voi siete qui: drive index > cinema > speciale Far East Film 2001/1 > speciale Far East Film/2

Menu speciale Far East Film 2001

20 aprile: recensioni di Space Travellers, Sausalito, Bangkok Dangerous, The Lotus Lantern

23 aprile: recensioni di Whiteout, Ekiden, The Duel, Summer Holiday, Joint Security Area, Plum Blossom, Song of Tibet

Il sito ufficiale del Far East Film 2001: programma, aggiornamenti, ospiti, calendario degli eventi

Hong Kong Movie Database

Hong Kong Cinema - a view from the Brooklyn Bridge

FAR EAST FILM 2001 - TERZA EDIZIONE dal nostro inviato Adriano Barone


(Udine, 21 aprile 2001) SKYLINE CRUISERS
Uno dei film più divertenti della manifestazione è firmato da Wilson Yip. Con Skyline Cruisers assistiamo a un perfetto esempio di produzione commerciale hongkonghese: il film fa riferimento esplicito a un film hollywoodiano di successo Mission: Impossibile (che viene anche citato nei dialoghi) e il suo unico intento – dichiarato - è semplicemente offrire un’ora e mezza di intrattenimento.
Il prodotto – in questo caso l’espressione è veramente appropriata – è confezionato in maniera superba: fotografia ultrapatinata, musica “commerciale”, preferibilmente elettronica (l’influenza di Matrix si fa sentire anche in Estremo Oriente), protagonisti con look estremamente cool e, soprattutto, scene d’azione movimentatissime, spesso girate in modo illeggibile: ma anche questo fa parte del gioco del regista, che consiste nello spingere fino all’eccesso la materia trattata(un esempio sono gli assurdi gadgets tecnologici dei protagonisti, tra cui spicca la divertentissima coccinella/telecamera).
Questo film non è un capolavoro, ma offre divertimento sfrenato per tutta la sua durata, e lo fa in maniera superba. Non chiedendo ciò che non è nei suoi intenti, lo si può considerare per quello che è: imperdibile.

(Udine 22 aprile 2001)>>Se volessimo cercare un filo conduttore nella produzione hongkonghese mostrata a Udine quest’anno, potremmo trovarlo nel persistere della mancanza di attenzione nella costruzione delle sceneggiature.
Come se la crisi di metà anni ’90 non avesse mai avuto luogo, abbiamo assistito a spettacoli sicuramente divertenti, ma che rivelano enormi difetti nella costruzione dello storytelling. Uno degli esempi possibili è sicuramente JIANG HU di Dante Lam (già aiuto regia di Gordon Chan), interpretato da un irriconoscibile Tony Leung Ka-fai.
Il film presentato come una gangster comedy, si snocciola incerto per quasi due ore alternando un tono da commedia slapstick a scene drammatiche a sequenze assolutamente surreali, ad esempio il cameo di Anthony Wong nel ruolo di una divinità temporaneamente incarnatasi. L’inserimento di questa sequenza potrebbe esemplificare perfettamente lo spirito dell’opera: l’inserzione di un elemento fantastico che non ha alcuna connessione col resto della trama e che potrebbe essere eliminato in toto senza che lo svolgimento del film ne risenta minimamente. Si ha quasi l’impressione che non ci fosse nemmeno una sceneggiatura definitiva e che il regista girasse una scena dopo l’altra senza sapere cosa sarebbe accaduto dopo.
Discorso simile per BORN TO BE KING di Andrew Lau. Si tratta in realtà dell'ennesimo sequel (il settimo, forse, ma ammettiamo di avere davvero perso il conto) della serie che ha portato il successo al regista, ovvero "Young and Dangerous", e i fan dei giovani membri della Triade (ormai arrivati ai vertici delle organizzazioni di cui fanno parte) rimarranno alquanto delusi. In linea con gli ultimi film di Lau, la pellicola mostra scene memorabili da un punto di vista tecnico (e questa volta la fotografia ben si intona col tono epico di questa storia di gangster), tra le quali si segnalano sicuramente la sequenza dei titoli di testa, che alternano immagini stilizzate in bianco e nero, quasi a presentare uno story board (il giovane regista Michele Senesi, presente in sala, ha rivelato personalmente a chi scrive che girerà in modo analogo i titoli della sua prossima creazione) e i primi cinque minuti di film, costituiti da un flashback decisamente psichedelico in cui riviviamo le vicende di . A una superba tecnica purtroppo non corrisponde un'altra brillante sceneggiatura. Anche in questo caso sembra di avere a che fare per tutta la durata del film con un regista indeciso su che tipo di storia raccontare e su che tono usare per raccontarla, e le scene comiche annullano quelle drammatiche che narrano di uno scontro tra famiglie mafiose di Hong Kong, Taiwan e Giappone. Interessante il legame con le attualissime vicende politiche taiwanesi
Tuttavia non mancano opere veramente mirabili, che riescono a trasformare la tipica nonchalance hongkonghese nel mescolare diversi generi in un punto di forza. Un esempio è A TRUE MOB STORY, di Wong Jing, piacevolissima sorpresa da parte di un autore molto spesso accusato (e a ragione) di fare cinema con un atteggiamento decisamente cinico e smaccatamente commerciale.
Il suo film racconta la storia di un "loser", un membro delle triadi interpretato da Andy Lau che dopo la morte di sua moglie in uno scontro con una gang rivale perde la sua determinazione e –intuiamo -la sua voglia di vivere.
Questo è un elemento estremamente interessante e che va contro la tendenza di raccontare in modo epico le imprese della Triade (si pensi ai film di John Woo), al quale si aggiunge una notevole capacità tecnica (Jing impiega con facilità slow motion, step framing, e qualsiasi altra figura di senso usata nel cinema hongkonghese contemporaneo), che però non appesantisce la storia: un mix equilibratissimo tra melodramma gangster, scene di violenza e scene sentimentali, vicenda di un uomo che avanza inesorabilmente verso la morte, vittima di un destino che lo ha già condannato. Un film incredibile, tanto più se si pensa alla pessima fama del regista, che ha dimostrato in questo caso, una padronanza di mezzi tecnici e abilità narrativa davvero strabilianti.
Un’altra piacevolissima sorpresa è stato JULIET IN LOVE di Wilson Yip. Il film è un delicatissimo dramma sentimentale che vede come protagonisti Francis Ng e Sandra Ng, entrambi alle loro massime capacità espressive.
Lei interpreta Judy, una donna che subito l'asportazione chirurgica del seno a causa di un tumore, lui è Jordon, un gangster di bassa lega, perennemente in bolletta, che per ripagare un debito a un boss, accetta di accudirne il figlio illegittimo.
La regia e la fotografia, ricercate ma non compiaciute, sottolineano l’amarezza di una storia d’amore che non riesce a trovare realizzazione, sottolineata dalla mancanza di contatto tra i due protagonisti, due figure silenziose e fantasmatiche, e dalla quasi completa decostruzione della trama, che si sofferma placidamente su momenti di intimità, in cui sembra non accadere nulla e in cui invece è racchiusa l’essenza del rapporto tra i personaggi, sempre accennato, mai esplicitato.
Incredibile il finale, in cui si passa dal tono realistico usato per tutta la durata del film a un tono fantastico. Jordon è stato colpito alla testa, sembra che stia per morire e stringe disperatamente in una mano le chiavi per tornare a casa da Judy, ma poi lo vediamo correre verso casa, entrare e accarezzare la ragazza. Poi Judy apre gli occhi. Lì non c'è nessuno, era solo un sogno, Jordon è davvero morto.
Eppure… eppure nella mano del ragazzo, ormai cadavere in un lago di sangue, non c'è alcuna chiave, che si trova infilata nella porta di casa di Judy. Anche se i corpi non si toccano mai, due anime si sono sfiorate, ed è questa la storia che Yip sussurra, più che raccontare.
Un capolavoro.

webmasters: stefano marzorati e grazia paternuosto | drive © stefano marzorati 1999-2004 | a True Romance production