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DIARIO AMERICANO: PROMEMORIA CINEMATOGRAFICI DI UNO SPETTATORE QUALUNQUE, a cura di Giampaolo Mascheroni


TUTTO O NIENTE di M. Leigh

Dove può portare la gentilezza? Alcuni inglesi sfatti delle case popolari tra droga, teppismi, sesso va e vieni, ci inteneriscono il cuore, l’anima, i sentimenti e tentano un vero inno alla grazia. Il regista Leigh urla alla folla, alla Gran Bretagna, al mondo intero che gli affetti, in special modo gli affetti famigliari, sono l’unica cura salvifica nei confronti di una società globalizzata che abbandona, sempre più spesso, le sue periferie al degrado, prima ambientale e poi, ovviamente, morale. Da non perdere assolutamente.

LA MEGLIO GIOVENTU’ di M. T. Giordana

Non guardo più la televisione, c’è troppa gente in casa che ha la precedenza su di me, così non è mai il mio turno. Fa niente: mi consolo con la macchina “estatica” del cinema. Meno male che questa soap-opera arriva anche sul grande schermo. E mi chiedo: da quando gli attori italiani sanno recitare così? Da quando in una sceneggiatura scritta per tener desta l’attenzione entrano temi così utili? Perché con tanta intelligenza italiana, in Parlamento hanno potere di parola e di decisione certi scorfani? Ma lascio ai rovelli della vostra coscienza tutti i numerosi quesiti extrafilmici, per intanto godetevi la visione di un concentrato emozionante della recente storia d’Italia. Fughe, lotte, nascite, lutti, crescite, case di ringhiera, villette… e poi, come dimenticare lo sguardo disincantato e materno di Adriana Asti: m’ha toccato il cuore.

CANTANDO DIETRO I PARAVENTI di E. Olmi

Ma chi è Olmi, che maestro è diventato, per farmi entrare in un cinema e spararmi diretto in un bordello cinese con Bud Spencer che mi racconta di pirati e di fascinosi moti dello spirito? Lo confesso: ho sempre trovato affascinanti le piratesse discinte, con la spada in mano e il pelo in bella vista, ma qui sono stato sballottato in un universo che devo far decantare, far riposare, perché no, forse rivedere. E’ cinema questo, è teatro, saggio morale? Chissà perché con il pensiero corro veloce ad un’altra giunca, quella di un altro “non film”: Nick’s Movie, tanto diverso ma ugualmente geniale. Lunga vita al canto di Olmi, che possa in eterno continuare a levarsi squillante dietro i paraventi.

IN THE CUT di J. Campion
La cura Hollywood fa male alla Campion che confeziona un giallo sgangheratissimo e per di più illogico. Che ritorni in Nuova Zelanda e ci rifulmini, come fece tanti anni fa raccontandoci la storia folle di una donna con una foresta di capelli rossi in testa. Per favore un po’ più di sudore e un po’ meno d’accademia. Grazie.

ALLA RICERCA DI NEMO di A. Stanton e L. Unkrich

Fino a dove può arrivare la sapienza tecnica dell’animazione computerizzata della Pixar? Questo potrebbe essere considerato un ottimo punto d’arrivo: mai vidi pesci falsi così simili a pesci veri, neanche nelle migliori foto scientifiche sul mondo marino. La storia è la solita storia Disney, con un iniziale evento funesto e una serie di avventure (tra l’altro tutte follemente plausibili) che portano al lieto fine amoroso e catartico. Da notare nell’anno internazionale del disabile (2003) un discreto accenno ad un accidente fisico del piccolo Nemo. Mentre certo film d’animazione italiano scimmiotta malamente i coretti disneiani, non c’è neanche una canzone a tormentarci i timpani: meno male!

21 GRAMMI di A. G. Inarritu
Il regista Inarritu gioca con lo spettatore come il gatto col topo: lo afferra, lo sballotta, lo lascia andare, lo rincorre… Il racconto ha una logica tutta sua di montaggio, ti obbliga a salti cerebrali non indifferenti, a tener desta l’attenzione ben oltre l’infermità mentale richiesta dalla televisione. Le storie che s’intrecciano sono storiazze di tragedie che non si vogliono drizzare al meglio, di amori finiti per fatalità, per indifferenza, anche se nel finale ci par di capire che “se io do un cuore a te, forse tu darai un figlio a me”. Rispetto al fascino tenebroso del film precedente (Amores Perros), il regista baroccheggia, ma la sgranatura della fotografia, le facce canagliesche di Sean Penn, Benicio Del Toro, Charlotte Gainsbourg ti portano diritte in bocca al gatto. Gatto a cui lo stile, tra l’altro, non manca.

ZATOICHI di T. Kitano
L’ULTIMO SAMURAI di E. Zwick
LOST IN TRANSLATION di S. Coppola


Perché gli ultimi film di samurai sono una parziale delusione? Hanno tutto per piacere a chi, come me, ama il cinema d’avventura: ritualità, eroismi, combattimenti coreografici, il giusto mix di ironia e crudeltà, ma… E’ carino e ironico il cane sciolto Zatoichi interpretato e diretto da Kitano, ma il gioco è troppo gioco, puerile e mai cattivo, più vicino a Terence Hill che a Sergio Leone. Così anche L’ultimo samurai: perfettino nelle scenografie, nel mostrare i moti della natura e quelli dello spirito, la purezza e la disciplina dell’arte della guerra che - a parte la ridicola retorica militare - l’Occidente (USA compresi) non ha mai posseduto. Nella nostra cultura la guerra è - da piccoli - una faccenda di soldatini, poi - da grandi - solo una bella e vittoriosa carneficina, non c’è nulla di metafisico. Il film è ben girato, ma il ritmo è troppo zen, in fondo la cosa che m’è piaciuta di più è l’attacco dei ninja assassini, spettacolare e sanguigno, al villaggio del ribelle Katsumoto. Concludendo: potete vederli entrambi, potete perderli entrambi. Ah, dimenticavo: anche Lost In Translation è ambientato in Giappone. In un Giappone attuale, dopo la cura americana: c’è il karaoke, sono rimasti gli inchini, c’è ancora qualche tempio, c’è tanto traffico. Molta critica ha sbavato per le minitelecamerine usate da Sofia Coppola per rendere tutto più reale, ma siccome né Bill Murray, né Scarlett Johansson sono miei amici, della loro avventura sentimentale giapponese non me ne frega nulla. Riconcludendo: potete vederli tutti e tre, potete perderli tutti e tre.

ABBASSO L’AMORE di P. Reed

Troppo pirla Ewan McGregor, troppo puffetta Renée Zellweger, per non lasciarsi - con sorrisetto beota - andare alla visione dei due, totalmente immersi in questo film caramelloso e zuccheroso. Ah che lunghi sospiri per ogni cosa: i titoli di testa, gli abiti-bomboniera deliranti, le battute, la camminata dei due protagonisti. Certo tutto è parodia, ma il giochino è leggero, la noia non fa mai capolino, il rosa della vicenda ci riscalda come se indossassimo un leggero maglioncino peloso di mohere e, soprattutto, alcuni tocchi decisamente volgarotti invece di turbare i nostri cuoricini tubanti, hanno veramente deliziato le nostre menti pensanti. Di che parla? D’amore, mi pare. O di sesso?


© Giampaolo Mascheroni 2004 - per gentile concessione dell'autore

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