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DUEL (1971). Regia di Steven Spielberg; Interpreti: Dennis Weaver, Carey Loftin, Tim Herbert, Jacqueline Scott: Sceneggiatura: Richard Matheson; Fotografia: Jack A. Marta; Musica: Billy Goldenberg; Montaggio: Frank Morriss; Produttore: George Eckstein

 
Sono appena "uscito" dalla visione del primo, storico lungometraggio di Steven Spielberg, Duel, e devo ammettere in tutta franchezza di come sia sbalorditivo, spodestante il fatto di aver assistito ad un film (sua prima ufficiale regia) cosi' "sfacciatamente" lontano anni-luce dalle "manie" da super-produzioni che hanno contraddistinto in maniera netta ed inequivocabile la carriera del grande regista americano.
Con ogni probabilita', gli ignari spettatori dell'ultima ora, coloro cioe' che hanno assistito ai grandi kolossal prodotti e diretti da Spielberg, stenteranno a riconoscere, in questa leggendaria pellicola, lo stile del futuro "padrone di Hollywood".
Pochi infatti avrebbero pensato, dopo essersi "ingrassati" gli occhi di strabilianti, avanguardisti effetti speciali post-Star Wars,a una prima opera basata su di un autentico incubo paranoico in perfetto "Ai confini della realtà-fashion", drammaticamente claustrofobico ed invadente, pur trattandosi, basilarmente, di un "on the road", sebbene particolarissimo e vantante un suo personale appeal e fascino. Un fascino implicitamente "macabro", ossessivo nel tratteggiare le paranoie di un Dennis Weaver (il protagonista braccato dal "camion-fantasma") sempre in bilico tra pazzia, stati di calma apparenti e nuove schegge di terrore, puntualmente succedute da schizzi di isterismo e nevrosi da "uomo perduto", o per lo meno in prossimita' di una fine devastante.
L'abilita' di Spielberg risiede essenzialmente nell'intenzione di voler "catturare" l'occhio (e lo spirito) dello spettatore, cercando di farlo immedesimare nelle angosce e nelle gravi insicurezze del protagonista.
Duel vanta un feeling ed un "pathos" unici; non si tratta di un road movie classico dove i principali attori interpretano una gang di sballati/fuori-di-testa/perversi, dediti a ubriacature colossali e a risse infinite, ma la "strada", in questo contesto, viene usata da pretesto per costruirvi una storia di "ordinaria follia", prossima ai "confini della realta'".
Si avverte, nel proseguio della pellicola, un certo gusto verso un sadismo opprimente quanto "maledetto"; intelligentemente, onde conferire al film un alone di "dannato mistero" e/o "sindrome di irrisolutezza", Spielberg non rivelera' mai allo spettatore il volto dell'"autista-killer". D'altronde e' proprio questo semplicissimo, apparentemente banale, ingrediente a far pendere, sul protagonista quanto su di noi, un insolente, fastidioso "senso di persecuzione", provocandoci quesiti ed interrogativi che forse non troveranno mai risposte. Non a caso, il "duello" fra il venditore californiano e l'autista senza volto si concludera' in un apocalittico scontro finale, che ricorda moltissimo, sia da un punto di vista tecnico-registico che nella balistica, il roboante, drammatico epilogo de Lo squalo: da notare come la sequenza del tremendo urto tra la macchina ed il camion-assassino sia strettissimamente correlata all'altro"urto": sissignori, mi sto riferendo all'epico "faccia-a-faccia" tra Roy Scheider e il temibilissimo squalo nell'omonimo capolavoro diretto da Spielberg nel 1975).
Cio' che realmente appassiona in Duel e' la disarmante semplicita' con cui l'incubo paranoico di uno schizzato, ultra-nevrotico Dennis Weaver venga proposto agli spettatori: Spielberg con questo lungometraggio (inizialmente prodotto per la televisione) dimostra a future generazioni di epici, magari eccessivi quanto ruffiani "road movie" di come sia stato sufficiente coinvolgere un tir di vasta portata, una macchina ed un uomo in fuga per tratteggiare una convincente ed assai originale storia dell'incredibile; e altrettanto abile il grande cineasta é stato nella scelta, perfetta stilisticamente parlando, del paesaggio che avrebbe accompagnato i due contendenti dall'inzio alla fine del film: il vastissimo, interminnabile (di conseguenza interpretabile come la stessa ;interminabilita dell'incubo) deserto californiano, per l'occasione spettrale teatro, spietato specchio, ideale per riflettere i tormenti, le fughe e le nevrosi dell'inseguito/perseguitato. Un ammirevole saggio di bravura nell'insegnare ad appassionati di cinema e futuri cineasti di come, spesso e volentieri, la semplicita' di una regia sia perfettamente, Splendidamente complementare a una trama secca e scarna, ma allo stesso tempo, "colma" di suspense ed incertezze, di orrori e di incubi, di momenti di calma susseguiti poi da terremotanti stravolgimenti. Un originale esempio di allenamento alla nostra psiche.
E naturalmente un ottimo esempio di cinema artigianale a basso prezzo ma dall'alta qualita' artistica.
A mio candido parere, il grande cineasta americano dovrebbe ritornare, e prepotentemente, a quel 1971, ondecercare di recuperare quel "feel", quella distintiva atmosfera che hanno reso Duel un piccolo, nascosto capolavoro del popolarissimo regista.
Il Cinema ne guadagnerebbe. Quello vero.
Dipenderebbe solo dalla volontà di Spielberg, inteso che egli abbia veramente intenzione di fare un sano passo all'indietro, implicita una potenziale umiltà da recuperare, che dimostrerebbe, in particolare ai più giovani, di come il Cinema possa tranquillamente rinunciare ai devastanti, spesso insopportabili, indigeribili effetti speciali, che di speciale non hanno poi granché, favorendo in tal modo una maggiore e più fruttuosa ricerca ideologica-spirituale al fine di riportare la Settima Arte al suo antico splendore e ai suoi mai del tutto dimenticati fasti.

© 2002 Alan Tasselli - per gentile concessione dell'autore

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