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speciale Far East Film 2001
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FAR
EAST FILM 2001 - TERZA EDIZIONE
dal nostro inviato Adriano
Barone
(Udine,
21 aprile 2001) SKYLINE CRUISERS
Uno dei film più divertenti della manifestazione è firmato da Wilson
Yip. Con Skyline Cruisers assistiamo a un perfetto esempio
di produzione commerciale
hongkonghese: il film fa riferimento esplicito a un film hollywoodiano
di successo Mission: Impossibile (che viene anche citato nei dialoghi)
e il suo unico intento – dichiarato - è semplicemente offrire un’ora e
mezza di intrattenimento.
Il prodotto – in questo caso l’espressione è veramente appropriata – è
confezionato in maniera superba: fotografia ultrapatinata, musica “commerciale”,
preferibilmente elettronica (l’influenza di Matrix si fa sentire anche
in Estremo Oriente), protagonisti con look estremamente cool e, soprattutto,
scene d’azione movimentatissime, spesso girate in modo illeggibile: ma
anche questo fa parte del gioco del regista, che consiste nello spingere
fino all’eccesso la materia trattata(un esempio sono gli assurdi gadgets
tecnologici dei protagonisti, tra cui spicca la divertentissima coccinella/telecamera).
Questo film non è un capolavoro, ma offre divertimento sfrenato per tutta
la sua durata, e lo fa in maniera superba. Non chiedendo ciò che non è
nei suoi intenti, lo si può considerare per quello che è: imperdibile.
(Udine
22 aprile 2001)>>Se
volessimo cercare un filo conduttore nella produzione hongkonghese
mostrata a Udine questanno, potremmo trovarlo nel persistere della
mancanza di attenzione nella costruzione delle sceneggiature.
Come se la crisi di metà anni 90 non avesse mai avuto luogo,
abbiamo assistito a spettacoli sicuramente divertenti, ma che rivelano
enormi difetti nella costruzione dello storytelling. Uno degli esempi
possibili è sicuramente JIANG HU di Dante Lam (già
aiuto regia di Gordon Chan), interpretato da un irriconoscibile
Tony Leung Ka-fai.
Il
film presentato come una gangster comedy, si snocciola incerto per quasi
due ore alternando un tono da commedia slapstick a scene drammatiche a
sequenze assolutamente surreali, ad esempio il cameo di Anthony Wong
nel ruolo di una divinità temporaneamente incarnatasi. Linserimento
di questa sequenza potrebbe esemplificare perfettamente lo spirito dellopera:
linserzione di un elemento fantastico che non ha alcuna connessione
col resto della trama e che potrebbe essere eliminato in toto senza che
lo svolgimento del film ne risenta minimamente. Si ha quasi limpressione
che non ci fosse nemmeno una sceneggiatura definitiva e che il regista
girasse una scena dopo laltra senza sapere cosa sarebbe accaduto
dopo.
Discorso simile per BORN TO BE KING di Andrew Lau. Si tratta
in realtà dell'ennesimo sequel (il settimo, forse, ma ammettiamo
di avere davvero perso il conto) della serie che ha portato il successo
al regista, ovvero "Young and Dangerous", e i fan dei giovani
membri della Triade (ormai arrivati ai vertici delle organizzazioni di
cui fanno parte) rimarranno alquanto delusi. In linea con gli ultimi film
di Lau, la pellicola mostra scene memorabili da un punto di vista tecnico
(e questa volta la fotografia ben si intona col tono epico di questa storia
di gangster), tra le quali si segnalano sicuramente la sequenza dei titoli
di testa, che alternano immagini stilizzate in bianco e nero, quasi a
presentare uno story board (il giovane regista Michele Senesi,
presente in sala, ha rivelato personalmente a chi scrive che girerà
in modo analogo i titoli della sua prossima creazione) e i primi cinque
minuti di film, costituiti da un flashback decisamente psichedelico in
cui riviviamo le vicende di . A una superba tecnica purtroppo non corrisponde
un'altra brillante sceneggiatura. Anche in questo caso sembra di avere
a che fare per tutta la durata del film con un regista indeciso su che
tipo di storia raccontare e su che tono usare per raccontarla, e le scene
comiche annullano quelle drammatiche che narrano di uno scontro tra famiglie
mafiose di Hong Kong, Taiwan e Giappone. Interessante il legame con le
attualissime vicende politiche taiwanesi
Tuttavia non mancano opere veramente mirabili, che riescono a trasformare
la tipica nonchalance hongkonghese nel mescolare diversi generi in un
punto di forza. Un esempio è A TRUE MOB STORY, di Wong
Jing, piacevolissima sorpresa da parte di un autore molto spesso accusato
(e a ragione) di fare cinema con un atteggiamento decisamente cinico e
smaccatamente commerciale.
Il suo film racconta la storia di un "loser", un membro delle
triadi interpretato da Andy Lau che dopo la morte di sua moglie
in uno scontro con una gang rivale perde la sua determinazione e intuiamo
-la sua voglia di vivere.
Questo è un elemento estremamente interessante e che va contro
la tendenza di raccontare in modo epico le imprese della Triade (si pensi
ai film di John Woo), al quale si aggiunge una notevole capacità
tecnica (Jing impiega con facilità slow motion, step framing, e
qualsiasi altra figura di senso usata nel cinema hongkonghese contemporaneo),
che però non appesantisce la storia: un mix equilibratissimo tra
melodramma gangster, scene di violenza e scene sentimentali, vicenda di
un uomo che avanza inesorabilmente verso la morte, vittima di un destino
che lo ha già condannato. Un film incredibile, tanto più
se si pensa alla pessima fama del regista, che ha dimostrato in questo
caso, una padronanza di mezzi tecnici e abilità narrativa davvero
strabilianti.
Unaltra
piacevolissima sorpresa è stato JULIET IN LOVE di Wilson
Yip. Il film è un delicatissimo dramma sentimentale che vede
come protagonisti Francis Ng e Sandra Ng, entrambi alle
loro massime capacità espressive.
Lei interpreta Judy, una donna che subito l'asportazione chirurgica del
seno a causa di un tumore, lui è Jordon, un gangster di bassa lega,
perennemente in bolletta, che per ripagare un debito a un boss, accetta
di accudirne il figlio illegittimo.
La regia e la fotografia, ricercate ma non compiaciute, sottolineano lamarezza
di una storia damore che non riesce a trovare realizzazione, sottolineata
dalla mancanza di contatto tra i due protagonisti, due figure silenziose
e fantasmatiche, e dalla quasi completa decostruzione della trama, che
si sofferma placidamente su momenti di intimità, in cui sembra
non accadere nulla e in cui invece è racchiusa lessenza del
rapporto tra i personaggi, sempre accennato, mai esplicitato.
Incredibile il finale, in cui si passa dal tono realistico usato per tutta
la durata del film a un tono fantastico. Jordon è stato colpito
alla testa, sembra che stia per morire e stringe disperatamente in una
mano le chiavi per tornare a casa da Judy, ma poi lo vediamo correre verso
casa, entrare e accarezzare la ragazza. Poi Judy apre gli occhi. Lì
non c'è nessuno, era solo un sogno, Jordon è davvero morto.
Eppure
eppure nella mano del ragazzo, ormai cadavere in un lago
di sangue, non c'è alcuna chiave, che si trova infilata nella porta
di casa di Judy. Anche se i corpi non si toccano mai, due anime si sono
sfiorate, ed è questa la storia che Yip sussurra, più che
raccontare.
Un capolavoro.
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