualcuno che secondo il governo (che come la scienza, rappresenta un potere che non ammette dissensi ma li elimina) non deve "lasciare traccia nella storia".
Tuttavia, una sorta di conflitto "aggiuntivo" è riscontrabile anche nei due tipi di narrazione che si affiancano nell'opera. Alla narrazione all'occidentale di Moebius si contrappone quella più cinematografica di Taniguchi, fatta di sequenze mute e scene con dialoghi estremamente scarni, e il suo tratto tendenzialmente realistico - per i canoni del manga- , che pur potrebbe ricordare la tipica linea chiara bedè (disegno senza tratteggi, tutto nei contorni), risulta chiaramente in contrasto col lirismo delle scene pensate dal maestro francese. Questo accostamento non risulta essere armonico, ma produce un contrasto molto forte tra i due tipi di storytelling e tra i due toni diversi che al racconto si volevano imprimere e che si sono poi effettivamente impressi, dando luogo a un opera assolutamente inconsueta.
Un esperimento interessantissimo, di cui consigliamo assolutamente la lettura.

© Adriano Barone 2001 - per gentile concessione dell'autore


webmasters: stefano marzorati e grazia paternuosto | drive © stefano marzorati 1999-2004| a true romance production